<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Andrea Cavaliere Prospettiva editrice
 


Andrea Cavaliere parla del suo
"Ballate per cornamusa, melograno e orchestra di topolini"

“Ballate per cornamusa, melograno e orchestra di topolini”: vuoi parlarci un po’ di questo libro?
E’ una raccolta di poesie, il frutto di una “cernita temporale” da me effettuata fra le quello che ho scritto nel periodo che va dal 1993 al 2004. Credo che dipinga bene l’evoluzione (poetica, ma anche emotiva) da me subita in questi anni. Alle prime poesie sono particolarmente affezionato, per le emozioni in esse dipinte e per i ricordi che fanno riaffiorare; quelle più recenti invece credo dimostrino i risultati del mio desiderio di “scolpire le parole” con più attenzione. In sintesi, emozioni e ricerca.

Cosa significa questo titolo?
Cornamusa, melograno e topolini sono simboli che rappresentano i temi che ricorrono più spesso in questa silloge; sono gli strumenti che hanno suonato la colonna sonora di questi miei anni. La cornamusa mi ricorda l’Irlanda, un paese che amo, ma incarna tutto il mondo dei viaggi, quelli letterali e quelli mentali, le fughe dalla realtà: per me, entrambi necessari. Il melograno è invece legato ad una poesia dove paragono la gente della mia terra, la Liguria, a gusci di melograno (Le nostre armature di melograno/celano/purpuree gocce di sentimenti): anche se da anni vivo lontano, le mie radici continuano ad essere fonte di ispirazione. Infine i topolini, un’orchestra di topolini: rappresentano gli affetti, le persone che amo. L’idea viene da una “famiglia di peluche” che mi accompagnano dovunque vado, compagni di vita, che sono divenuti veramente parte della mia famiglia.

La domanda fatidica: Perché scrivi? Potresti raccontarci come è iniziata la tua passione per la scrittura?
Essenzialmente scrivo per egoismo. Scrivo per me stesso, lo ritengo fortemente terapeutico, un’opportunità di dare sfogo alle proprie emozioni e di cercare di tirare fuori quello che ho dentro. Non è facile, come scrisse Leopardi: “Le cose che noi sentiamo non si possono esprimere, ed è ben naturale che le nostre lettere siano come le grandi passioni, cioè mute.” Comunque, di solito scrivo in momenti di inquietudine: dopo averlo fatto mi sento meglio. Elias Canetti ha detto: “Si scrive per essere diversi. Chi imbroglia scrivendo, rimane ciò che comunque è.” Ecco, quello che scrivo mi spoglia, mostra sempre quello che sono, sinceramente. Ho iniziato a farlo ai tempi del Liceo, una ventina d’anni fa: è cambiato lo stile, ma non il motivo.

Nel nostro tempo continua ad esserci un grande numero di persone che scrivono poesie, mentre sembra diminuire il numero di chi le legge. Cosa ne pensi?
Credo sia bello che ci siano tanti che scrivono poesie, quando scriviamo per noi, non per gli altri. Ma penso ci sia differenza fra chi scrive poesie e chi è poeta: non penso si possa diventarlo senza leggere, confrontarsi, anche criticare, altri poeti. Certo, apparentemente leggere un racconto, un romanzo richiede meno applicazione; capisco che a volte certe poesie sono difficili da comprendere. Ma quando si aprono davanti a te, ti rivelano grandi tele costellate da miniature di sentimenti per cui ogni sforzo viene ripagato.

Jean Anouilh ha detto: “L'ispirazione è una farsa che i poeti hanno inventato per darsi importanza.” Sei d’accordo?
Non completamente: io non riesco a impormi di scrivere. Quando non è il momento, un foglio bianco rimane sempre un deserto bianco con qualche scarabocchio, non fiorisce; mi è capitato invece di scrivere nei momenti e nei luoghi più impensati. D’altra parte credo sia necessario creare un “habitat poetico” dove la poesia possa nascere: ogni mia ballata ha un suo sottofondo musicale, un brano che ho ascoltato, ho continuato ad ascoltare, mentre l’ho scritta. Altre condizioni necessarie sono la solitudine e, se possibile, un tuffo nella natura.

Quali sono le tue letture?
La lettura occupa una parte fondamentale della mia giornata e della mia vita, e mi piace leggere un po’ di tutto dai fumetti ai saggi di psicologia. Il mio libro di testo è il Libro dei Libri, la Bibbia. Chiaramente non tanto un passatempo, ma un libro formativo, così sconosciuto oggi; come ha detto Umberto Eco: “Perché i ragazzi delle scuole devono sapere tutto degli dèi di Omero e quasi nulla di Mosè, perché la Divina Commedia e non il Cantico dei Cantici?” O anche il filosofo tedesco Jacob Taubes “Solo ora mi accorgo che un’ora di lettura biblica è più importante di un’ora di letture hegeliane. E’ un po’ tardi per cambiare, ma posso almeno invitarvi a prendere più sul serio le vostre ore di lettura biblica, più di tutta la filosofia.”
I poeti che amo leggere e rileggere sono Montale, Ungaretti, Campana, Caproni, Sbarbaro e Fabrizio De Andrè; quasi tutti con un legame più o meno stretto con Genova e la Liguria, un cordone ombelicale comune che mi fa sentire vicino a loro. Un poeta a cui devo molto e che non mi stanco di leggere è mio nonno, Italo Rossi, da cui ho imparato i rudimenti dello “scolpire la parola”.
Gli scrittori invece sono quelli che mi fanno pensare, sorridere o emozionare: da Herman Hesse a Italo Calvino, da John Fante a Jack Kerouac, da Daniele Pennac a Stefano Benni e Andrea Camilleri.

Per concludere, secondo te perché gli altri dovrebbero leggere il tuo libro?
Spero che nessuno di coloro che leggeranno il mio libro lo faccia perché deve; spero che chiunque si avvicini ad esso sia spinto dalla curiosità e dal desiderio di confrontarsi, lo legga perché lo vuole. Ho deciso di pubblicare le mie poesie, spinto da chi mi sta vicino, solo per condividere con qualcun altro quello che provo. Mi piacerebbe che chiunque leggerà Ballate per cornamusa, melograno e orchestra di topolini mi possa aiutare a capire che effetto ha una mia poesia su chi è dall’altra parte della copertina, se quei segni stampati sulla pagina riescono a trasmettere immagini ed emozioni a chi li legge. Se ci sarò riuscito anche solo con uno di loro, far conoscere agli altri ciò che ho scritto per me avrà avuto un senso.
Grazie.