<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Daniela Attilini Prospettiva editrice
 


Interviste sulla scrittura a Giuseppe Pontiggia


Intervista a Giuseppe Pontiggia
Giuseppe Pontiggia, scrittore e critico, è nato a Como nel 1934. Ha esordito con il romanzo autobiografico La morte in banca nel 1959, a cui ne sono seguiti molti altri. Con La grande sera (1989), ha vinto il Premio Strega. Ha tenuto per molti anni dei corsi di scrittura al teatro Verdi di Milano. Oltre ad avere sperimentato una sorta di laboratorio
“radiofonico” di scrittura qualche anno fa, per l’emittente RadioRai, ha pubblicato numerosi interventi sull’argomento.

Stiamo assistendo in questi anni ad una fioritura mai vista di laboratori e scuole di scrittura creativa. Qual è il suo punto di vista rispetto a questo dilagante fenomeno?
Non mi sorprende, perché anche nel 1985, quando iniziai con i miei incontri al Teatro Verdi di Milano, una richiesta c'era, seppure potenziale, latente, non esplicita. Ora il fenomeno sta dilagando perché evidentemente risponde ad un'attesa, ad un'esigenza ampiamente diffusa, e il mercato risponde a questa richiesta con iniziative molteplici, alcune positive, altre, immagino, meno adeguate. Credo comunque che il bisogno di comunicare, il bisogno di scrivere, ci sia sempre stato, semplicemente non trovava modo di essere appagato. Sicuramente in Italia questa esigenza raggiunge il paradosso, se la mettiamo in relazione con la scarsa disponibilità a leggere. Sembra ci sia più bisogno di scrivere che di leggere, in definitiva.
Basta pensare al numero delle persone che inviano manoscritti alle case editrici: le più grandi ricevono millecinquecento manoscritti all'anno, una media impressionante.
Nel suo parziale “Corso di scrittura” pubblicato a puntate sul supplemento “Sette” del Corriere della Sera, Lei afferma: “La fascinazione segreta del verbo “scrivere” non andrebbe
mai dimenticata, pena la trasformazione dello scrivere in una professione. [ ... ] Lo scrivere professionale, a differenza dello “scrivere”, lo si può imparare. E lo si può anche insegnare”.

Che cosa intendeva?
Credo che un corso di scrittura bene impostato possa dare alcune indicazioni decisive per migliorare ed arrivare ad un livello soddisfacente, per arrivare ad una prosa corretta, funzionale e chiara. E’ il caso dello scrivere cronaca per un giornale, oppure, non so, fare il riassunto di una riunione. Lo scrivere che ha finalità più funzionali che artistiche. In questo caso uno stile lo si può effettivamente acquisire. In certi casi si acquisisce anche uno stile per il racconto di genere, che però richiede già attitudini particolari. E invece lo “scrivere”, che in quel contesto mettevo scherzosamente tra virgolette - lo scrivere nel senso più forte - questo evidentemente non lo si può ottenere attraverso un corso di scrittura. Un corso di scrittura può però sviluppare delle potenzialità, questo sì.

Quali crede siano invece le promesse che un corso di scrittura non dovrebbe fare?
Ad esempio, dichiarare: “Attraverso questo corso diventerai uno scrittore”, o dire: “Tutti siamo scrittori, il problema è acquisire una consapevolezza”. Quello che potrebbe promettere - parlo naturalmente in generale - un corso di scrittura è, ad esempio: “Migliorare la qualità espressiva della nostra prosa è un risultato che noi possiamo ottenere”, “Chi ha vere attitudini può, attraverso il corso, scoprirle e svilupparle e realizzarle”. Oppure: “possiamo dare degli strumenti efficaci per fare racconti o romanzi di genere”, naturalmente presupponendo in questo caso una attitudine narrativa, anche se non un talento letterario specifico. Per fare un buon racconto giallo non occorre essere un narratore di qualità particolari, basta avere una buona attitudine narrativa. Se facciamo un paragone con la pratica di una disciplina sportiva, non si può promettere: “Tu diventerai un campione di sci”. Impari a sciare, puoi anche fare percorsi lunghi e se hai attitudini particolari puoi eccellere. Un corso non può evidentemente promettere quello che è fuori delle proprie potenzialità.

