<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Alessandro Acito Prospettiva editrice
 


Giovanni Campana
parla del suo libro
"Sul quì e sul quà"

 

Lei si è sempre interessato ai bambini e ragazzi con difficoltà di apprendimento e comunque in situazioni di disagio: da dove le deriva questo spiccato interesse?
C’è un motivo molto specifico e molto intimo alla base di questo atteggiamento verso i bambini e ragazzi che soffrono per la scuola ed è che io stesso, da bambino e poi da ragazzo, ho vissuto lungamente la sofferenza quotidiana dell’insuccesso scolastico, trovando a volte docenti attenti e rispettosi, ma a volte la più ottusa incomprensione e durezza. Allora la dislessia non era nota e io sono convinto di presentare qualche tratto di questa singolarità di funzionamento mentale. Questo  ha costituito certamente un piccolo inciampo.
La morte della mamma, poi, mi aveva reso troppo reattivo all’insuccesso: era comprensibile che di fronte alla possibilità di non riuscire, preferissi ritirarmi rigidamente dall’impegno di apprendimento piuttosto che rischiare di non riuscire, sentendomi poi definitivamente un bambino incapace. In una famiglia come era la mia, tutta volta ai valori della cultura, dell’arte, della musica, con un padre prestigioso professore al liceo classico di Modena, questo vissuto di scolaro inadeguato mi ha segnato molto profondamente. Per questo, fin da bambino ho a lungo fantasticato - forse per rispecchiarmi in un’immagine positiva e forte di me stesso – che da grande avrei sempre capito ed aiutato i bambini con problemi, che non li avrei mai fatti soffrire… Era una cosa che dentro di me sentivo davvero molto intensamente ed era inevitabile che diventassi insegnante. 
Che prima o poi la rivincita sarebbe arrivata è qualcosa che ho sempre sperato. In effetti la svolta avvenne: come la mia vita si incrociò con quella che fu allora la mia morosa - come si diceva allora – e che ora è mia moglie, il gradino su cui ero sempre inciampato si dissolse. Penso che sia – mi scuso per il gioco di parole - l’effetto dell’affetto, che davvero scioglie, davvero rimette in piedi le vite delle persone… La terza liceo andò come andò, ma l’università fu una felice campagna di tronfi: lei mi faceva la tabella di marcia – tot pagine la mattina, tot il pomeriggio, quindici giorni per studiare questo testo, venti per quest’altro, due mesi per l’esame x un mese e mezzo per l’esame y… - divenni una macchina da studio, mi laureai poi con 110 e lode il primo giorno della prima sessione utile. Un’esperienza bellissima, devo dire. Più tardi superai tra i primissimi (su cinquemila concorrenti) il concorso nazionale da preside. Ecc. Ora sono particolarmente apprezzato come persona colta, e non mi dispiace.

Ma fare il preside non è stata una scelta di allontanamento dai ragazzi rispetto al rapporto diretto, proprio dell’insegnante?
Per la verità, da preside ho sempre dato a tutti i bambini e ragazzi – in difficoltà e non in difficoltà – un grande senso di vicinanza e di protezione. E la stessa cosa hanno sempre percepito i genitori dei nostri alunni. Per molto tempo ho imparato, ogni anno, nel giro di qualche mese, i nomi di tutti i bambini (trecento- quattrocento nomi): bambini e ragazzini si sono sempre sentiti molto importanti per il fatto che il preside li conoscesse e li chiamasse per nome. Una cosa che mi ha sempre molto gratificato e che ha sempre creato un clima di fondo di serenità, molto importante in una scuola. Dietro l’insuccesso scolastico di un bambino, di un ragazzo, dietro il ritiro dall’impegno di una bambina o ragazza c’è sempre qualche brutto rospo da sputare, c’è sempre la paura di uscir fuori, di trovarsi davanti a qualche piccolo baratro di insuccesso, che si aggiunge ad altri baratri che un bambino o ragazzo può portarsi dentro… E quando l’alunno con problemi manifesta invece sicurezza e strafottenza, ancora maggiormente è queste piccole (o niente affatto piccole!) voragini che vuole coprire.

