<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Chiara Bazzanella Prospettiva editrice
 


Bazzanella Chiara
parla del suo libro
"Tullio Bazzanella in Etiopia"

 

Il libro è la storia di suo nonno, Tullio Bazzanella, che nel 1936 raggiunge l'Etiopia per partecipare alla campagna militare e che, tra mille vicissitudini, ma anche discrete soddisfazioni, è rimasto nel paese africano fino al 1978. Ma si può anche affermare che si tratta di una parte della storia dell'Etiopia. Ci può tracciare brevemente alcune tappe storiche legate alla storia di suo nonno?

Naturalmente il mio lavoro prende il via dall'importante contesto storico in cui si colloca la vita di mio nonno. Come ho scritto nelle prime pagine del testo, Tullio Bazzanella si trovava in Albania al momento dello scoppio del conflitto con l'Etiopia. Quindi la sua vita era già indirizzata alla “ricerca di un luogo in cui trovare il benessere sufficiente per potersi stabilire”.
La prima tappa storica legata alla storia di mio nonno è quindi senz'altro rappresentata dal tentativo italiano di colonizzare la terra d' Etiopia. Attraverso le scelte individuali di Tullio si possono scorgere i momenti più significativi del paese africano nel corso del '900: la guerra con l'Italia, il periodo di governo britannico, il successivo ripristino della monarchia con il rientro di Hailè Selassié, fino al suo definitivo crollo conseguente all'instaurarsi della politica comunista di Menghistu a partire dal 1974.
Se la vita di Tullio Bazzanella è interessante per l'analisi della storia fascista italiana, è vero che l'interesse storico delle sue esperienze è prezioso, dagli anni '50 in poi, anche e soprattutto per un'analisi della storia etiopica in particolare, al di là della nazionalità italiana di mio nonno.

Lei ha viaggiato nel Corno d'Africa e ha visitato l'Africa del terzo millennio. Come ha visto questi paesi di oggi posti a confronto con quelli incontrati da suo nonno nel 1936? Secondo lei quali sono le differenze più importanti?

Intanto bisogna considerare che ai tempi di mio nonno l’Etiopia contava circa 25 milioni di abitanti contro i 65 milioni di oggi. Già da questo dato si possono immaginare le differenze, che si notano soprattutto nella capitale Addis Abeba. Non credo che, a parte la maggiore concentrazione di villaggi che si incontrano viaggiando, la vita nelle campagne sia molto diversa oggi da quella che poteva osservare mio nonno. Appena fuori città ancora si vedono donne schiacciate dal peso di enormi fascine di legna, ragazzi immobili nei campi con funzione di ‘spaventapasseri’, contadini che lavorano la terra con aratri rudimentali, e le abitazioni sono tuttora costituite dai tradizionali ‘tucul’. Dove è arrivato lo straniero qualcosa è cambiato, anche se gli etiopi sono molto fieri delle loro tradizioni e origini. Per le strade, accanto a donne e anziani vestiti ancora del loro tradizionale abito bianco, si vedono girare bambini con magliette di Di Caprio e la scritta Coca Cola compare ovunque. Ad Addis Abeba la ricchezza fa a pugni con la miseria e accanto a strutture fastose come l’albergo Sheraton, si ammassano precarie abitazioni in lamiera, mentre traffico e inquinamento sono in aumento vertiginoso. Come in ogni Paese povero la miseria si nota nella città, dove di conseguenza crescono delinquenza e violenza. Ai tempi di mio nonno forse la povertà era più evidente, ma si aveva meno paura a girare soli per la città. Le strade non erano asfaltate, il mezzo di trasporto più diffuso era l’asino e per le vie polverose circolavano lebbrosi e straccioni. Credo che l’impressione fosse quella di ritrovarsi in piena epoca feudale, con la potente figura dell’Imperatore onnipresente, venerato e capace di una forte presa sulle masse, circondato da principi, ‘ras’ e tutta la sua corte.

Il testo offre uno spaccato della storia italiano molto controverso: ovvero la colonizzazione e la conquista dell'impero. Secondo lei, grazie ai documenti e alle testimonianze lasciate da Tullio Bazzanella, gli italiani come si comportarono rispetto agli etiopi?

Il potere si comportò molto male, almeno fino a quando non fu sostituito il famigerato generale Graziani dal Duca d’Aosta. La gente, come sempre nei momenti di crisi, si arrangiò come meglio potette. Mio nonno lavoratore e alla ricerca di fortuna, sebbene si fosse arruolato come volontario nelle camicie nere della Legione Parini, non agì come un indottrinato di ideologie fasciste e non ebbe la presunzione di sentirsi ‘superiore’ ai neri. Come lui, altri furono rispettosi della civiltà etiope, mentre alcuni si abbandonarono alla violenza e perpetrarono soprusi, in una situazione in cui sembrava lecito farlo. Mio nonno, nel momento in cui il breve periodo di potere italiano si andava sgretolando, subì anche dei torti, da parte di europei che, in momenti di paura, rinnegarono i rapporti umani che avevano costruito, mentre fu aiutato e protetto da etiopici che lo rispettavano, anche grazie al fatto che nel frattempo aveva imparato l'amarico, la lingua ufficiale del Paese.

Tullio Bazzanella visse, seppur in tono minore, la stessa tragica sorte spettata agli italiani residenti in Libia ai primi anni settanta. Ovvero la spoliazione di parte dei beni e l'allontanamento dalle proprietà. Suo nonno come visse quei momenti?

Sicuramente male. Dopo 40 anni di lavoro appassionato e sincero si vide impossibilitato a proseguire il suo percorso e privato dei frutti che, vista la sua età, avrebbe dovuto iniziare a raccogliere. Credo che qualsiasi persona di una certa età fatichi nei mutamenti improvvisi, se questi avvengono in maniera così radicale si può parlare quasi di shock.
Fortunatamente mio nonno, avendo il sentore di quanto stava accadendo, si era preoccupato di costruire una casa in Italia, ma il rientro non fu facile per nessuno. Fu senz'altro ancora più dura per le persone proprietarie di attività, come l'amministratore della falegnameria per cui lavorava Tullio Bazzanella e di cui ampiamente si tratta nel testo.