Cosa ne pensa dell’approccio americano alla didattica della scrittura?
Io ho un'esperienza indiretta dei corsi di scrittura creativa americani attraverso trascrizioni di sedute e informazioni di amici che vi hanno partecipato. E’ un'esperienza che può essere anche utile, ma è comunque lontana dai miei obiettivi, perché là si propone, come dire, un modello di romanzo, un modello di racconto. E’ un taglio normativo legato al genere: l’obiettivo è l'acquisizione degli strumenti per elaborare un libro di genere o un romanzo di investigazione, un romanzo d'avventura, un romanzo erotico eccetera.
Io invece propongo una prospettiva problematica, affronto i problemi della prosa narrativa ma anche della prosa in senso più ampio, della prosa saggistica, e più che dare precetti cerco di individuare i problemi che deve affrontare chi scrive e fornire alcune indicazioni, attraverso esemplificazioni che vanno dai moderni agli antichi, per risolverli. C'è un taglio diverso. E penso che il modello didattico americano finisca per favorire una sorta di omologazione dei risultati, ossia il modello produce copie uniformi. La loro produzione narrativa segue molte volte degli standard. Naturalmente gli scrittori di valore sono originali, ma la maggior parte della produzione narrativa risente di questa impostazione, che tecnicamente è anche funzionale, nel senso che ottiene effetti di attenzione e di adesione da parte del lettore, però è uniforme, uguale a se stessa. L'ambizione che ho io è di sviluppare le potenzialità di chi mi segue in un senso originale, personale, considerando ognuno diverso dall'altro.

Un’esperienza del genere può, secondo Lei, se vissuta male, far perdere la voglia di coltivare una passione, e quindi essere scoraggiante? Ci sono insomma delle ‘controindicazioni’ a un corso di scrittura creativa?
No, io non penso che da questo punto di vista possa rivelarsi un’esperienza negativa. Se uno scrive solo per un impulso a riflettere, a riconoscersi nella pagina, se vuole, come dire, fissare dei programmi di vita, o analizzare anche quello che sta provando, certo continuerà a farlo, e giustamente. Lo scrivere può essere anche una attività di carattere privato, che esaurisce in se stessa le proprie finalità. Ma se uno scrive con l’ambizione di comunicare agli altri, allora deve fare i conti con i problemi relativi alla comunicazione. Ci si rende conto che per comunicare è necessario sottoporsi a certi parametri, si devono affrontare certi problemi. Potrà essere un impatto deludente, ma deludente in modo salutare.
In questo senso non penso che i corsi di scrittura incoraggino il velleitarismo, semmai lo neutralizzino. Non favoriscono le illusioni, ma le mettono a fuoco. Se invece favoriscono delle
illusioni, allora tradiscono la loro finalità. Quelli che pensano che ai corsi partecipino velleitari o illusi, evidentemente non hanno mai frequentato e neanche conosciuto questi corsi. Perché velleitari e illusi non partecipano ai corsi: voglio dire, un velleitario non crede di poter imparare, perché ritiene di sapere già. Uno che si iscrive a un corso è invece una persona che capisce che per realizzare le proprie attitudini, bisogna prima acquisire una tecnica. E’ un atteggiamento che non ha niente a che fare quello dell'illuso, capisce? E’ per questo che alla fine io non vengo sommerso di manoscritti da parte dei miei corsisti, perché si rendono conto delle difficoltà, e diventano loro stessi più esigenti, più autocritici, e quindi più cauti. Vogliono non tanto imparare a scrivere, quanto imparare a leggere, imparare a fissare il valore letterario della frase, degli avverbi, degli aggettivi; capire le modalità dello scrivere per poter leggere. In questi corsi io non faccio che proporre esempi di testi e analizzarli. Con questo metodo si acquista una capacità più immediata, più reattiva di lettura. O meglio, ci si abitua a leggere in modo più personale ed esigente.

