Il clan dei cineasti Vedi a schermo intero

Il clan dei cineasti

Valerio Carando

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ISBN: 978-88-7418-741-6

15,00 €

Costellazione Orione 74 | p.116 | ed. febbraio 2011

Il clan dei cineasti vuole offrire una introduzione critico-teorica allo studio di un genere che, per almeno tre decenni, ha generosamente nutrito l'universo iconografico del cinema europeo. Nell'avvicinarsi all'opera di Jean-Pierre Melville, José Giovanni e Henri Verneuil, l'autore concentra il proprio interesse analitico in seno a quattro direttrici interpretative: sono presi in esame i complessi rapporti con l'immaginario veicolato dal cinema americano, i vincoli ideologici con le più tipiche convenzioni del genere, le rispettive concezioni del corpo divistico e, in chiusura, due emblematici esempi di «intersezione autoriale».

Valerio Carando (Casale Monferrato, 1982). Laureato in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale all'Università di Roma Tre, è dottorando di ricerca in Storia delle Arti Visive e dello Spettacolo presso l'Università di Pisa. Ha prodotto contributi critici e teorici su Mizoguchi, Ophüls, Fellini, Bertolucci, Bellocchio, Risi, Martone. Ha inoltre realizzato un film di montaggio dedicato all'opera di Federico Fellini (L'Eterno Vitellone, 2000), alcuni cortometraggi e, in collaborazione con Mario Corrado, un film documentario sul pittore catalano Pere Lluís Via (Platges, 2010).

Negli anni rampanti della Nouvelle Vague, mentre i jeunes turcs individuano nello scardinamento dei codici stilistico-espressivi vigenti l'imperativo fondante della propria poetica, un nutrito gruppo di cineasti sembra invece affermare l'inespugnabile primato del découpage classico. Molte opere firmate Jean-Pierre Melville, José Giovanni e Henri Verneuil, a livelli tra loro differenti, rivelano un'originalità e una puissance cinématographique di notevole impatto espressivo. Se su Melville è stato scritto un po' di tutto (per molti è da ricercarsi nel suo esordio, Le silence de la mer – Il silenzio del mare, 1949 – il germe della Nouvelle Vague), Giovanni e Verneuil sono sempre stati relegati, assai ingiustamente, al riduttivo rango di «onesti mestieranti». È arrivato, quindi, il momento di affrontare un discorso criticamente maturo sulla loro opera e sull'indiscutibile statura autoriale del loro cinema. 
Melville non è stato «il più americano dei registi francesi». Nel suo cinema, vera e propria appendice teorica al noir americano, la rielaborazione dei tòpoi di riferimento assurge emblematicamente a materia stessa di racconto. In Verneuil, contrariamente, sono proprio i suddetti tòpoi a prevalere su ogni tentativo di rielaborazione metadiscorsiva: è lui l'americano, il narratore tout court. 
Thierry Jousse e Serge Toubiana, su un ottimo dossier dei «Cahiers du Cinéma» interamente dedicato al cinema di Melville, agevolano un'intuizione critica davvero cruciale: «Come nel caso di Sergio Leone [...], nella stessa epoca, il suo cinema è una meditazione sulla scomparsa dei generi, condotta attraverso uno sguardo malinconico, quando non addirittura tragico». 
Per queste (e molte altre) ragioni, e senza eccessivi traumi, possiamo collocare la poetica del cineasta parigino a metà strada tra la rigorosa geometria dei grandi classici e il disinvolto sperimentalismo dei più acclamati auteurs europei. Riprendendo Deleuze, mi sembra evidente che il polar melvilliano, nonostante le manichee prese di posizione del suo autore, agisca in costante equilibrio fra classico e moderno, sotto l'egida di un sorprendente binomio che porta Renoir a convivere, non senza qualche stridore, con Hitchcock:

[…] per il primo lo spazio e l'azione eccedono sempre i limiti del quadro, che opera soltanto un prelievo su un'area, per il secondo invece il quadro opera "un richiudersi di tutte le sue componenti", e agisce come un quadro di tappezzeria ancor più che di pittura o di teatro

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