Flavio Casella
Quale motivo ti spinge a scrivere?
Sarebbe troppo facile tirare in ballo le solite frasi fatte che tutti
gli scrittori usano, le “ragioni di vita”, i “bisogni
incoercibili”… Certo per chi esercita la letteratura come
una passione e non – ancora – come un mestiere è
evidente debba esserci una sorta di “pulsione interiore”
che spinge verso questa forma di espressione. Ma per quanto mi riguarda
mi accontenterei di essere considerato come un moderno “trovatore”,
o “giullare” che dir si voglia. Ho delle storie da raccontare…
emozioni da trasmettere… mi piace pensare che qualcuno, leggendomi,
sia spinto a riflettere, si diverta o si commuova… e magari
possa sentirsi, dopo, “un po' migliore di prima”…
tutto qui.
In quali generi letterari ti esprimi?
Da sempre in narrativa. Trovo la poesia piuttosto estranea al mio
modo di sentire. La mia scrittura è tendenzialmente elaborata,
rifinita e, se vogliamo, “costruita”. Questo, che secondo
me in prosa è un pregio, tende a farsi difetto in poesia, allontanando
dalla “sintesi estrema” e dall'immediatezza che sono proprie
dell'espressione in versi. Ciò non toglie che a volte (e spesso
nel periodo più recente) mi è capitato di scrivere poesie…
ma più come gioco intellettuale (o “sfogo emotivo”,
se vogliamo) che altro; e finora le ho presentate in pubblico raramente,
e non mi è mai venuta la tentazione di proporle per la pubblicazione.
Il fatto che queste composizioni recenti siano per lo più poesie
d'amore non lo ritengo affatto un caso… e per il futuro non
pongo limiti alla provvidenza.
Che cosa pensi del mercato editoriale in Italia?
No comment! Detesto essere considerato “polemico” o peggio…
Parliamo di letteratura, per favore!
E che cosa pensi dei circoli letterari, dei concorsi e delle scuole
di scrittura creativa?
Visto che del consiglio direttivo di un circolo letterario faccio
parte (Circolo Pickwick di Besana in Brianza) e ne dirigo la rivista…
e che ho fatto parte anche di giurie e comitati organizzatori di concorsi…
beh, sarebbe eccessivo pretendere che ne parlassi male, no? Scendere
nei dettagli significherebbe dilungarsi per ore, e non mi pare il
caso… Dirò solo che il “bisogno” sincero
e non mosso da altre motivazioni di esprimere se stessi attraverso
l'arte è meritevole e andrebbe incoraggiato in ogni modo; altrettanto
fermamente andrebbe incoraggiata la tendenza ad una ferrea “professionalità”
(che è l'esatto contrario del “professionismo”)
nel presentarsi a un pubblico. Assistere a desolanti esibizioni di
“dilettanti allo sbaraglio”, come se ne vedono troppe
in giro, mi scoraggia, purtroppo… Finché non ci convinceremo
che per fare qualcosa non basta “averne voglia” o “sentirne
il bisogno”, ma è pur necessario, in qualche misura,
“esserne capaci”, non sfuggiremo mai al pubblico dileggio…
Per quanto riguarda le “scuole”… sono il primo a
ritenere che il confronto e l'approfondimento siano non solo utili,
ma indispensabili in qualsiasi attività umana, maxime nell'arte…
Ogni iniziativa che favorisca l'incontro, lo studio e lo scambio di
esperienze tra artisti è meritevole… Ma per favore non
chiamiamole più “scuole”! Chiamiamole laboratori,
accademie, seminari, l'accidente che volete, ma “scuole”
proprio no! L'idea che qualcuno possa pretendere di “insegnare
a diventare artisti” francamente mi ripugna!
Quale posto ha il successo nella tua considerazione?
