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Diari del tempo di guerra

Luca Cavecchia

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ISBN: 978-88-7418-760-7

13,00 €

Costellazione Orione 76 | p.300 | ed. luglio 2012

Il presente lavoro è ricavato da una tesi di dottorato discussa all'Università per Stranieri di Siena nel 2011. Con una scelta antologica di dodici diari inediti, provenienti dall'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, tutti scritti negli anni del secondo conflitto mondiale, si analizza come, in Italia, questo genere letterario si sia definitivamente affermato nell'immediato dopoguerra, senza aver prima percorso le vie dell'intimismo. La realtà storica ed affatto extraletteraria dell'orrore bellico ha approfittato anche di questo "spiraglio" per entrare e far entrare nel nostro panorama narrativo, con tutta la violenza del caso, nuove parole che hanno alimentato la plurivocità caotica del discorso della guerra.

Un breve saggio introduttivo cerca di ricostruire il percorso storico, linguistico e letterario che ha preceduto la diffusione sempre più ampia di un narrato semplicemente dovuto allo scorrere del calendario.

Cavecchiamin

Luca Cavecchia è nato a Siena nel 1967 ed ha sempre vissuto in un paese a pochi chilometri di distanza dal capoluogo, a Rosia. Dopo aver frequentato un po’ controvoglia  un istituto tecnico, si è  diplomato come perito in telecomunicazioni, quindi si è iscritto alla facoltà di lettere, laureandosi una prima volta, nel 1994, con una tesi sulla poesia di Dino Campana. Dopo aver svolto per alcuni anni vari lavori saltuari, si è iscritto alla facoltà di storia ed ha terminato il corso di studi presentando una tesi sulla storia della Resistenza senese, che è stata poi pubblicata nel 2003 (Il partigianato in Val di Merse. 1943-1944, Cantagalli, Siena). Dal 2002 sono iniziate le sue esperienze come insegnante di materie letterarie nella scuola media; e, dal 2008, svolge regolarmente questo lavoro.           
Gli anni tra il 2007 ed il 2010 sono stati in buona parte dedicati al lavoro di ricerca condotto nel contesto di un corso di Dottorato in Letteratura Italiana presso l’Università per Stranieri di Siena, che si è concluso con la discussione di una tesi da cui è stato ricavato il volume pubblicato da questa casa editrice (
Diari del “tempo di guerra” 1940-1945).           
Oltre all’attività lavorativa e di studio, Luca Cavecchia collabora saltuariamente con l’ANPI, con l’Istituto Storico della Resistenza Senese e con varie associazioni culturali e politiche del territorio, occupandosi, solitamente, di problemi inerenti la storia delle Seconda guerra mondiale e della Resistenza. 

 

Cosa ti ha spinto a scrivere il libro?

Innanzi tutto bisogna ricordare che il libro è nato come un’attività lavorativa collegata ad un corso di studi post-laurea; non è quindi stato dettato esclusivamente dal soddisfacimento di un piacere personale, ma anche da “un certo senso del dovere”. Su questa base di partenza si sono innestati poi interessi personali vecchi e nuovi. Il tema della guerra è affine a quello della mia precedente pubblicazione; ed anche l’ampio spazio lasciato alle voci di testimoni diversi dell’autore è un territorio che avevo già calpestato e che mi sembra utile per corroborare le tesi che si presentano in uno scritto. Si possono aggiungere poi stimoli di natura etica e politica: l’avversione per la guerra, per il militarismo e per le dittature…

Quali sono le tue letture di riferimento?

Tendenzialmente sono un eclettico, buona parte della mia cultura è da autodidatta e questo si riflette nella scelta delle cose da leggere. Anche il lavoro che faccio mi porta a dover leggere un po’ di tutto: per insegnare lettere nella scuola media si richiede una cultura relativamente superficiale, ma ad ampio raggio. Si deve parlare di storia antica e di avanguardie letterarie, di geografia extraeuropea e di epica classica, di Dante stilnovista e di storia del Novecento. Sono affascinato dalla capacità di raccontare degli autori, indipendentemente dal fatto che siano storici, narratori o critici letterari. Hobsbawm e De Felice si affiancano cioè a Dostoevskij, Vittorini e Calvino. Negli ultimi anni mi sento poco attirato dalla poesia, specialmente dalla contemporanea. La parte tecnica della mia cultura, poi, mi fa apprezzare la chiarezza e la sistematicità dell’esposizione dei saggisti e dei teorici: un posto particolare è riservato ai formalisti ed ai filoni critici che ne sono derivati (strutturalisti, semiologi, ecc). Penso che nei libri il contenuto sia spesso debitore nei confronti della forma.

Tutto questo traspare dal tuo libro?

Non dovrei essere io a dirlo, ma mi sembra di sì. Più di un terzo delle pagine sono dedicate allo studio della forma testuale del diario; le altre, invece, lasciano spazio alla voce narrante di uomini e donne che, utilizzando taccuini, hanno cercato di far conoscere ad altri i propri drammi. Sono le voci di gente comune che poi non ha avuto più nulla a che fare con la letteratura o quasi. Sono testi in cui la volontà egocentrica di rappresentarsi lascia il posto ad una più onesta, disincantata e cosciente rappresentazione del mondo. E’ uno spaccato della vita in quei drammatici anni che rivela comunque una “voglia di narrare” tutt’altro che trascurabile.

