Daniel Cherubini parla del suo
"I prigionieri italiani in Unione Sovietica tra storiografia
e fonti d'archivio"
Come è nata l’idea di scrivere
sui militari ARMIR prigionieri e dispersi in Unione Sovietica?
L’ intento iniziale era di fare un lavoro sui
rapporti diplomatici italo-sovietici attraverso le carte dell’Archivio
storico diplomatico del ministero degli Esteri italiano resisi disponibili
alla consultazione fino al 1954. Poi l’interesse si è
indirizzato su una vicenda a me sconosciuta, ma che dalle carte
diplomatiche risultava, anno dopo anno, costantemente presente e
oggetto di contenzioso tra i due governi: quella delle decine di
migliaia di militari italiani dell’ARMIR prigionieri o dispersi
di cui il governo sovietico rifiutava di fornire notizie e aprire
trattative. Un ulteriore e decisivo stimolo è stato scoprire
che la pressoché totalità delle persone da me interpellate,
anche in ambiente universitario, avesse della vicenda ARMIR la conoscenza
non esaustiva, e storicamente datata, da sempre proposta dai media
nazionali, perlopiù circoscritta ai fatti bellici della ritirata
e alle responsabilità di Mussolini.
A cosa ti riferisci quando parli di una
conoscenza non esaustiva e datata?
Mi riferisco al fatto che il grande pubblico continui ad ignorare
la circostanza che i militari dell’ARMIR che persero la vita
in combattimento furono relativamente pochi (25.000) a fronte invece
di ben 60.000 che la vita la ebbero risparmiata sui campi di battaglia
ma la perdettero poi nella resa e in costanza della custodia sovietica.
Mi riferisco al fatto che il grande pubblico continui ad ignorare
che la verità su tale tragedia fu ostaggio sia della ragion
di stato dei governi italiano e sovietico sia delle convenienze
politiche e ideologiche del PCI, i cui dirigenti, già fuoriusciti
in Unione Sovietica, ebbero diretta conoscenza della verità
sui prigionieri ARMIR, ma poi, rientrati in Italia, la nascosero
alla nazione e alle famiglie. Mi riferisco, infine, al fatto che
i media nazionali non abbiano ancora offerto al grande pubblico
una esaustiva rivisitazione storica della vicenda, rivisitazione
non più eludibile dopo la cessazione dell’Unione Sovietica
e del PCI e l’ accesso ai relativi archivi segreti.
Che idea ti sei fatto sull’operato
della diplomazia italiana a Mosca riguardo la questione ARMIR?
Dalle carte diplomatiche e dalle memorie personali dei primi due
ambasciatori a Mosca, Quaroni e Brosio, emerge che la diplomazia
italiana ebbe da subito enormi difficoltà a rapportarsi con
le Autorità sovietiche sulla questione ARMIR e non per suo
demerito, ma per ragioni connesse sia alla particolare natura dello
stato sovietico sia alla sua indisponibilità a dare pubblicità
ad una vicenda potenzialmente lesiva della sua immagine e, più
in generale, a respingere richieste e pressioni da un governo di
una nazione che veniva considerata corresponsabile delle enormi
distruzioni umane e materiali patite dal popolo sovietico. Ho tuttavia
maturato la convinzione che l’azione diplomatica italiana
a Mosca sulla vicenda ARMIR sia stata condotta, al di là
delle oggettive difficoltà sopra evidenziate, con intenzionale
prudenza e misura. Tale linea non poteva non essere ispirata da
Roma e certamente rifletteva la situazione politica esistente in
Italia, dove l’operato dei governi di unità nazionale
prima e centristi dopo, ebbe, sulla, questione ARMIR, un atteggiamento
altrettanto prudente e misurato, teso a non esasperare i rapporti
con l’Unione Sovietica e con il PCI.
Quale giudizio hai maturato invece sul
comportamento del governo italiano?
Il nostro governo era venuto a conoscenza, in via informale, sin
dal novembre 1944 che i militari ARMIR ancora in vita in Unione
Sovietica erano in numero assai inferiore alle attese e ne ebbe
inequivocabile conferma nel 1945-1946 con l’esiguo numero
di prigionieri restituiti. Dalle loro dichiarazioni apprese inoltre
la verità sulla sorte degli altri prigionieri che il governo
sovietico non aveva rimpatriato e di cui si rifiutava - al pari
dei deceduti in combattimento - di fornire qualsivoglia informativa.
Fatta questa premessa osservo che il comportamento tenuto in ambito
nazionale e in ambito diplomatico a Mosca fu dettato da realismo
politico e che pertanto il suo agire sulla questione ARMIR fu inevitabilmente
ambiguo e - ad onta del diritto delle famiglie e della nazione a
conoscere la verità - imposto dalla ragion di stato e dalle
convenienze della politica, così come esigeva la gravosa
eredità lasciata dalla guerra e, più in generale,
l’interesse nazionale.
E’ possibile affermare che il comportamento
dei dirigenti del PCI sulla vicenda ARMIR non fu esemplare?
Le categorie della morale non aiutano a capire quelle della ragion
di stato e dalla politica e la vicenda ARMIR non fa eccezione a
tale assunto. La scelta dei dirigenti del PCI di non rivelare la
verità sull’ARMIR fu politica e allo stesso tempo ideologica.
Politica perché temevano che una questione, particolarmente
sentita e seguita in Italia, potesse nuocere all’immagine
del partito e danneggiarlo nella lotta per assumere la guida del
Paese. Ideologica perché dettata dalla difesa della patria
di riferimento che era l’Unione Sovietica che sulla questione
ARMIR era, oggettivamente, esposta ad attacchi strumentali.
Insomma sembrerebbe che la vicenda ARMIR
abbia avuto una comune e condivisa regia tra governo e PCI.
E’ indubbio che la conduzione in Italia della vicenda ARMIR
evidenzi chiaramente nella sua gestione una strettissima unità
di azione, protrattasi nel tempo, tra governo e PCI e ciò
al di là delle fortissime contingenti e successive contrapposizioni.
La delicata vicenda fu infatti gestita, fin dal primo governo di
unità nazionale, con sapiente realismo politico e responsabile
regia, al fine di evitare che essa intralciasse i delicatissimi
equilibri su cui stava nascendo l’Italia del dopoguerra. Tale
sapiente regia non venne meno con la guerra fredda e la duratura
estromissione dal governo del PCI e proseguì nei decenni
successivi. Avvenne così che la verità fu sacrificata
alla ragion di stato e alle convenienze della politica e al suo
posto venne imposta, con l’ausilio dei grandi mezzi di informazione,
della intellettualità e del mondo accademico, una verità
oggettiva ma allo stesso tempo artefatta: oggettiva perché
chiamava in causa le indubbie responsabilità di Mussolini;
artefatta perché celava quelle dei sovietici, nonché
il comportamento omissivo dei dirigenti del PCI.