In questi anni di insegnamento, come ha visto distribuito il suo pubblico in relazione a sesso, età e professione? Può tirare delle somme?
Direi che, in linea di massima, alle mie conferenze partecipano più donne che uomini: le donne - parliamo sempre in generale - sono più coscienziose, più serie, affrontano il problema con determinazione e anche con umiltà, che non è modestia, è semplice consapevolezza che per ottenere certi risultati bisogna lavorare. L'età media è tra i venti e i trenta, ma partecipano anche professionisti, medici, psicologi, insegnanti di mezza età e persone anziane.

Ci sono delle situazioni o delle frasi ricorrenti durante le Sue conferenze?
Una frase ricorrente che mi sento dire? Spesso all'inizio, alla prima lezione, c'è qualche persona che dice: “Io vorrei scrivere perché la mia vita è un romanzo.” E io rispondo: “Guardi che il romanzo bisogna scriverlo, non basta averlo vissuto.” Voglio dire: il problema è il futuro della scrittura, non il ricordo di ciò che si è vissuto. Questo può essere un materiale che rifluisce dal passato, ma l'atteggiamento dev'essere orientato verso il futuro della pagina. Questa riflessione ad esempio disorienta in modo costruttivo molte persone che pensavano che scrivere fosse una semplice attività, come dire, di memoria, e di trascrizione dei ricordi. C’è un luogo, virtuale, in cui coesistono produzioni letterarie diverse in quanto a qualità e
provenienza: Internet. E questo materiale, prima di essere letto, non ha bisogno di passare per le mani di nessun editore, e tanto meno nessun censore. Eppure, a ragion veduta, possiamo parlare di ‘pubblicazioni’ nel senso più vero del termine.

E’ sempre letteratura, questa?
Mah, vede, la letteratura non è, evidentemente, “ciò che è pubblicato”, ma ciò che ha certe caratteristiche, certe qualità particolari. La possibilità di essere letti anche da lettori ignoti è sempre esistita, sia pure in forme molto limitate. Ad esempio un pittore che dipinge all'aperto, oppure che espone in una piazza i propri quadri assieme a quelli di altri, si offre ad un pubblico imprevedibile. Certo su Internet la cosa assume dimensioni come mai si sono verificate, perché i lettori possono essere in tutto il mondo, ma inevitabilmente ci sarà una selezione, perché quando la Rete sarà intasata soprattutto da testi di scarso interesse letterario - lo dico su un piano statistico, è inevitabile - a un certo punto non ci sarà più l'interesse a pubblicare attraverso canali che, in fondo, non arrivano al lettore a cui si vorrebbe arrivare. Ci saranno, certo, alcuni lettori incuriositi e attenti. Io penso - anche se è difficile far previsioni - che questa attività avrà un suo pubblico che si diverte, ma è come pensare che pubblicando in ciclostile a pochissimo costo si possa arrivare ad un rapporto
vero con il lettore. Lei vede che sebbene fare fotocopie non costi nulla, la gente non stampa i propri lavori in questo modo, perché in fondo si ha il bisogno di una selezione fatta da parte di esperti, capisce? Senza per questo delegare all'esperto delle responsabilità eccessive. Gli esperti sbagliano, lo sappiamo. Però d'altra parte eliminare qualsiasi filtro porta ad una situazione caotica. Certamente si apriranno spazi nuovi e la situazione non sarà più come prima. Ci saranno diversificazioni di pubblico. Ci sarà un pubblico che ama in particolare comunicare su Internet e leggere attraverso Internet. Alcuni dicono: non cambierà niente. No! Cambierà. Ma non cambierà in modo radicale. Pensiamo alla fotografia. La fotografia non è che abbia ucciso la pittura, però l'ha modificata in parte. L'invenzione della fotografia non è stata priva di conseguenze sulla pittura stessa. Non ha avuto certo il potere di sradicarla, di eliminarla, però ha modificato il nostro rapporto con il quadro, anche nel senso della committenza. Prima si commissionavano quadri anche solo per possedere l’immagine di una persona, di un paesaggio: oggi queste funzioni che una volta erano assolte da una pittura - non certo una pittura di grande ambizione artistica - sono assolte dalla
fotografia. D'altra parte la fotografia ha milioni di appassionati. Lei vede che moltissimi sanno fotografare. Però non penso che questo alla fine favorisca l'affermazione di moltissimi fotografi. Alla fine i veri fotografi sono pochi, di solito professionisti, e dedicano tutte le loro energie, tutte le loro capacità a questa attività. Io penso che in Internet ci sarà un pubblico di appassionati che preferirà questo modo di comunicare. Ci saranno anche casi di scrittori che attraverso questo canale potranno rivelare e trasmettere testi che non avevano ottenuto accesso all’editoria. Non sarà un fenomeno grandioso. Sarà un fenomeno comunque nuovo.