Un posto di tutto rispetto, lo confesso! Per natura sarei ambizioso,
aspirerei alla gloria piuttosto che al successo. Ma sono convinto
che la gloria necessiti di secoli, più che di anni, per essere
credibile. Le mie credenze escatologiche sono piuttosto labili, non
riesco a immaginarmi in forma di etereo spirito che dall'al di là
contempla soddisfatto la sua raggiunta gloria “post mortem”.
Per cui mi accontenterei di entrare nelle classifiche dei best-seller
da vivo…
Quale frase o massima ti sarebbe piaciuto scrivere?
Tante… Una per tutte: “C'è gente che possiede una
biblioteca come un eunuco un harem.” (Victor Hugo). La trovo
molto rappresentativa dello stato attuale della “lettura”,
in Italia e nel mondo.
Pensi che l'immagine stia sostituendo la parola stampata?
Che cosa pensi degli e-book e delle pubblicazioni in Internet?
L'immagine non sostituirà mai la parola stampata, semmai la
affiancherà… e il rischio che diventi preponderante e
la faccia, se non morire, perlomeno perdere d'importanza (o meglio
“di presenza”), purtroppo esiste. Ma sono due aspetti
completamente diversi dell'espressione, non ha senso parlare di “sostituzione”…
Internet è un “mare magnum” in cui ogni cosa trova
posto e diventa visibile… “post hoc, ergo propter hoc”,
subito dopo diventa inesistente… Internet è, secondo
me, il regno dell'irrilevanza assoluta…
Piuttosto vorrei rimarcare un aspetto sul quale, a mio avviso, non
ci è ancora soffermati abbastanza: l'enorme opportunità
espressiva offerta dal cosiddetto “ipertesto”. La possibilità
di creare testi animati, che comprendano anche immagini e suoni è,
secondo me, una rivoluzione simile a quella che, in musica, ha rappresentato
l'avvento della registrazione e dell'amplificazione sonora (penso
ad esempio a Karlheinz Stockhausen e agli altri compositori moderni
che hanno utilizzato suoni “sintetizzati” e nastri magnetici,
strumenti che Mozart e Beethoven non avevano a disposizione); un ipertesto
si può leggere solo sullo schermo di un computer, non su un
libro… per diffonderlo sarebbero necessari CD e non volumi…
Mi sembra che gli scrittori, troppo distratti dalla “voglia”
di pubblicare, magari anche solo su Internet, i propri testi tradizionali,
non abbiano ancora iniziato ad esplorare a fondo questa nuova possibilità.
Io stesso esito ad accostarmici, lo confesso, l'idea in qualche modo
mi sgomenta… ma al tempo stesso mi tenta e mi affascina…
Quali sono gli autori o i modelli letterari dai quali
trai ispirazione? E perché? (A.D.V. – G.G.)
Tutti quelli che fanno del “culto del linguaggio” il loro
modello: da Manzoni a Gadda, da Garcia Marquez a Kundera a Calvino,
tanto per citare alla rinfusa. Il perché è presto detto:
perché questa è la letteratura che “mi piace”…
e scusate la banalità! Trovo che spesso la “forma letteraria”,
l'atmosfera, l'ambientazione, possano giustificare un testo; il contenuto,
il cosiddetto “messaggio” quasi mai, da soli. Per questo
continuo a preferire Joyce ad Hemingway e Calvino a Moravia. Questione
di gusti, se volete…
I tuoi racconti hanno tutti un tanto di “autobiografico”:
è una cosa inconscia o involontaria? Lo giudichi un aspetto
positivo oppure no? (G.G.)
Se l'autobiografismo è scoperto e dichiarato lo giudico senz'altro
un aspetto negativo. Detesto le “vicende di vita vissuta”.
Spero non sia così nei miei racconti, nei quali in realtà
non c'è mai nulla di “vero”, se non le sensazioni,
le emozioni di certi momenti, che ritengo comuni anche a molti dei
miei potenziali “lettori”, e ai quali cerco di comunicarle.
Credo che ogni scrittore, per quanto estraneo all'autobiografismo,
affondi le ragioni della sua scrittura nell'esperienza e nel “vissuto”
suo o di altri, e io non faccio certo eccezione.
