Luca Cosci parla del suo
"Ruck"
Nel tuo romanzo “Ruck”, mi
sembra di indovinare una forte connotazione autobiografica.
Sotto un certo punto di vista è così.
Sono sempre stato un assiduo frequentatore di bar e diversi personaggi
che ritroviamo nel libro, gravitano attorno a quel microcosmo sbevazzante;
le vicende poi, sono un mix fra avvenimenti reali e altri inventati
di sana pianta, memorie di viaggio e di vita quotidiana, fatti effettivamente
accaduti o che sarebbero comunque potuti accadere ad uno qualsiasi
degli avventori abituali.
Ecco perché, potrei definire il romanzo una “autobiografia
collettiva a sfondo alcolico-sentimentale”; un io collettivo,
seguito nel percorso che va dai primi e fanciulleschi rudimenti
nella conoscenza dell’altro sesso, fino alla (presunta) maturità.
Devo pensare che la tua occupazione preferita
è restartene al bar e prendere appunti su quello che succede?
Da un po’ di tempo a questa parte, ho davvero preso l’abitudine
di prendere appunti mentalmente, in previsione di dare soddisfazione
al mio desiderio di scrivere storie!
Un desiderio che è sempre stato latente, ma si è tangibilmente
manifestato solo da pochi anni; la responsabilità, va ascritta
ad una cara amica, Monica, oltre che alla decisione di acquistare
un pc.
La donna mi ha incoraggiato in modo superiore persino alla mia pigrizia,
la macchina mi permette di ritornare dieci volte su quello che scrivo
e correggere a piacimento, cosa che non sarebbe possibile con una
romantica Lettera 22.
Come funziona? Ti siedi al pc e poi…
Prima deve esserci un’idea, che viene appuntata dove capita.
Dopo, se non sono al lavoro, stanco o finito preda del logorio della
vita moderna (eventualità che mi spinge inevitabilmente al
bar), mi siedo finalmente al pc e comincio ad assemblare quello
che mi frulla nel cervello.
Poi, proprio come un bravo artigiano, smonto e rimonto il tutto
più volte, fino a quando non sono soddisfatto del risultato.
Quali scrittori ti influenzano maggiormente,
in questo lavoro di assemblaggio?
Tutti quelli che amo e sono moltissimi!
Henry Miller e John Fante; la Beat Generation, Bukowski, Tom Robbins
(in questo periodo il mio preferito) e l’immortale Hemingway.
Poi Sepulveda e qualcuno dei nostri, Pirandello ad esempio e Sciascia
e Silone. E ancora certa letteratura poliziesca, dal super classico
Chandler a Camilleri, da Simenon al grandissimo Montalban e, probabilmente,
quelli che dimentico sono più numerosi di quelli che ho citato.
Un peso notevole, l’ha avuto anche la passione per il cinema
e per il suo linguaggio; innamorarmi di decine di storie straordinarie
raccontate mirabilmente con la macchina da presa, mi ha invogliato
non poco ad inventarne di mie.
Avrei piacere che, da questo caleidoscopio di influenze, uscisse
fuori qualcosa che somigliasse ad uno stile di scrittura personale.
E che mi dici del tuo rapporto con i lettori?
Che, essendo un esordiente, mi piacerebbe, prima o poi, riuscire
a costruirne uno, in maniera da potertelo descrivere nella prossima
intervista.