Si direbbe dunque che i suoi interessi siano essenzialmente pedagogici.
E la scrittura? La sua biografia di un anno di scuola è un’opera unica o la scrittura è per lei un interesse importante?
Io faccio il formatore dei docenti  e passo il temo a studiare i problemi psicopedagogici dell’apprendimento come quelli psicologici e neuropsicologici delle funzioni cognitive ed emotive che strutturano l’identità e i comportmaneti mentali e pratici,  quelli sociologici riferiti alla strutturazione dei contesti di vita e alle forme collettive del pensare e del sentire. Mi occupo, per vocazione intellettuale che mi deriva dalla mia famiglia, di filosofia, di poesia, di letteratura... di tutto.  Amo Bach come un padre che almeno un volta al giorno devo devotamente riascoltare. Ho avuto qualche soddisfazione come autore di versi tra il poetico e il filosofico, sto avviandomi a pubblicare un romanzo del tipo del giallo storico – denso di implicazioni filosofico-religiose -  ho diverse cose pronte e altre in corso di scrittura.
Ma certamente il mondo della scuola mi ha sempre preso molto intimamente come luogo di grande ricchezza e bellezza. E come luogo  in cui la sofferenza dei bambini ha una parte non piccola, il che, in verità, non toglie bellezza alla scuola, ma le conferisce ancora più significato. Devo dire che, in mezzo a tante cose che mi accade di fare, tanti impegni che mi trovo a dover disbrigare, la mia testa ha sempre costantemente abitato questa sfera un po’ più interna dell’esistenza, un ambiente invisibile popolato dei sorrisi e dei pianti dei bambini e ragazzini, delle bambine e ragazzine della scuola, delle loro ansie e paure, del loro affidarsi fiducioso o ritirarsi preoccupato. Io - non so come - vivo essenzialmente questi piani dell’esistenza, il mio panorama è quello, anche se continuamente sono richiamato ai piani bassi dove mille cose devono pur essere fatte e tenute in piedi… Non mi dispiace che le circostanze della vita mi abbiano portato ad abitare essenzialmente questo luogo più interno: questi ragazzetti e ragazzette della scuola media, che non sono ancora né carne nè pesce, cui sembra di marciare a grandi passi – nonostante, a volte, le piccole sconfitte del presente - verso un futuro fiducioso, sono una inesauribile fonte di senso per la nostra vita: non si può entrare in una scuola, vivere quotidianamente la scuola come docenti, bidelle, dirigenti, impiegate…e non vedere quanto è alto questo spettacolo quotidiano dei nostri ragazzini e ragazzine, dei nostri bambini che vanno avanti svolazzando verso il futuro – un volo di farfalla, difficile da prevedere, ma leggero, bellissimo. Lo spettacolo di una classe di prima media, ad esempio, beccata nel momento in cui l’insegnante spiega e i bambini stanno attenti – contrariamente a quel che molti pensano, questo è qualcosa che esiste veramente – è uno spettacolo semplicemente stupendo. La scuola è un luogo alto della vita.

Dunque la sua scrittura nasce dalla vita, dalla scuola?
Non è proprio così. Questo racconto è autobiografico e si sostanzia del mio vissuto scolastico di allora come dei decenni di insegnamento e di presidenza, ma la mia scrittura nasce propriamente da un irriducibile impulso, direi una pulsione espressiva incontenibile, che si alimenta continuamente, oltre che della vita, anche di due fonti scritte su cui mi sono fortemente costruito: la grande letteratura, soprattutto poetica  – Dante (il Paradiso, soprattutto), Montale …, ma anche Baudelaire…, anche Rilke… -  e la grande filosofia, soprattutto ripensata attraverso alcuni grandi autori contemporanei (come, sia pure nella loro forte diversità, i nostri Severino e Cacciari):  il tema dell’essere nella sua indistruttibile permanenza e della struttura profonda del divenire che sembra distruggere ogni permanenza, il tema di come sia il Tutto raccolto in una suprema unità di senso, raccolto in uno, nell’Uno… o quello del riconoscersi in un destino di perdita di senso… Anche da un piccolo libro come Sul quì e sul quà trapelano, a ben vedere, temi metafisici: il senso di un incolmabile diversità di ognuno nel mondo, ad esempio, e il senso di un passo avanti sempre da fare e che sempre sembra impossibile compiere…