Questa intervista è tratta dal libro di Luca Lorenzetti
“Un posto per scrivere - Indagine sulla scrittura creativa in Italia”
Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2001.
Per ulteriori informazioni:
http://www.prospettivaeditrice.it
http://www.scritturacreativa.com

 

 

 

 

Intervista a Dacia Maraini
tratta dal libro "Un posto per scrivere" di Luca Lorenzetti
(Prospettiva editrice) ISBN 88-87926-90-5 - euro 10,33

Dacia Maraini è autrice di numerosi romanzi, di testi teatrali e di poesie. Fra le sue opere ricordiamo L'età del malessere (1963), Donna in guerra (1975), Dimenticato di dimenticare (1982), Il treno per Helsinki (1984), La lunga vita di Marianna Ucría (1990), Veronica, meretrice e scrittora (1992), Bagheria (1993), Voci (1994), Dolce per sé (1997), Buio (1999). Nel 1997 ha condotto per la RAI la trasmissione televisiva dal titolo "Io scrivo, tu scrivi".

Signora Maraini, che cosa sta succedendo negli ultimi anni che ha portato il grande pubblico a questa grande attenzione nei confronti dello scrivere?
Io credo che questo grande fervore creativo da parte delle tante persone che, pur non pubblicando libri, scrivono ugualmente - diari, appunti, racconti - sia dettato in primo luogo dal bisogno di migliorare il linguaggio. Il fenomeno è indice di malessere nei confronti della lingua italiana. Molti, nei miei seminari, mi chiedono: come faccio a migliorare il mio italiano, il mio modo di scrivere? E' chiaro che il talento non si può insegnare, mentre si può insegnare a non scrivere male, ad evitare errori di linguaggio, di impostazione. Ma scrivere è anche un mezzo per ribadire la propria individualità: il nostro è un mondo in cui la gente sparisce nell'anonimato, e allora scrivere diventa un modo per esserci, e questa è una cosa positiva.

Ma perché la scrittura, e non un altro genere di espressione creativa?
Perché la scrittura è legata all'immaginazione, alla logica, al pensiero, cose che accomunano tutti, dai bambini agli adulti.

Alcune scuole di scrittura richiedono agli aspiranti corsisti dei requisiti particolari per poter frequentare. Lei come si è comportata finora?
Io ho preso sempre tutti nei corsi che tenevo, il mio è un sistema molto aperto. In realtà i miei seminari non si rivolgono a dei professionisti della scrittura, ma solitamente ad aspiranti tali. Le creative writing schools, le scuole di scrittura creativa di tipo anglosassone, sono esperienze didattiche svolte per la gran parte in ambiente universitario, e quindi più finalizzate alla formazione professionale. In queste scuole si ha a che fare con giovani scrittori, che magari anche già pubblicato qualcosa. In questo caso capisco che possa essere necessaria una selezione più rigida. Le nostre esperienze sono meno istituzionali, più popolari e sperimentali.

