<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>politica della casa editrice Prospettiva editrice
 

 

Il rapporto autore-editore
di Andrea Giannasi



Rapporto aulico tra Dei impuniti e candidi o baruffa da carbonari stanchi e ubriachi? Questo il dilemma nel rapporto tra autore ed editore che vorrei cercare di aprire. Non tanto per chiarirlo, anche perché potrei essere accusato di partigianieria, quanto per puro spirito polemico, considerata la mia toscanità.
Ma non voglio certo lasciar andare i buoi fuori dalla stalla prima di non aver ben compreso il loro tragitto al pascolo. E per fare questo e per non perder tempo dietro a parole inutili vorrei raccontarvi due storie. Una coinvolge Eugenio Montale, poeta di grande spessore e come vedrete, presto stanco di dover lottare con gli editori. L'altra invece appartiene in tutto e per tutto al più grande scrittore italiano del novecento: Beppe Fenoglio. L'affermazione di incommensurabile grandezza dello scrittore albese è mia e compete a me, ove e quando lo riterremo necessario, regolarla.
Non conosciamo la data precisa dell'inizio del rapporto tra editore e scrittore. Presumibilmente agli inizi del 1600, ma forse già nelle caverne preistoriche c'era chi barattava spazi sui muri delle caverne per disegnare cavalli e cervi. Non sveleremo mai questo arcano. E forse non ci interessa farlo. Entriamo dunque nel vivo della questione. Tra gli esempi. Tra le storie.

Eugenio Montale nel 1939 è già il poeta italiano più famoso non solo in Italia ma anche in buona parte del mondo alfabetizzato. Ha pubblicato "Ossi di seppia" con Piero Gobetti nel 1925 (e per chi non lo sapesse si vada a vedere la "storia" di Piero Gobetti), ma non è felice del risultato, così scrive a Giulio Einaudi.
"Caro Einaudi, un libro come quello che Lei mi propone presupporrebbe una chiarezza critica che io, per ora, non ho in materia. Siccome non ho cessato di far versi (pochi), ho bisogno piuttosto di oscurità interiore che di autocoscienza. Non sarà così per tutti, ma è così per me.
Ma arrischio una controproposta, destinata a fallire nel caso Lei pubblichi solo organiche 'collezioni' (perché mai Le consiglierei una collezione di poeti, oggi!). Pubblicherebbe entro il '39 la raccolta delle mie poesie posteriori a Ossi di seppia? Saranno 40, non lunghe. Con titanici sforzi tipografici, spazi sapienti e carta di un certo spessore si può farne un libro di mole normale (non vorrei la solita plaquette) da vendere a 10 lire o più. L'esito di 1000 copie sarebbe credo, sicuro. Ho venduto 3000 di "Ossi di seppia", in dieci anni, è vero, ma con editori irreperibili e che han fatto di tutto per non vendere nulla. In un anno di tempo andrebbero certamente.
Ci pensi un poco, con Suo agio, caro Einaudi, e gradisca i miei saluti grati e cordiali. Eugenio Montale".

Giulio Einaudi decise di pubblicare "Le occasioni" nel 1939 e dopo pochi mesi mandò in ristampa "Ossi di seppia", ma il rapporto finì lì. Montale ed Einaudi dal punto di vista editoriale non si incontrarono più. Forse perché il poeta aveva scavalcato il muro e invaso il terreno dell'editore, forse semplicemente perché aveva scritto una parola di troppo. Lui, che era poeta di versi scavati.

Qualche anno dopo, siamo nel 1950, Vittorini, su suggerimento di Italo Calvino incontrò un giovane scrittore della provincia piemontese: Beppe Fenoglio. Iniziò un rapporto forte e intenso che condusse a diverse pubblicazioni e all'uscita nel 1954 de "La malora" che il curatore di Collana (si trattava dei Gettoni - n. 33 per i bibliofili), Elio Vittorini, presentò in tono polemico. Lo scrittore siciliano nel risvolto di copertina scrisse: "Questi giovani scrittori dal piglio moderno e dalla lingua facile".
A causa di questa frase i rapporti tra la casa editrice e Fenoglio si incrinarono e lo scrittore firmò un contratto con Livio Garzanti. Nel 1959 uscì "Primavera di bellezza". Ma Fenoglio, sempre in difficoltà economiche, si riavvicinò ad Einaudi con il quale pubblicò nel 1961 "Un giorno di fuoco".
L'autore aveva però un contratto editoriale della durata di cinque anni con Garzanti e la pubblicazione venne sospesa. Ne nacque una lunga querelle legale. Nel frattempo la salute di Fenoglio, già precaria a causa di una brutta asma bronchiale, peggiorò e nel febbraio del 1963 lo scrittore morì a causa di un cancro ai polmoni. Tre mesi dopo, sbloccata la vertenza giudiziaria, Livio Garzanti editò "Un giorno di fuoco", facendo inviare al macero le copie dello stesso libro edite da Einaudi.

Dunque se da una parte Montale di esibisce in consigli editoriali da navigato editore, Fenoglio non trova pace nei suoi rapporti con gli editori trovandosi invischiato in una questione legale della quale, purtroppo, non vide la soluzione.
Cosa ci insegnano questi esempi, direbbe una brava maestrina di provincia? Nulla per chi non li vuole comprendere; molto per chi come me cerca di costruire quello che Giulio Einaudi fece dal novembre 1933. Che poi sia fallito tutto e acquistato per poche lire dalla Mondadori, ebbene, questa è un'altra storia. Che magari un giorno seguiremo. Oggi fermiamoci al passato. Agli esempi.
Ma partendo da una considerazione: Ognun faccia lo mestiere suo, citava un antico poeta, che forse mai ebbe a che fare con un editore e campò con i denari di veri e onesti lettori, amanti e mecenati dell'arte. Ma questa è veramente un'altra storia, che non racconteremo mai.

Solidalmente
Andrea Giannasi


Note
La lettera di Montale è pubblicata in originale su "Cinquant'anni di un editore - Le edizioni Einaudi negli anni 1933-1983" - Einaudi 1983
La biografia, con le notizie su Fenoglio, è ripresa da "Il partigiano Johnny" - Einaudi 1994 (edizione a cura di Dante Isella).



Per ulteriori informazioni
direttore@prospettivaeditrice.it