Un grammo di leggerezza Vedi a schermo intero

Un grammo di leggerezza

Lele Silingardi

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ISBN: 9788894995879

13,00 €

Lettere 343 | ed. settembre 2020 | p.166

E se la posta in gioco fosse più urgente e complicata da realizzare di un nuovo piatto da creare o di una ricetta da rendere gradevole e apprezzabile al palato.
Se la posta in gioco fosse per esempio la tua stessa vita, a chi faresti assaggiare per primo?
UN GRAMMO DI LEGGEREZZA
Un romanzo intimo e segreto. Cucina, talento e amore.
I principali ingredienti di un'opera scritta in prima persona femminile, narrata con la voce di chi sa che deve
farcela ad ogni costo.

"Immagino che la vita sia composta da tanti piccoli ingredienti che ogni giorno hai sotto gli occhi e sotto il  naso.
Immagino la ricetta migliore per me, per il mio futuro. Un pizzico di questo, una manciata dell'altro, un  grammo... di leggerezza, perché no. Mescolo tutto insieme e lascio riposare per un po'.
Poi assaggio.


Cover di copertina Barbara Bocedi

lele

Lele Silingardi è nato a Reggio Emilia il 27 Marzo 1974. Per Prospettivaeditrice ha pubblicato " La vera storia di Elvis " (2014) "Nina" (2018). "Un grammo di leggerezza" è il suo terzo romanzo.
www.lelesilingardi.com

Scena 1 - Stazione Ferroviaria Genova
Piazza Principe - Esterno/Giorno

Primo maggio 2018, Arianna è tornata a Genova. L’altoparlante della stazione annuncia che il treno regionale veloce 2278 proveniente da Bologna è in perfetto orario. Binario otto. La velocità diminuisce drasticamente e la sagoma massiccia dei vagoni in avvicinamento si fa sempre più ingombrante sui binari fino a raggiungere la pensilina. Poi tutto si ferma. - Genova Piazza Principe - e la vocina, roca e gracchiante, annuncia da sopra le teste dei viaggiatori che tutto è finito. Non c’è più tempo per fare nulla. Le porte si aprono e la calca di persone si riversa all’esterno di quel siluro di metallo con lo sguardo stupito di chi è la prima volta che arriva, e con gli occhi abituati e un po’ nostalgici di chi invece torna a casa. Forse per sempre. Il solito caos dei luoghi di ritorno e di partenza avvolge ogni cosa con la dinamicità frenetica di un puzzle confuso e rimescolato dove ogni tassello cerca la propria collocazione esatta. Il sottopasso dritto e sterile, un fuso perfettamente allineato che punta dritto verso la scalinata finale. Poi l’atrio arioso e l’eco delle centinaia di voci che lo appesantiscono di un sottofondo confuso e tumultuoso e infine la porta scorrevole sull’esterno che si apre e si chiude, continuamente sollecitata dagli impulsi fotoelettrici che la comandano.
Eccola qui Genova. Chi per lavoro, chi per vacanza, chi per amore, chi semplicemente perché casa. La città è tornata ad essere una lingua di fuoco bollente e gli occhi percepiscono leggeri miraggi ballerini e tarantolati se li costringi a fissare il selciato avanti a te.
L’orizzonte è un enorme limone incendiario che esplode in cielo e secca qualsiasi umore, disidrata torrenti e fiumi e ti scioglie la carne. L’afa e l’umidità ti penetrano nel cuore e nei polmoni appesantendoli e togliendoti ogni sfarzo vitale. Fitte schiere di piccioni lebbrosi tagliano il cielo in mille direzioni, disegnando figure nell’aria, impennandosi all’orizzonte come una vera e propria pattuglia acrobatica di jet supersonici. Il sole scioglie ogni cosa, ogni consistenza viene spalmata a terra. Il cemento avvolge tutto ciò che trova sul suo cammino e lo contiene in una morsa soffocante e infuocata, come un foglio d’alluminio che surriscalda ed allenta ogni resistenza in un forno a microonde. La piazzetta antistante la stazione è fitta di voci e gas di taxi che arrivano e che vanno, che si perdono in lontananza scendendo per via Balbi fino al ventre del centro storico. L’autobus gorgheggia su se stesso alla fermata in attesa di riprendere la stessa marcia all’infinito. Accartocciati sotto al monumento di Cristoforo Colombo i soliti appesantiti che attendano che qualcosa cada provvidenziale dall’alto nelle loro vicinanze. Va bene anche una monetina, bene anche una sigaretta tutt’al più.
I lampioni di piazza Acquaverde si levano dal cemento come snelli colli di giraffa e puntano al cielo. Arianna è ferma, dritta sulle gambe in attesa di una vettura disponibile che la porti a casa. Stringe saldamente l’impugnatura del trolley leggermente rigonfio per l’eccessiva quantità di bagagli stipati all’interno. Camicetta a righe di quel blu stiloso che lei adora tanto e giacchetta rigorosamente intonata ai calzini. Pantalone in tinta e scarpette di cuoio ricco. I capelli biondi sono lasciati liberi di scendere sulle spalle. Gli occhi blu, invece, liberi di sognare chissà dove. Al collo è appesa una collanina d’oro dalla quale ciondola un opale azzurro.
Ecco poi all’improvviso sbucare un taxi vuoto che si ferma esattamente davanti a lei.
Dall’interno l’autista si allunga per aprire la portiera e Arianna sale. La macchina parte a gran velocità e si perde nel traffico. Il suo sguardo segreto penetra ogni forma ed esplora ogni dettaglio della sua città che non rincontrava da mesi ormai, attraverso il finestrino oscurato del van che distorce i raggi luminosi del sole e rimanda all’interno una sensazione come autunnale. Di opacità e temporali in arrivo.
È proprio strano, ripensandoci da adulti, come i luoghi dell’infanzia e il mondo intero apparivano ai tuoi occhi come qualcosa di gigantesco ed infinito. Come da bambini percepiamo le proporzioni delle cose, come si allungano le distanze mentre le giornate sono irrimediabilmente sempre troppo corte. Come avvertiamo il tempo e il fremito dell’esistenza. Tutto è così sproporzionato ai tuoi occhi e tutto sempre dannatamente scomodo. Hai ancora le braccia troppo corte per arrivare a toccare con mano le cose che desideri, come quei particolari che t’illuminano lo sguardo, e le gambe sono ancora troppo esili e minute per raggiungere l’apparente felicità che si manifesta ai tuoi occhi sotto forma di stravaganti oggetti che il tuo piglio curioso ed affamato di tutto, intercetta in ogni angolo di vita. Le sensazioni poi, lo stupore, la meraviglia, quella frenesia incontrollata e indomabile per qualsiasi particolare al quale proprio non riesci a dare una spiegazione certa e chiara. Come se lo spiega poi un bambino il mare?
Quella tovaglia blu distesa a perdita d’occhio che abbraccia il tuo orizzonte per intero, i profumi, gli odori che sono solo suoi, la brezza di ponente che ti solletica il naso, il brusio delle onde e la furia della tempesta che si sveglia di soprassalto e cancella il cielo all’improvviso. Come se lo spiega che dopo il mare ci sarà altra terra e viceversa.

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