Dopo aver coordinato diversi di seminari e laboratori, come è dovuto cambiare il suo modo di porsi rispetto alla didattica della scrittura con l'esperienza televisiva di 'Io scrivo, tu scrivi'?
La differenza fondamentale sta nel fatto che la trasmissione non aveva come scopo la preparazione di scrittori professionali ma era incentrata sul rapporto dei cittadini con la scrittura e la lettura. In ogni puntata ho letto e presentato dei libri perché mi interessava che il mio pubblico fosse incentivato prima di tutto a leggere, e quindi a riscoprire i classici, soprattutto quelli italiani. Ho riproposto Leopardi o Manzoni, ma anche autori che andrebbero recuperati come Morselli, Delfini, Anna Messina, Landolfi. Un vizio che incontro spesso è quello di leggere sempre in traduzione: la traduzione è un compromesso tra l'assoluto di una lingua e l'interpretazione di un traduttore. Quando ai seminari chiedo cosa leggono, scopro che praticano solo le traduzioni e non conoscono i classici italiani. Se uno vuole scrivere deve avere un rapporto con la lingua scritta del proprio paese, quella del passato e quella contemporanea.
Come ho già detto, i seminari si svolgono solitamente con la partecipazione di persone comunque interessate alla scrittura professionale, mentre questa esperienza televisiva era rivolta a tutti, era, potremmo dire, più "popolare", più divulgativa. Io dovevo tenere presente questo: non mi rivolgevo ad un pubblico di specialisti, ma ad un pubblico veramente vasto, e anche più variegato. D'altronde ho ricevuto lettere da carcerati, da bambini di scuole medie, e anche elementari; ho ricevuto lettere da casalinghe, da sarti, da dentisti, dalla gente più inaspettata. Questo ha reso il compito più difficile per me: dovevo mantenere un linguaggio semplice, chiaro, molto accessibile, ma nello stesso tempo non volevo abbassare il livello della discussione: riflessioni mai corrive, mai superficiali ,anzi a volte anche difficili, ma rese chiare da un linguaggio piano e accessibile. Una scommessa insomma.

Riguardo ai fruitori delle esperienze formative sulla scrittura creativa, abbiamo rilevato, e Lei forse me ne potrà dare conferma, che il pubblico femminile è spesso quello maggiormente presente e sensibile.
Mah, questo è curioso. Come dicevo, ho ricevuto migliaia di lettere, ne ho gli armadi pieni e ho passato le giornate a leggerle, perché, dopo la prima cernita più grossolana, lo facevo personalmente. E molte erano davvero belle. Ebbene, quasi la metà di queste lettere sono state scritte da uomini, e questo non me l'aspettavo. Solitamente ai miei seminari partecipavano più donne che uomini. Ma quando si è trattato di lettere, quasi la metà sono state scritte da uomini. Di tutte le età poi, anche molto giovani, adolescenti di tredici, quattordici anni che cominciano a scrivere, che danno forma alle loro fantasie. E ancora pensionati, medici - molti medici -, avvocati, ingegneri, grafici. Strano no?

Lei è stata spesso chiamata a confrontarsi culturalmente e letterariamente con l'opera di grandi scrittrici, soprattutto dell'ultimo secolo. Esiste una scrittura "al femminile"?
Credo di sì, ma non si tratta di una questione di stile o di contenuti: sarebbe stupido distinguere argomenti o stile esclusivamente "femminili", perché questi dipendono dalla personalità di ognuno. Si tratta invece di una questione di prospettiva, di una questione di punto di vista: è un uomo o è una donna a scrivere un libro, non esiste un neutro che scrive. E questo uomo e questa donna hanno dietro di sé una storia che non è solo quella personale ma quella di una generazione, di un paese, di una lingua e quindi una storia anche di genere. Il maschile, ricordiamolo, è sempre stato considerato soggetto universale: in quasi tutte le lingue che conosciamo il genere maschile è la norma e il genere femminile è una derivazione dalla norma.
Lo sguardo femminile vede il mondo maschile da un punto di vista diverso, storicamente diverso. Per esempio: il concetto di mistero femminile è stata una costante della letteratura maschile, tanto da diventare una luogo comune. Ebbene Patricia Highsmith ad esempio ha introdotto in letteratura il "mistero maschile", cosa rara e inedita nel mondo dei libri. Possiamo dire che finora la prospettiva femminile è stata sì presente nelle lettere, ma poco rilevante dal punto di vista del prestigio, o delle istituzioni letterarie.