Cosa ti aspetti da questa pubblicazione?

Mi piacerebbe che qualcuno dicesse di aver letto non un libro sulla guerra, ma un libro contro la guerra.

 

 

Hai progetti editoriali per il futuro?

Spero di scrivere qualcos’altro prima o poi, ma al momento non ho nessun progetto. 

Cap. I

La forma testuale del diario: 
aperture, casualità, strutturazioni

1. 
Per le sue intrinseche caratteristiche il genere testuale del diario si presenta sfuggevole, ambiguo e aperto ad una forte contaminazione da parte di altre forme scrittorie; pertanto non è agevole tentare di circoscrivere la sua autonoma fisionomia. Tuttavia non sono mancati nei decenni passati approcci per affrontare il problema della sua natura, con contributi che hanno portato alla diffusione e alla circolazione di importanti acquisizioni teoriche sull'argomento, soprattutto grazie al lavoro degli studiosi francesi1. L'obiettivo fondamentale di questo lavoro è quello di individuare le cause e le manifestazioni dei processi evolutivi di quella data forma letteraria, e vedere come questa cambi venendo in contatto con tipologie espressive già diffuse o con altre non ancora conosciute da un pubblico di lettori. Accettata l'idea che sia utile, ai fini dell'interpretazione, investigare i rapporti di appartenenza delle scritture diaristiche ad un genere più o meno consolidato e diffuso, rimane ferma la convinzione che ciò non debba spingere a dare giudizi di valore, assumendo come criterio valutativo l'aderenza più o meno fedele a paradigmi compositivi preconcetti, elaborati magari in ambiti troppo distanti dalla specificità di quel testo. Per questo motivo l'unica strada percorribile sembra essere quella del rintracciare, in un corpus di testi abbastanza consistente, alcune caratteristiche formali e contenutistiche più o meno ricorrenti; e, al tempo stesso, vedere se queste si ripresentano in una tradizione letteraria dalla lunga durata, o se appaiono solo come tratti stilistici particolari di un dato autore. 
Oggi è relativamente semplice considerare come opere alcuni diari; ma questo tipo di produzione, per secoli, è rimasto relegato nell'ambito delle cosiddette scritture di servizio. La loro funzione aveva e continua tuttora ad avere, spesso, uno scopo pratico e finalizzato alle esigenze della vita quotidiana. Se alcuni taccuini attualmente si possono considerare a pieno titolo testi con una certa dignità anche artistica, lo dobbiamo al fatto che, soprattutto a partire dal XIX secolo, molti scrittori hanno iniziato a familiarizzare con questa pratica, giungendo, in tempi a noi più vicini, a concepirne la redazione per la pubblicazione e la circolazione tra i lettori. 
Negli ultimi anni stiamo assistendo ad una nuova stagione editoriale molto favorevole al genere. La tradizione critica italiana, però, ha prodotto pochi saggi sull'argomento. Gli unici studi d'insieme pubblicati, alcuni dei quali più di venti anni fa, raccolgono singoli e separati contributi di vari studiosi; per il resto si tratta di articoli, per lo più brevi, apparsi su rivista nel corso dei decenni passati, ma anche questi non troppo numerosi; altrimenti alcune pagine o brevi paragrafi sono contenuti in libri dedicati principalmente ad altri argomenti. Una recente monografia è frutto del lavoro della sociologa Simonetta Piccone Stella2, ed è basata su una ricognizione di testi provenienti da tutta Europa. Il saggio, anche se ovviamente non costruito con una metodologia specificamente di tipo letterario, ha il merito di essere uno dei rari volumi italiani dedicati unicamente all'argomento. 
La scarsa varietà e ricchezza del nostro panorama ermeneutico sono sicuramente da attribuire all'esiguità della tradizione italiana del journal intime e del diario in genere fino all'altezza del Novecento inoltrato; ma si spiegano anche con un mutamento di tendenze della critica letteraria dopo la fine della grande stagione strutturalista e semiologica. Se, a partire dagli anni '70 del Novecento, si era potuto osservare, anche nel nostro paese, un certo interesse per forme testuali tradizionalmente considerate secondarie, appunto come il diario, il periodo successivo ha registrato la tendenza a ricondurre certi tipi di scrittura entro l'ambito più canonico e tradizionale del genere autobiografico generalmente inteso. È stata una variazione di orientamento che ci ha allontanato decisamente dal nuovo e rinnovato interesse per il valore documentario e culturale della scrittura diaristica dimostrato dalle discipline storiografiche e antropologiche. Solo negli ultimi anni, con il proliferare in tutta Europa dei cosiddetti archivi di scrittura popolare, assieme ad una sempre più massiccia valorizzazione da parte di studiosi e case editrici, si sono tentati approcci diversi. L'interdisciplinarità tra materie letterarie, storiche ed antropologiche ha permesso di riconsiderare il fenomeno come una più generale e diffusa manifestazione della cultura, non necessariamente ed univocamente collegabile alla tipologia letteraria del journal intime o dell'autobiografia. Sembra cioè che anche nel nostro paese, per quanto faticosamente, la scrittura diaristica sia riuscita a farsi riconoscere i crismi di un genere autonomo.

Voto 
Andrea G
22/04/2013

La memoria

Un gran bel saggio dove la memoria è magistra vitae. Dove il diario è l'humus attraverso il quale conservare il nostro passato. Bellissimo libro. Lo consiglio a tutti

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