Quali, tra i tuoi personaggi, hanno acquisito autonomia
dal testo rispetto all'autore? (A.D.V.)
Tutti! Mi si perdonerà se cito un passo di un mio racconto
(non compreso in questa raccolta) che vede il protagonista (scrittore!)
a colloquio col suo editore:
“Sì, è che quando si scrive un racconto…
uno s’immagina i personaggi, e l’ambientazione e tüss
coss, e sa dove vuole andare a parare. Poi, man mano che procede,
i personaggi… perché i personaggi sono vivi, capisci?
Se no che gusto c’è a scrivere?.. i personaggi ti prendono
per mano, e pian piano ti portano dove vogliono loro, e alla fine
il racconto ti viene più lungo, o più corto, o magari
va a finire in un modo che non t’aspettavi…”
E io la penso proprio così…
Tu sembri un ragazzone con del grigio addosso, più
un grigio malinconico che di età, ma i tuoi personaggi che
ti somigliano sono più avanti di te, quasi ti precorressero.
Sono quello che credi di essere o quello che vorresti essere? (S.C.)
Quanto di Salvo E. Fallaci, tuo incontestabile anagramma, ti appartiene
seppur nascosto dalla “dura e opaca scorza“ che la vita
ci costruisce addosso come un progetto di autodifesa? (A.D.V.)
Qui dobbiamo riallacciarci a quanto detto in precedenza: i miei personaggi
“non sono” me, mai, anche se a volte mi somigliano. Non
sono neppure ciò che credo di essere o che vorrei essere. Hanno
una loro vita e una loro indipendenza, ed è questo il bello
dello scrivere… e del leggere. Salvo E. Fallaci è quello
che mi somiglia di più, e volutamente… ma neppure lui
è me, la sua “biografia” è, se pur lievemente,
sostanzialmente diversa dalla mia. E quanto al “precorrere”…
sì, il grande fascino dell'invenzione letteraria è che
permette veramente di “spingersi più avanti” nelle
regioni del sogno e dell'immaginario…
Si ha l'impressione, leggendo i tuoi racconti, che siano
stati sottoposti a lunga fermentazione e successiva distillazione
prima di offrirne il “nettare maturo“ ai lettori. Confermi?
(A.D.V.)
Assolutamente sì! Ne ho accennato all'inizio e lo ribadisco:
la narrativa necessita di un instancabile e assiduo “labor limae”;
la narrativa, per dirla con Beppe Fenoglio, è fatta anche,
e soprattutto, di “sudore e lacrime”. Un racconto breve
lo si può scrivere nello spazio di una serata… ma possono
volerci settimane per rivederlo e portarlo alla stesura definitiva.
In questo ogni autore ha i suoi metodi: per quanto mi riguarda –
ammesso che interessi a qualcuno! – sono piuttosto restio ad
apportare “cambiamenti strutturali” (soppressione o spostamento
di capitoli o paragrafi, ad esempio) a lavoro concluso; se mi capita
di farlo lo faccio piuttosto “in corso d'opera”, mentre
ancora il racconto è in fase di creazione. “A posteriori”
mi dedico soprattutto al “suono” delle parole (e non mi
vergogno affatto ad usare grammatiche e dizionari) e, soprattutto,
alla punteggiatura.
In tutti i tuoi racconti pare di cogliere un senso di
“mancanza”, di “incompletezza” come il desiderio
di poter tornare indietro per modificare quanto è accaduto.
È un vero “desiderio” oppure una di quelle cose
che l'autore mette nella propria opera senza rendersene conto? (G.G.)
È piuttosto difficile “autoanalizzarsi” a tal punto...
Penso che in questo mio atteggiamento (indubbiamente fondato e riconoscibile),
operi anche la mia profonda convinzione che “il lettore sia
parte attiva del processo creativo”: in altre parole un racconto
acquista una veste definitiva quando il lettore lo “interpreta”
alla luce della propria sensibilità e lo fa suo. Ora, tanto
più un racconto è “compiuto” e inequivocabile
nel suo significato, tanto meno lascia spazio alla fantasia del lettore.
