L’angelo della spada L’ultimo volo Vol. IV Vedi a schermo intero

L’angelo della spada L’ultimo volo Vol. IV

Giovanni Antonio Gravina

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ISBN: 9788894995800

16,00 €

Foglio 88 | ed. maggio 2020 | p. 360

Il deserto, un nulla che sorprende ancora con i suoi mille e ancora mille colori rubati all’iride per farne nuovo arcobaleno di speranza per fragili creature, in perenne lotta col mistero. Il soprannaturale, l’inspiegabile, prende umane sembianze quando per amore, una donna, la superba principessa Tuaregh, scende agli inferi, nei profondi abissi dai neri cieli per dare battaglia all’oscurità che ottenebra il suo cuore. Ma c’è un prezzo da pagare, come la dea Inanna, la splendita Didone, e ancora l’avvenente Tin Hinan, anche Echidna riceverà il marchio del male, mentre aleggia su uomini e cose l’impalpabile essenza maligna. Ancora una volta l’Angelo della Spada sarà impegnato in un cimento contro forze occulte che sembrano non volersi rassegnare all’oblio, rigenerate dall’antico potere dell’occhio di Horus, l’unico elemento capace di contrastare le tavole smeraldine, la parola degli angeli. Tutto sembra perduto quando si scatenano le forze demoniache dell’incontrastato signore dell’odio, ma ecco che un antico strumento, caro a Dumuzi, il re pastore, infrange l’impenetrabile barriera infernale per mostrare il volto della purezza e la parola di una candita creatura perché l’oscurità non prevalga. Ma la storia continua, si snoda tra inaspettati colpi di scena travolgendo il destino dei tanti protagonisti, eroi di un tempo in ginocchio per umana condizione, spingendo il possibile oltre ogni sperata aspettativa, mentre, l’ombra di un nuovo guerriero di Cristo, don Salvatore, si erge a baluardo delle fragilità di paladini senza tempo. Un novus tempus sembra esaurirsi tra mille e ancora mille interrogativi e misteri, e tuttavia, la Saga si compie! Solo uno sconosciuto giovane del futuro avrà la forza di ripartire dalla tavola rotonda dei nuovi cavalieri, dal siege perilous, per far dono al mondo di nuove quanto inattese emozioni.

Giovanni Antonio Gravina nasce nel 1951, svolge i suoi primi studi tecnici a Caserta, dove si diploma presso l'Istituto Statale Tecnico nel 1970. Lavora, solo più tardi, dopo anni, prosegue la sua formazione a Napoli dove, dopo aver conseguito presso l'Ateneo Federico II la laurea in Architettura, continua la sua esperienza in ANAS fino al 2011 come Dirigente Tecnico. L’attività Dirigenziale lo porta alla stesura di saggi storico-artistici-filologici che trovano pubblicazione su riviste specializzate di settore. Chiuso il rapporto lavorativo con l’Azienda, può finalmente coltivare la sua grande passione giovanile, scrivere. Nasce così la sua prima opera: L’Angelo della Spada, una quadrilogia narrativa d’avventura, d’amore, di mistero, intrisa di messaggi universali che affondano le radici in quei valori apparentemente perduti, forse solo smarriti. Continua la sua esperienza letteraria scrivendo “L’Ombra del Cavaliere”, attualmente in fase di pubblicazione, una storia mozzafiato tutta da leggere, oltre naturalmente a tante ispirate poesie, anch’esse vincitrici di numerosi premi e pubblicate in varie edizioni.

