<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Valdemaro Brakus Prospettiva editrice
 


Valdemaro Brakus
parla del suo libro
"Libero arbitrio"

 

“Libero arbitrio” è il suo primo libro. Perché ha scelto di scrivere un thriller?
Quando una persona sente crescere la voglia di scrivere, il rischio più grande è che si metta a scrivere di sé: ci conosciamo bene, abbiamo tante cose da dire di noi stessi, la nostra vita, le nostre passioni, i nostri luoghi, ma ben presto ci accorgiamo che ciò che per noi è prezioso, per gli altri è banale, nulla che valga la pena di essere letto. Per fortuna, o purtroppo, il desiderio di scrivere infiamma anche l’animo di chi non vanta un passato alla Hemingway. Il thriller è un genere letterario che fra le sue righe ammette ben pochi elementi della quotidianità dello scrittore. Si rivela una sfida alla fantasia dell’autore che, limitandosi ad utilizzare la propria esperienza soprattutto per luoghi e piccoli aneddoti di quotidianità, deve dare vita ad una storia dall’intreccio serrato, avvincente, in grado di mozzare il fiato al lettore al termine di un capitolo, promettendogli una copiosa boccata d’aria solo nel capitolo successivo.

Lei sta dicendo che si scrive per gli altri?
Anche, ma quando si prende in mano la penna, o si comincia a tamburellare su una tastiera, lo si fa soprattutto per se stessi, per colmare quel vuoto che ti tormenta la giornata, che si colma solo con le parole scritte, poche o abbondanti, a lungo meditate o frutto di un flusso continuo che collega l’anima alle dita della propria mano. Poi ci sono gli altri, i lettori. Essere soddisfatti del proprio lavoro è fondamentale, appagante, e non è detto che sempre ci si riesca. Riuscire a dare qualcosa anche agli altri è il coronamento dell’idea che ti ha spinto a buttare giù la prima pagina. Ciò è valido quando nelle proprie parole c’è un nuovo significato dell’esistenza, ma anche quando ci si limita a regalare una storia un po’ diversa, macabra o allegra, ricca di tensione o rilassante.

Ha appena parlato dell’“idea”: è così che nascono i suoi libri?
Direi di sì. Ho scritto tante cose, che ho tenuto per me,  che ho fatto leggere agli amici, che ho pubblicato. Nascono tutte quante da un’idea. Non sono il genere di scrittore che si siede davanti al computer e dice “ora penso a qualcosa da scrivere”. Mi siedo davanti al computer quando un’idea mi ha attraversato la mente e sono riuscito ad afferrarla. Allora comincio a plasmarla, ne analizzo le potenzialità ed i limiti. Nel momento in cui l’idea si è fatta chiara, inizio a costruire la storia tutto intorno. Per me è una prassi non sapere come finisce il libro che sto scrivendo fino al momento in cui affronto la penultima pagina.

Tornando a “Libero arbitrio”, qual è l’idea intorno alla quale è stato sviluppato?
Se lo dicessi ne rovinerei la lettura. Quello che posso dire è che, nonostante si tratti di un thriller, ho cercato di analizzare la dualità umana. Ognuno di noi ha un lato oscuro e ognuno di noi vive un conflitto interiore, più o meno spiccato, fra ragione e fede. Sia la fede che la ragione possono portare ad uccidere, se la loro luce è così forte da oscurare l’alternativa e da accecare il nostro senno.

Sulla quarta di copertina c’è una foto del suo volto divisa in due: ha un significato particolare?
La foto è piccola ed i particolari sfuggono facilmente. Quello che si vede non è il mio volto diviso in due ma un solo lato, sinceramente non ricordo se il destro o il sinistro, ribaltato. Inutile aggiungere che questa scelta ha affinità dirette con i contenuti del libro, con la dualità di cui le parlavo prima.

Molti scrittori vengono criticati perché leggono poco. Qual è il suo rapporto con la lettura?
Non potrei scrivere se non leggessi. Ho amato i classici dell’avventura, Conrad, Hemingway, Melville. Leggo volentieri i thriller di fantapolitica, in particolar modo quelli di Le Carré. Mi piace il fantasy, in realtà soprattutto quello un po’ folle di Pratchett, ed il genere che prediligo su tutti è la fantascienza. Credo di aver letto qualsiasi cosa partorita dalla mente geniale di Asimov, un sociologo prima di tutto, che ha analizzato le paure della nostra società proiettandoci anche migliaia di anni nel futuro, ed impazzisco per Dick, la follia narrativa del quale mi fa apprezzare il mondo in cui vivo.

E in generale, quali sono i suoi interessi?
Come tutti credo, amo la musica, anche se generalmente mi tengo ben alla larga dal pop: nella mia “discoteca” personale lo spazio è combattuto fra blues, jazz, rock progressive e classica. In fondo all’elenco c’è anche qualche colonna sonora. Ho una passione sfrenata per il cinema, la settima arte. Centinaia i film che ricordo a memoria, altrettanti quelli che ho rivisto più volte, migliaia quelli che ho guardato. Mi piacciono i popcorn movie americani, non tutti naturalmente, le commedie inglesi, i drammi italiani e francesi. Le cassette che ho consumato a forza di guardarle: Guerre Stellari, Blade Runner, Il favolo mondo di Amélie, Amici miei. In questo marasma si inserisce uno spiccato interesse per la politica ed il diritto internazionale, seguo attentamente le relazioni internazionali, mi entusiasmano le ratifiche di trattati fondamentali come la Costituzione Europea. Infine c’è la mia bestia nera: l’informatica. Internet e videogiochi sono calamite alle quali cerco di oppormi con forza: purtroppo spesso cedo.