Da qui deriva probabilmente la mia tendenza a scrivere racconti “aperti”,
che il lettore possa interpretare alla luce della sua propria sensibilità…
e questo li rende appunto, in qualche misura, “incompiuti”
e “modificabili”.
Mi spieghi perché i tuoi personaggi non riescono
ad essere “sessualmente felici”? o vanno in bianco o sono
costretti a ritirarsi… (S.C.)
Anche questa è una domanda difficile… Credo sia perché
ho sempre ritenuto che la tristezza e la malinconia siano emozioni
più “letterariamente interessanti” che non la gioia
o l'ilarità. Non ho mai creduto alla favola del “vissero
tutti felici e contenti”; già da piccolo preferivo le
favole “tristi” (come ad esempio “La sirenetta”
o “Il soldatino di piombo” di Andersen) che non quelle
“a lieto fine”. Se poi si vuole far riferimento al mio
“vissuto”, si potrebbe tirare in ballo la mia tendenza
a vivere ogni tipo di rapporto (anche e soprattutto quelli sentimentali)
in maniera conflittuale e “non gioiosa”… Ma qui
rischiamo davvero di addentrarci nella psicanalisi piuttosto che nella
letteratura…
Che cosa ha significato per te il periodo in cui ti sei
dedicato alla science-fiction? L'hai abbandonata perché non
ti era più sufficiente per esprimere ciò che volevi?
Continui a considerarlo un periodo positivo? (G.G.)
La risposta è “sì” ad entrambe le domande:
nella SF mi sentivo stretto, e in più non mi sentivo francamente
“compreso” del tutto… Anche oggi ritengo che la
maggior parte dei miei lavori abbia una forte componente di fantastico;
ma quel tipo di “fantastico” non era apprezzato dal mondo
degli appassionati di fantascienza. E la conoscenza di autori come
Dick, Sturgeon, Zelazny, Ballard, la giudico altrettanto importante
per la mia “formazione letteraria” come quella dei “grandi
classici”; inoltre proprio attraverso l'incontro con le invenzioni
verbali degli autori della “New Wave” (soprattutto in
quanto avvenuto in età giovanile) ho maturato quel “culto
della parola” di cui ho poc'anzi parlato, prima ancora di conoscere
autori come Joyce, Gadda, Calvino e Queneau.
Pensi veramente ciò che è velatamente adombrato
in “Racconti in modo minore”, cioè che per aver
successo nello scrivere la buona sorte, gli appoggi, le conoscenze,
siano altrettanto importanti – se non di più –
del saper scrivere? (G.G.)
Posso concludere, dopo tanta “seriosità”, con una
citazione irriverente?…
Nella vita non ci vuole
né talento o applicazione
né sgobbare come un mulo
ma fondamentalmente… culo!
(Rocco Papaleo)
Nota dell'Autore:
per questa intervista, rilasciata a “Prospektiva” in occasione
della presentazione del mio volume di racconti “Movenze d'incognito
azzurro”, ho preferito “evadere” dalle solite domande
che ogni redazione pone normalmente agli autori (e che sono comunque
presenti nella parte iniziale dell'intervista stessa).
Ho quindi chiesto ad alcuni amici (che mi conoscono e che già
hanno letto il libro letto il libro) di rivolgermi domande più
strettamente “pertinenti” alla mia figura e alla mia opera.
Alcune di esse saranno incomprensibili per chi non conosca me e i
miei racconti, e me ne scuso.
Agli amici (Stefania Corrocher, Adriana De Vincolis, Giuliano Giachino)
che si sono graziosamente prestati alla mia richiesta (le loro iniziali
sono presenti in calce alle rispettive domande) va invece il mio più
sincero ringraziamento.
Flavio Casella