Premessa
di Giovanni Cardone
Tra Essere e Apparire

Come dice lo studioso tedesco Lessing il quale porta avanti una teoria che vuole, per la prima volta, attraverso la distinzione fra le arti, rintracciare un sistema estetico e una guida tecnica «basati sul riconoscimento della “pluralità” dell’esperienza estetica intesa come un processo cui fanno capo fattori eterogenei anche extrartistici o addirittura extralinguistici».
L’esperienza estetica, secondo Lessing, non può più limitarsi al mero concetto di bellezza, ma deve anche coinvolgere la conoscenza sensibile e il soggetto nella sua totalità, vale a dire la conoscenza intellettuale. Lessing, non a caso, nella sua argomentazione, rende partecipi tutti i sensi, dall’olfatto al gusto, dalla vista al tatto, riuscendo perfino a parlare di “estetica del brutto”, categoria che dopo il Laokoon «otterrà diritto di cittadinanza nell’estetica tedesca con esiti teorici, ma soprattutto artistici, di portata incalcolabile».
Ma è l’aspetto “semiotico” quello che più ci interessa indagare di quest’opera e che ci riporta immediatamente al sottotitolo del testo, che sussume gli aspetti più innovativi dello studio di Lessing, Über die Grenzen der Malerei und Poesie: sono infatti i limiti, o meglio i “confini”, tra le due arti il vero ductus argomentativo dell’indagine lessinghiana.
Già dalle prime pagine del suo testo, Lessing prende subito le distanze dall’atteggiamento di coloro che hanno deliberatamente rintracciato negli scritti dei classici greci e latini “dottrine” valide a supportare i propri fini estetici: è prerogativa degli antichi non esagerare né mancare in alcuna cosa. Ma noi moderni abbiamo creduto in molti casi di averli di gran lunga superati, trasformando i loro angusti viottoli in strade maestre; per quanto anche le più brevi e sicure strade maestre si possano ridurre in sentieri che conducono per luoghi incolti.

La sfolgorante antitesi del Voltaire greco secondo cui la pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura parlante, non stava certo in un trattato. Era una di quelle idee che venivano in mente spesso a Simonide, la cui verità è talmente evidente che crediamo di dover trascurare l’inesattezza e la falsità che l’accompagnano. Nondimeno tutto ciò non sfuggì agli antichi. L’occasione polemica per Lessing è, in modo particolare, l’opera di Winckelmann che ha per oggetto la statua del Laocoonte, anche se in realtà, come vedremo più avanti, si tratta solo di un pretesto. Lessing, diversamente da Winckelmann, non è tanto interessato al complesso statuario e ai suoi aspetti archeologici; egli piuttosto rivolge la sua attenzione a questioni di teoria della letteratura e della pittura, dimostrando più interesse per il racconto di Virgilio della storia di Laooconte e dando per scontato che la realizzazione della statua sia successiva alla descrizione virgiliana.
È quello che fa Giovanni Antonio Gravina con la sua ricerca e con la sua pregiata penna, descrive un mondo, dove anima e corpo, vita e morte, sono la stessa cosa ma, dando alle cose una giusta divisione, egli in parte si rifà a uno dei punti di forza dell’argomentazione lessinghiana relativa al Laocoonte e dunque alla differenza di rappresentazione fra le due arti, è relativa a quello che lo studioso definisce “einzigen Augenblick” (momento pregnante), che, come vedremo, ritornerà anche nelle più recenti teorie sull’ékphrasis.
Il momento pregnante, non è altro, secondo Lessing, che quello di cui si servono le arti dello spazio, ovvero le arti figurative per condensare i passaggi temporali di una vicenda, e riassumere in sé il passato, il presente e il futuro della stessa. Questo momento, secondo Lessing, è uno dei segni della limitatezza delle arti visuali, poiché si tratta di un momento che non potrà essere mai abbastanza fecondo, poiché «fecondo è solo ciò che lascia libero gioco all’immaginazione ». Se l’artista non può cogliere mai della sempre mutevole natura che un unico momento, e lo scrittore, in particolare, non può cogliere quest’unico momento che da un unico punto di vista, e se tuttavia le loro opere sono fatte non solo per essere lette e interpretate, allora è certo che quel singolo e quell’unico punto di vista d’un singolo momento non verrà scelto mai abbastanza fecondo. Ma fecondo è solo ciò che lascia libero gioco all’immaginazione. 
Quanto più vediamo, tanto più dobbiamo di conseguenza pensare.
Nulla costringe il poeta a concentrare il suo ritratto in un solo momento. Egli se vuole, prende ogni sua azione sin dall’origine e la conduce al suo esito attraverso ogni possibile sviluppo.

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