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Pinocchio. Le ragioni di un successo

Michele Capitani

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ISBN: 978-88-7418-610-5

14,00 €

Costellazione Orione 57 | p.192 | ed. ottobre 2010

Perché un celeberrimo giornalista dell’Italia risorgimentale, volontario nelle guerre d’Indipendenza, a 55 anni suonati manda all’editore una "bambinata" che parla di un burattino? Quanto c’è dell’interessante vita di Carlo Lorenzini, detto Collodi, nelle "Avventure di Pinocchio?" Perché questo donnaiolo scapolone, che vivrà con la madre anche da anziano, mette una sola donna tra i più di sessanta personaggi del suo capolavoro? E perché la Fata risulta tanto crudele? Perché Pinocchio è di legno? Perché piange per Lucignolo? Perché più di un terzo delle vicende del libro avviene di notte? Perché è del tutto assente la tecnologia, eppure è un’opera attualissima nella nostra post-moderna società dell’amore liquido”? In quanti modi si camuffa il diavolo? Perché nessuno si ricorda del serpente del cap. XX? A tutte queste, e a molte altre domande, vuole rispondere questo saggio, che dà conto di quanto “Le avventure di Pinocchio” sia un testo sempre divertente e fecondo di stimoli, e universale come ogni grande classico della letteratura..

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Michele Capitani è professore di lettere (si è laureato con una tesi in geografia storica); in particolare, si occupa da alcuni anni di insegnamento agli adulti e certificazione di italiano per stranieri, nel CTP di Civitavecchia.
 Pubblica la raccolta poetica “L’appeso” (Pascale, Roma 2004); partecipa, nella doppia veste di narratore e fotografo, alla mostra collettiva “Tarocchi. L’immagine e la parola” (catalogo Spartacoedizioni 2006) e ad altre esposizioni fotografiche; si classifica 3° nella categoria endecasillabo al concorso “Brevis. Concorso nazionale di poesia essenziale” (edizione 2008).
Recentemente ha pubblicato alcuni racconti su “Interstizi”, rivista di grafica. È appassionato anche di chitarra classica e di viaggi.

Come si possono dire cose originali su un’opera che si ritiene arciconosciuta come “Pinocchio”?
Sono convinto che anche per un saggio possa valere quanto si dà per acquisito circa poesia e romanzi: non appena l’autore pubblica, il libro diviene vivo per conto proprio, non è più in suo controllo ed ogni lettore lo accoglie come preferisce; insomma, ognuno può trovarvi quel che vuole. Ciò significa che anche qualcosa di non del tutto originale ma nuovamente evidenziato può generare risonanze, riflessioni, critiche, stimoli.
Una seconda risposta è già nella domanda: spesso “Le avventure” si crede di conoscerlo, però come tutti i capolavori anche il nostro nasconde aspetti e pieghe impensabili, o non immediatamente percepibili dalla comprensione del lettore; oppure, più semplicemente, vi sono episodi e categorie di lettura non frequentate dalla memoria, perché reputati secondari o perché non proposti dalle versioni cinematografiche. E senza parlare della biografia collodiana, quasi del tutto caduta nell’oblio.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo saggio?
Questo saggio non nacque come tale, anzi non nacque affatto sotto l’intenzione di diventare un libro! Mi posi solo, un certo giorno di qualche anno addietro, a riordinare molte idee su “Pinocchio”, come del resto talvolta faccio anche per altri libri Le idee già messe su minute e appunti erano parecchie, ma quelle che durante quel riordino cominciarono a venir fuori da sé si rivelarono molte di più, dunque contestualmente notai che su quella sistemazione di materiali e pensieri anche scoordinati si veniva innervando la curiosità di ricercare per saperne di più: su pieghe delle “Avventure” che conoscevo male, sulla vita di Carlo Lorenzini, sulla ricezione del suo capolavoro, sulla sua proponibilità, eccetera.

Hai seguito un metodo nella ricerca e nella stesura del saggio?
Un primo punto che ho cercato di tenere presente (che dovrebbe essere banale ma che spesso, sventuratamente, banale non è): capire se si ha davvero qualcosa da scrivere, o se invece non si rischia la ripetizione, o l’argomentazione tanto per scrivere, il parlarsi addosso; ossia, capire se sia opportuno parlare di un dato argomento, oppure sia meglio rinunciarvi.
Il secondo: divertirmi nella ricerca e nella stesura, non solo perché le cose che si fanno con piacere normalmente vengono meglio, quanto principalmente perché, mentre scrivevo elogiando l’opera di Lorenzini, comprendevo che se fossi diventato serioso o troppo professorale avrei rischiato di contraddire proprio quella convinzione che è sua ma anche mia: che la letteratura e l’apprendere, e dunque lo scrivere, sono una gioia, e che i libri noiosi fanno male alla salute.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari, o comunque gli autori che preferisci?
Vanno distinti i gusti letterari con ciò che effettivamente influenza la scrittura: non sempre si possono districare le due prospettive, va da sé, ma è bene quantomeno ricordarsi che se sei appassionato, poniamo, di quel tale genere, non è detto che esso traspaia in quel che poi scrivi tu; per un saggio questo “distacco” forse vale maggiormente, data solitamente per minore l’incidenza dei fattori legati all’estro creativo personale, chiamiamolo così.
È certo che non mi sono ispirato a nessuno: sarà per l’eterogeneità degli approcci presenti nei vari capitoli del saggio, ma posso dire di non essermi rifatto a quel certo critico più che a un altro, né a quel tale “ismo” ermeneutico, né dichiaratamente né, mi pare, implicitamente.   Se ho avuto degli ispiratori essi sono stati, tutto sommato, le risonanze e le emozioni che mi sono arrivate da bambini, ragazzi e adulti in molti anni di insegnamento, che si riferivano a Pinocchio stesso o che si potevano applicare alle riflessioni che poi ho svolto nel mio libro; la dedica in esergo è un punto d’arrivo.
Posso accennare ai miei gusti letterari, questo sì; anzi facciamo una cosa: prima scrivo i miei libri fondanti: l’Odissea; P.Levi “La tregua”; le “Fiabe italiane”; D’Arrigo “Horcynus orca”; D.Prato “Giù la piazza non c’è nessuno”; e ovviamente Pinocchio e la Bibbia. Poi, scrivo gli ultimi cinque che ho letto: Mazzarella “Dell’isola Ferdinandea”; Repetto-Würtz “Balene e delfini”; Szymborska “L’inizio e la fine”; Ginzburg “Il formaggio e i vermi”, Tardito “Angelo Branduardi”.

Quale ti appare la cosa più bella di “Pinocchio. Le ragioni di un successo”?
La dedica, perché l’ho scritta pensando ai troppi, sventurati Lucignoli che ho conosciuto come insegnante.

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