Lei ha uno scopo che cerca di raggiungere scrivendo?
Scrivere è un piacere fine a se stesso. Quando comincio a scrivere la mattina, provo proprio un piacere fisico nel riempire la carta bianca con dei segni che raccontano la mia immaginazione. Una volta finito di scrivere poi bisognerà pensare alla pubblicazione, e quindi si affronteranno i problemi dell'editoria che sono tanti e spesso penosi, dato che il nostro è un paese che legge pochissimo. Ma questo viene dopo.
Nessuno ti costringe a scrivere, lo fai solo se hai una passione. Io cerco spesso di spiegare che il fattore principale è la gioia di narrare. Certo, se ne fai una professione devi anche porti i problemi dei rapporti con il mercato. Ma dopo, sempre dopo. La spinta alla narrazione non può nascere da calcoli editoriali o economici. Ogni autore serio insegue le sue ossessioni, non sapendo se il pubblico dei lettori amerà ciò che scrive oppure lo ignorerà. Ogni volta è una sorpresa. Si può solo sperare che vada bene, che i lettori provino nel leggere lo stesso piacere che abbiamo provato noi nello scrivere. Ma non c'è niente di garantito, niente di assicurato, anche dopo un grande successo.
Il mestiere dello scrittore è duro, difficile, come tutti i mestieri immagino, spesso si va avanti solo per tigna e per passione perché si viene scoraggiati in tutti i modi. Spesso i guadagni sono scarsi se non nulli, nel caso dei poeti per esempio. E allora si faranno altri mestieri, come insegnare, lavorare alla radio, nei giornali, per il teatro o per la televisione.

Basta quindi che ci sia un piacere alla base della pratica della scrittura, perché questa possa anche esaurirsi nell'intimità.
Ci sono due fasi. La prima fase riguarda il puro piacere di scrivere. Il piacere di esprimersi, di ricercare parole nuove, di trovare la metafora giusta, il ritmo giusto. Poi c'è una seconda fase in cui emerge il desiderio che questo piacere venga condiviso da altri. Ma questo implica studio, applicazione, apprendimento di tecniche narrative e forza di comunicazione. E' come quando uno si alza e ha voglia di cantare: è felice di farlo, magari in bagno, mentre si fa la doccia. Ma se poi vuole esibirsi su un palcoscenico ed essere ascoltato da una platea, è chiaro che dovrà studiare, affinare e dare corpo alla voce, esercitarsi mattina e sera, diventare un professionista insomma. Io posso provare piacere a cantare, avere una bella voce, essere intonato, ma la cosa si esaurisce lì. Se invece pretendo che gli altri mi ascoltino, allora devo apprendere una tecnica: devo conoscere la musica, sapere bene di che si tratta, impostare la voce ecc. In quel momento si entra in una zona più complessa, più difficile: vengono fuori la concorrenza, la selezione. Anche possedendo una buona capacità di affabulazione, anche sapendo raccontare è inevitabile che qualcun altro saprà farlo meglio di noi.
Queste due fasi sono separate: ci si può anche fermare alla prima, non c'è bisogno di raggiungere la seconda. Molti infatti mi scrivono dicendo: "Io sono felice quando scrivo". E basta. Questa felicità è fine a se stessa, e va benissimo così. Oppure si può scrivere per un piccolo giro di amici, o, adesso con Internet, si può entrare in un sito di aspiranti scrittori e scambiarsi informazioni, giudizi e pareri. Anche questo può essere un modo di esprimersi. E la cosa può finire lì, oppure sfociare in qualcosa di più grande. Ma deve avvenire naturalmente, per forza di cose, non per la spinta di una ambizione astratta e frettolosa.

