Massimo Canetta
parla del suo
"Contastorie"
Perchè il Contastorie?
Il contastorie nasce da un’esigenza, dalla necessità
di scacciare un incubo ricorrente che non mi permetteva di dormire.
E’ bastato scrivere, raccontare, descrivere il fatto e tutto
è passato.
Non mi sono detto: “adesso lo racconto così mi passa
tutto.”, ho inserito questo passaggio in una storia che stavo
scrivendo allora e lentamente è apparso ciò che oggi
è il Contastorie mentre, contemporaneamente, è svanito
quel maledetto incubo.
La scrittura come terapia: non avrei mai creduto che fosse possibile
davvero, eppure scrivere questa storia mi ha permesso di risolvere
questo piccolo dramma personale.
Quindi il tuo rapporto con la scrittura è sempre
di necessità?
No, non è sempre così, anche se per me scrivere è
davvero una necessità. Spesso le storie mi si presentano all’improvviso,
mentre cammino, mentre guido, anche mentre sto scrivendo altro, come
se ci fossero nell’aria milioni di storie da raccontare e non
puoi fare a meno di essere colpito, centrato in pieno e raccontarle.
E’ quello che loro si aspettano da te.
E una volta "colpito" dalla storia?
Sai, quando una storia aspetta di essere raccontata non c’è
molto da fare. Di solito mi siedo davanti al computer (purtroppo il
mio rapporto con le penne e con le biro si è un po’ deteriorato
nel tempo… solo le matite resistono) e scrivo una frase, di
solito la prima che mi viene in mente.
Non ci crederai ma non mi è mai capitato di dover pensare ad
una frase: la scrivo e basta. Il resto è davvero incontrollabile.
Ho provato a stendere scalette, schemi, percorsi… niente da
fare. Quando la storia vuole andare da qualche parte non c’è
possibilità di fuga. Devi andare proprio là, dove vuole
lei.
Mentre stai scrivendo permetti a qualcuno di leggere
i tuoi lavori?
Certamente! Anzi, non riuscirei a farne a meno. Sono assolutamente
convinto dell’importanza della condivisione. Ci sono persone
con cui ho instaurato un legame affettivo-letterario davvero speciale.
Sono le persone che mi stimolano, che mi danno consigli ma, soprattutto,
sono le persone con cui posso condividere questa grande passione.
E io faccio lo stesso con loro… o almeno lo spero.
Il Contastorie ha in sé un rapporto importante.
E' autobiografico?
Questo è ciò che mi chiedono sempre dopo la lettura
di ciò che ho scritto. Se nell’autobiografia di un uomo
mettiamo anche i sogni allora sì, il contastorie è autobiografico.
Nel Contastorie ci sono parecchie icone: passaggi della mia infanzia,
dell’adolescenza, del mio presente che sentivo importanti e
che volevo fissare assolutamente, ma la storia narrata è totalmente
inventata. L’amicizia ricopre ovviamente un ruolo fondamentale
nella mia vita e questo è il filo che lega i protagonisti dall’inizio
alla fine, oltre all’immagine del vecchio maestro che è
un po’ una costante nelle mie storie, fino ad oggi.
Il vecchio maestro?
Sì, un giorno un amico mi fece notare come nelle mie storie
apparisse sempre, o almeno spesso, la figura di un vecchio, di un
uomo che ha con sé il tesoro della conoscenza ed è stato
allora che ho deciso che prima o poi avrei dedicato un’intera
storia a quest’uomo così importante, seppure nel mio
immaginario. Credo che sia fondamentale – o per lo meno una
grande fortuna – avere qualcuno che sappia individuare, stimolare,
comprendere, incoraggiare le nostre attitudini, le nostre passioni
e questo è ciò di cui il protagonista del Contastorie
ha potuto godere. E’ un compito importantissimo e delicato che
dovrebbe essere svolto dai genitori ma anche dalle insegnanti delle
scuole elementari e medie, che hanno a portata di mano i sogni creativi
dei nostri ragazzi, le loro aspirazioni e i loro progetti invisibili.
Quando scrivi ti ispiri a qualche scrittore in particolare?
No, non mi ispiro a nessuno in modo particolare anche se è
inevitabile venire influenzato dallo stile dello scrittore che stai
leggendo o che hai apprezzato. Questo sì, a volte mi capita.
Non in questo caso però. Il Contastorie ha avuto una vita tutta
sua, non mi ha influenzato nessuno se non il contastorie stesso.
Se lo dovessi riscrivere sarebbe diverso?
Questa stessa intervista sarebbe diversa. Il nostro modo di vedere
la vita cambia di giorno in giorno. Il mio stile di oggi pomeriggio
è diverso da quello di questa mattina e lo sarà ancora
di più domani. Spero che questo gioco non finisca mai. Del
Contastorie, ovviamente, resterebbe il messaggio, l’importanza
che le parole hanno nella storia ma l’abito avrebbe un taglio
decisamente diverso. Lo sarebbe stato anche il giorno successivo al
mio “visto si stampi” ma volevo smetterla di far impazzire
il povero editore.
Molte revisioni quindi?
Fosse per me continuerei all’infinito e non mi accontenterei
mai. Ora mi sto attrezzando per utilizzare metodi più pragmatici
e meno astratti. Voglio arrivare a cinque revisioni, serie, con tempistiche
precise e obiettivi chiari.
Ovviamente non ci riuscirò e proseguirò nel mio disordine.
E farò impazzire ancora qualcuno…
Per chiudere... Qualche autore che ami particolarmente?
Da sempre e per sempre Cesare Pavese. Questo è un amore di
quelli senza limiti, senza discussioni. Se invece vogliamo guardare
avanti e scegliere qualcun altro posso solo dire che io amo parecchi
scrittori, forse quanto altri ne disprezzino altrettanti. Mi piace
molto leggere e, nonostante qualche fregatura, ultimamente ho letto
libri davvero interessanti. Non mi chiedere però di darti un
titolo in particolare. Siccome mi sento generoso te ne fornisco tre:
“La versione di Barney” di Mordecai Richler, “Le
correzioni” di Johnatan Frenzen e “Il meglio che possa
capitare a una brioche” di Pablo Tusset anche se ne ho una decina
che reclamano una menzione. Vorrei però citare anche tre autori
italiani perché, purtroppo, noi italiani siamo spesso troppo
esterofili, anche nel nostro rapporto con la lettura. Non su tutti
ma per tutti: “La chimera” di Sebastiano Vassalli, “Il
conto dell’ultima cena” di Andrea G. Pinketts e “Codice
ombra” di Mario Biondi.