<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Daniela Attilini Prospettiva editrice
 

 

Daniela Baldassarra parla di sé

Quando hai incontrato la scrittura?
Sono una persona molto irrequieta, alla continua ricerca di emozioni forti. Non sopporto l’ipocrisia e la superficialità e il mio carattere schietto ed esigente mi ha portato ad avere più nemici che amici. Non conoscendo molta gente disposta ad ascoltare, la scrittura è diventata il mio modo di raccontarmi, di confidare ad un Id, che scelgo ogni volta, i miei dolori e le mie speranze.

Perché un libro su un autore teatrale armeno?
L’incontro con Jean-Jacques Varoujean ha segnato una svolta nella mia vita. La sua storia è la storia del popolo armeno, è una storia di rabbia e di sofferenza che lui racconta con amore e coraggio. Credo che quando qualcuno ti fa venir voglia di diventare una persona migliore, è allora che bisogna scrivere un libro, affinché anche altri possano provare la stessa preziosissima sensazione.
Ogni autore dovrebbe avere la stupida presunzione di poter cambiare il mondo. Altrimenti è inutile levare la propria voce. Se qualcuno lo fa solo per se stesso, è un uomo mediocre.

E’ il primo libro che pubblichi. Sarà anche l’ultimo?
Se nessuno lo compra credo proprio di sì!! …Scherzo! Non lo so, non sono io a decidere. I libri nascono da soli; io attraverso periodi in cui scrivo giorno e notte perché ho dentro qualcosa di cui sento dovermi liberare, e periodi, a volte lunghissimi, di buio assoluto.

Quali sono, generalmente, le tue fonti di ispirazione?
A volte mi piace guardarmi intorno. Quando gli occhi di qualcuno mi colpiscono, provo ad immaginare la sua storia. E la scrivo.
Altre volte mi piace guardarmi dentro. Ho sempre qualcosa che mi brucia nel cuore: un amore, una delusione, una sorpresa. E la scrivo.
Scrivo in modo disordinato, prendendo appunti qua e là. Finchè, non chiedetemi come, le scartoffie prendono da sole una forma propria. E in quella forma, inaspettata anche per me, io trovo sempre qualche risposta.

Hai un sogno?
Sì, un sogno piuttosto egoista e infantile: vorrei che i miei genitori, un giorno, fossero fieri di me.