Rapporto aulico tra Dei impuniti e candidi o baruffa da carbonari
stanchi e ubriachi? Questo il dilemma nel rapporto tra autore ed
editore che vorrei cercare di aprire. Non tanto per chiarirlo, anche
perché potrei essere accusato di partigianieria, quanto per
puro spirito polemico, considerata la mia toscanità.
Ma non voglio certo lasciar andare i buoi fuori dalla stalla prima
di non aver ben compreso il loro tragitto al pascolo. E per fare
questo e per non perder tempo dietro a parole inutili vorrei raccontarvi
due storie. Una coinvolge Eugenio Montale, poeta
di grande spessore e come vedrete, presto stanco di dover lottare
con gli editori. L'altra invece appartiene in tutto e per tutto
al più grande scrittore italiano del novecento: Beppe
Fenoglio. L'affermazione di incommensurabile grandezza
dello scrittore albese è mia e compete a me, ove e quando
lo riterremo necessario, regolarla.
Non conosciamo la data precisa dell'inizio del rapporto tra editore
e scrittore. Presumibilmente agli inizi del 1600, ma forse già
nelle caverne preistoriche c'era chi barattava spazi sui muri delle
caverne per disegnare cavalli e cervi. Non sveleremo mai questo
arcano. E forse non ci interessa farlo. Entriamo dunque nel vivo
della questione. Tra gli esempi. Tra le storie.
Eugenio Montale nel 1939 è già il
poeta italiano più famoso non solo in Italia ma anche in
buona parte del mondo alfabetizzato. Ha pubblicato "Ossi
di seppia" con Piero Gobetti nel 1925 (e per chi non lo
sapesse si vada a vedere la "storia" di Piero Gobetti),
ma non è felice del risultato, così scrive a Giulio
Einaudi. "Caro Einaudi, un libro come quello che Lei mi propone
presupporrebbe una chiarezza critica che io, per ora, non ho in
materia. Siccome non ho cessato di far versi (pochi), ho bisogno
piuttosto di oscurità interiore che di autocoscienza. Non
sarà così per tutti, ma è così per me.
Ma arrischio una controproposta, destinata a fallire nel caso Lei
pubblichi solo organiche 'collezioni' (perché mai Le consiglierei
una collezione di poeti, oggi!). Pubblicherebbe entro il '39
la raccolta delle mie poesie posteriori a Ossi di seppia?
Saranno 40, non lunghe. Con titanici sforzi tipografici, spazi sapienti
e carta di un certo spessore si può farne un libro di mole
normale (non vorrei la solita plaquette) da vendere a 10
lire o più. L'esito di 1000 copie sarebbe credo, sicuro.
Ho venduto 3000 di "Ossi di seppia", in dieci anni, è
vero, ma con editori irreperibili e che han fatto di tutto per non
vendere nulla. In un anno di tempo andrebbero certamente.
Ci pensi un poco, con Suo agio, caro Einaudi, e gradisca i miei
saluti grati e cordiali. Eugenio Montale".
Giulio Einaudi decise di pubblicare "Le occasioni"
nel 1939 e dopo pochi mesi mandò in ristampa "Ossi
di seppia", ma il rapporto finì lì. Montale
ed Einaudi dal punto di vista editoriale non si incontrarono più.
Forse perché il poeta aveva scavalcato il muro e invaso il
terreno dell'editore, forse semplicemente perché aveva scritto
una parola di troppo. Lui, che era poeta di versi scavati.
Qualche anno dopo, siamo nel 1950, Vittorini, su suggerimento di
Italo Calvino incontrò un giovane scrittore della provincia
piemontese: Beppe Fenoglio. Iniziò un rapporto
forte e intenso che condusse a diverse pubblicazioni e all'uscita
nel 1954 de "La malora" che il curatore di Collana
(si trattava dei Gettoni - n. 33 per i bibliofili), Elio Vittorini,
presentò in tono polemico. Lo scrittore siciliano nel risvolto
di copertina scrisse: "Questi giovani scrittori dal piglio
moderno e dalla lingua facile".
A causa di questa frase i rapporti tra la casa editrice e Fenoglio
si incrinarono e lo scrittore firmò un contratto con Livio
Garzanti. Nel 1959 uscì "Primavera di bellezza".
Ma Fenoglio, sempre in difficoltà economiche, si riavvicinò
ad Einaudi con il quale pubblicò nel 1961 "Un giorno
di fuoco".
L'autore aveva però un contratto editoriale della durata
di cinque anni con Garzanti e la pubblicazione venne sospesa. Ne
nacque una lunga querelle legale. Nel frattempo la salute
di Fenoglio, già precaria a causa di una brutta asma bronchiale,
peggiorò e nel febbraio del 1963 lo scrittore morì
a causa di un cancro ai polmoni. Tre mesi dopo, sbloccata la vertenza
giudiziaria, Livio Garzanti editò "Un giorno di
fuoco", facendo inviare al macero le copie dello stesso
libro edite da Einaudi.
Dunque se da una parte Montale di esibisce in consigli
editoriali da navigato editore, Fenoglio non trova
pace nei suoi rapporti con gli editori trovandosi invischiato in
una questione legale della quale, purtroppo, non vide la soluzione.
Cosa ci insegnano questi esempi, direbbe una brava maestrina di
provincia? Nulla per chi non li vuole comprendere; molto per chi
come me cerca di costruire quello che Giulio Einaudi fece dal novembre
1933. Che poi sia fallito tutto e acquistato per poche lire dalla
Mondadori, ebbene, questa è un'altra storia. Che magari un
giorno seguiremo. Oggi fermiamoci al passato. Agli esempi.
Ma partendo da una considerazione: Ognun faccia lo mestiere
suo, citava un antico poeta, che forse mai ebbe a che fare
con un editore e campò con i denari di veri e onesti lettori,
amanti e mecenati dell'arte. Ma questa è veramente un'altra
storia, che non racconteremo mai.
Solidalmente
Andrea Giannasi
Note
La lettera di Montale è pubblicata in originale su "Cinquant'anni
di un editore - Le edizioni Einaudi negli anni 1933-1983"
- Einaudi 1983
La biografia, con le notizie su Fenoglio, è ripresa da "Il
partigiano Johnny" - Einaudi 1994 (edizione a cura di
Dante Isella).