<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Claudia Covelli Prospettiva editrice
 


Claudia Covelli
parla del suo libro
"Lo spettacolo della morte e i suoi aspetti politici"

 

“Lo spettacolo della morte e i suoi aspetti politici”. Da dove nasce l’interesse per un argomento così insolito?
Secondo Benedetto Croce ogni storia è contemporanea, ossia ogni storia è frutto del presente e dalle problematiche del presente trae ispirazione. Non intendo scomodare Croce per spiegare la mia scelta di affrontare questo argomento, ma certamente il mio interesse nei confronti di questo tema nasce dall’essere a mia volta spettatrice, il più possibile attenta, dello spettacolo della nostra società attuale.

Quali sono, quindi, quegli aspetti della nostra società che l’hanno portata a concentrarsi sullo spettacolo dell’uccisione collettiva in un momento in cui tale spettacolo di fatto è arginato ad ambiti eccezionali.
Il libro è stato scritto nel 2004, ossia prima dello spettacolo globale dell’impiccagione di Saddam Hussein. Certo questo evento non smentisce il fatto che lo spettacolo della condanna a morte di un individuo, nella società attuale rimanga uno spettacolo eccezionale, di cui spesso si è a conoscenza ma che raramente viene visto. Spettacolo che risulta ancora più raro se paragonato alla realtà delle esecuzioni pubbliche dell’età moderna! Mi sento tuttavia di aggiungere che in questi ultimissimi anni ci sono stati degli episodi interessanti sotto questo profilo, in occasione degli ultimi conflitti in Medio Oriente, come appunto l’impiccagione dell’ex rais o le orribili immagini del carcere di Abu Ghraib. Come sottolineo nel mio libro non è solo la morte a fare spettacolo (di immagini di morte è piena la nostra televisione e il nostro cinema), ma la persecuzione dell’individuo.

La spettacolarizzazione della persecuzione dell’individuo è quindi al centro dei suoi studi. In quali fenomeni della società contemporanea ritrova questo elemento?
Nel mio libro parto dalla considerazione che a volte le società umane, anche sein contesti e situazioni completamente differenti, sono ricorse alla persecuzione collettiva del singolo per salvaguardare gli interessi, ma arriverei addirittura a parlare di vera e propria sopravvivenza, del gruppo sociale. Non nego che in questo libro, che non solo è la mia “opera prima” ma costituisce la prima tappa di un vero e proprio working in progress ancora in corso, non manchino delle suggestioni di carattere antropologico che mi hanno consentito una certa disinvoltura nel passare dai riti di fondazione delle società antiche, allo spettacolo della tragedia nella Grecia classica, dalle esecuzioni della Santa Inquisizione nei secoli della modernità, fino giungere alla nascita dello spettacolo giudiziario e alla secolarizzazione della giustizia fra società moderna e mondo contemporaneo. Quello su cui mi interessava, però, far luce era il tema della persecuzione collettiva, intesa come strumento di controllo sulla società e rigenerazione della medesima e vedere quale era, se c’era, l’eredità lasciata dai secoli precedenti, naturalmente in un’ottica di lungo periodo. Sono nata e abito nella città in cui nell’aprile del ’45 si è celebrato quello spettacolo di persecuzione collettiva, che ha costituito, almeno per una parte del paese, il rito fondativo della Repubblica Italiana.

E nella società attuale? Possiamo parlare di episodi di persecuzione collettiva?
Il mio libro si conclude mettendo a fuoco le problematiche del mondo attuale. La società contemporanea è molto complessa e offre una varietà di episodi di persecuzione collettiva che spaziano dall’ambito politico a quello più intimo e privato. Per questo l’ultimo capitolo può apparire piuttosto caotico e invece che “chiudere” il discorso lo frammenta in una sorta di caleidoscopio di immagini diverse. Senz’altro, e su questo tema mi sto concentrando nei miei studi attuali, uno spettacolo di persecuzione collettiva presente nella nostra società di oggi è quello offerto quasi quotidianamente dalla cronaca nera e giudiziaria. Uno spettacolo quasi inedito per la società italiana, naturalmente ragionando sul medio e lungo periodo, un fenomeno particolarmente dinamico, che in pochi anni ha mostrato di essere estremamente innovativo, ad esempio sotto il profilo dell’uso dei media, ma anche a cavallo fra tradizione e modernità, a volte quasi avanguardia, per quanto riguarda i contenuti veicolati dagli stereotipi di cui si alimenta. Quasi un “termometro” di quello che è il dibattito sui valori morali della società, così come era per certi aspetti la tragedia nella Grecia classica. Un fenomeno interessante e complesso, dunque, ancora poco studiato sotto il profilo storico-politico.

Argomento insolito, per certi aspetti inedito, ma certamente non improvvisato. Quali sono i suoi riferimenti letterari?
Sicuramente due classici come Massa e potere di Elias Canetti e La violenza e il sacro di André Girard. Il merito di avermi introdotto a questi studi è sicuramente di Roberto Escobar, delle cui opere e delle cui lezioni ho potuto “alimentarmi”. Sotto il profilo della ricerca storica, soprattutto per quanto riguarda l’età contemporanea, sulla quale continuo quotidianamente a lavorare, direi che più che avere dei riferimenti bibliografici specifici, attingo a quella nuova storiografica che partendo da Mosse arriva al Corpo del duce di Luzzatto, alle opere di Banti, Isnenghi, Gibelli. Insomma, quella storiografia che si occupa dell’immaginario della violenza nella società di massa.