Lei non crede che la consapevolezza di un inevitabile confronto possa essere uno stimolo alla competizione?
Io non la metto mai sulla competizione. Nei miei seminari evito la competizione perché genera dei rancori, degli odii, che non mi piacciono. Parto da un presupposto di parità, poiché tutti sono ugualmente meritevoli di attenzione. Però critico, osservo, cerco di fare capire i difetti, gli errori. C'è anche chi evidentemente ha delle ambizioni sbagliate. Ci sono quelli che dicono: "voglio essere una scrittrice!", "voglio essere uno scrittore!", ma in realtà non hanno nessuna capacità, né alcun talento. Alcuni non sanno nemmeno esprimersi in italiano, fanno errori di grammatica, di sintassi. Si cerca allora di farglielo capire, anche se io mi sforzo di essere sempre gentile il più possibile, perché non serve a niente essere aggressivi, o sprezzanti. Cerco di tirare fuori il meglio da ognuno. Dalle mie esperienze di seminari ho potuto notare che comunque gli aspiranti scrittori non vengono scoraggiati dalle critiche, perfino quelle più severe, anzi: nel momento che imparano qualcosa, sono contenti.
Quello che li scoraggia sono invece i rapporti con gli editori, il fatto di non riuscire a farsi leggere, non dico a pubblicare, ma anche solo a farsi prendere in considerazione, questo scoraggia. E io non posso più aiutarli, nel momento in cui entrano nel mondo della competizione non posso seguirli. E' lì che ritengo avvenga la vera delusione, il momento di disperazione.

Quali sono, rispetto alla pratica della scrittura, i modi di essere, i vizi, gli errori che accomunano i partecipanti ai suoi corsi?
Innanzitutto, si legge poco. Questo porta a degli equivoci nel rapporto con la propria scrittura: molti pensano di saper scrivere perché hanno una conoscenza del parlato. La lingua parlata è povera, sorda, opaca; è poco sensuale e spesso inespressiva. La scommessa è adoperare un linguaggio credibile che non sia gergale. Spesso gli scritti degli aspiranti scrittori sono incrostati e appesantiti dai gerghi. Il gergo è un parassita della lingua, e molti non riescono a liberarsene. I gerghi di solito sono legati ad un gruppo sociale. Ma mentre chi lo usa conosce l'itinerario che segue, molte persone adoperano queste formule linguistiche senza esserne coscienti. E questo sa di appiccicaticcio, di falsità: ciò avviene sia col gergo politico, che medico, che calcistico, che legale.
La lingua italiana di oggi è infestata dai gerghi, e nel processo creativo è la prima cosa che viene fuori: i laboratori di scrittura dovrebbero quindi innanzitutto impostare una terapia del linguaggio per liberarlo da questo e da altri parassiti. Gadda è l'unico che ha adoperato i gerghi come materiale espressivo. Il suo è un lavoro di furore critico: lui li fa esplodere dall'interno i gerghi, rendendoli comici. Molti invece li usano mimeticamente, per dare un'impressione di naturalezza, ma poi ci cascano dentro. I gerghi soffocano la lingua come i licheni soffocano la corteccia di un pino. Escludere i gerghi è una operazione difficile, ma decisamente il primo dovere di ogni scrittore.
E nella lotta alle imperfezioni delle propria scrittura, purtroppo non credo che il computer sia un buon alleato. Il computer dà questa parvenza di compiutezza estetica: un testo scritto al computer sembra già pronto per essere stampato.
Un racconto, anche pieno di sgrammaticature, può apparire ben confezionato. E' talmente graficamente ben composto, con i caratteri scelti, tutto pulito, che non sia ha l'impressione che sia un lavoro in fieri. L'errore che fanno molti è di fermarsi 'alla prima osteria'. Scrivono una cosa, lì per lì ne sono soddisfatti, sono infatuati di un'idea e poi non ci lavorano sopra.
Anch'io uso il computer da un po' di tempo ma ogni volta stampo, correggo a mano e poi riporto le correzioni sullo schermo e riprendo da capo. Questo tante volte finché non sento che il testo ha subito un processo di purificazione.