DESTRE ITALIANE L’ideologia delle Destre politiche in Italia VOL. I dalla Destra storica alla Destra radicale Vedi a schermo intero

DESTRE ITALIANE L’ideologia delle Destre politiche in Italia VOL. I dalla Destra storica alla Destra radicale

Rodolfo Capozzi

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ISBN: 9788894995756

18,00 €

Costellazione Orione 137 | ed. maggio 2020 | p. 342

La storia delle Destre politiche in Italia inizia con la “Destra storica” degli orfani di Cavour, dal lontano 1861 per arrivare alla “Destra radicale” fuoriuscita alla destra del Movimento Sociale Italiano (Msi) con cui non si può identificare la Destra politica italiana, perché le Destre italiane sono state tante, diverse, alcune poco significative elettoralmente ma tutte rilevanti dal punto di vista ideologico, culturale e politico e destinate tutte a confrontarsi e scontarsi, influenzarsi e contaminarsi fra loro. In questo primo volume si analizzano oltre al Fascismo, preceduto dal Nazionalismo e ancor prima dal conservatorismo italiano a cavallo fra il XIX e il XX secolo, anche le categorie dell’antifascismo e del postfascismo, oltre che dell’“ideologia” della Resistenza e del suo valore mitopoietico. L’obiettivo principale è individuare le radici comuni, i fili conduttori e le affinità delle Destre italiane ma anche le diversità a volte insanabili e radicali e le contraddizioni interne, con imparzialità che non significa acritica neutralità. Se la cultura politica di destra non è riuscita a creare – a differenza della cultura di sinistra – una efficiente, florida e pervasiva industria culturale e mediatica di destra, questa storia organica ed unitaria dell’ideologia delle Destre politiche (a cui seguirà un secondo volume) cerca di colmare una lacuna importante nella saggistica italiana, perché, come ci ricorda Zeev Sternhell, l’ideologia è l’interazione della cultura e della politica.

Rodolfo Capozzi (Napoli, 1973) sposato con figli, vive a Roma dove esercita la professione di avvocato penalista. Il primo volume di Destre italiane è il suo esordio nella saggistica dopo una lunga militanza nell’area politica di centro-destra.

Nota di Presentazione
di Marco Gervasoni

Nella sua storia, da quando è diventata uno Stato unitario, l’Italia è una nazione conservatrice e di destra ma in cui i conservatori hanno sempre, in quanto tali, governato solo per brevi periodi e in cui la stessa parola «conservatore» ha raccolto poca fortuna, fino ad essere rigettata anche da chi, ideologi e politici inclusi, pensava ed agiva da conservatore.
Dopo la breve stagione della destra storica, l’unico momento in cui molti, ma non tutti, gli attori politici di quell’area si definivano appunto di destra, i conservatori non sparirono certo, ma agirono nel «partito » moderato, nato dall’incontro tra la vecchia destra e la vecchia sinistra con il primo trasformismo, e spesso in ruoli fondamentali, basti pensare a Crispi e a Sonnino. Il primo non amava certo definirsi conservatore ma difficilmente un conservatore di oggi potrebbero escluderlo dal proprio pantheon. Per non dire poi di una figura come Giolitti, il cui «riformismo» alla fine, e probabilmente nelle intenzioni dello stesso uomo politico, ebbe effetti di conservazione, come colsero subito figure della estrema sinistra come Arturo Labriola.
Accanto a una destra conservatrice (da qui la particella «e» nel paragrafo precedente) ha convissuto una destra insorgente, insurrezionale, sovversiva, «rivoluzionaria», nell’accezione di Zeev Sternhell, o antisistema per usare un concetto politologico: dai cattolici intransigenti nei primi decenni dell’Unità, ai nazionalisti durante l’Italia giolittiana, ai fascisti, per fermarsi alla seconda guerra mondiale. I ponti tra le destra «insorgente» e destra conservatrice, sono sempre stati assai più numerosi dei muri, anche se il dovere dei conservatori di stare al governo, oltre naturalmente alla questione romana e cattolica, non rese mai possibile la formazione di una grande destra, di cui i primi vagiti si sentirono già dalla fine del XIX secolo.
Poi tutto questo sfociò nel fascismo che, tuttavia, sarebbe limitativo considerare alla stregua di un esperimento di destra, mentre nella maniera più assoluta possiamo escludere fosse conservatore. Come spiegarono già negli anni Sessanta Augusto del Noce e Renzo De Felice, il fascismo nacque come esperienza di sinistra, da un punto di vista di filosofia della storia ma anche di immaginario e programmi politici, soprattutto negli anni Trenta. Cosicché il regime e soprattutto il partito furono un rassemblement non sempre riuscito e più spesso assemblato di rivoluzionari della nazione, di rivoluzionari sociali (assai più numerosi della cosiddetta «sinistra fascista») di nazionalisti, di conservatori e persino di espliciti controrivoluzionari: per non dire che i patti Lateranensi fecero incontrare il cattolicesimo politico con il fascismo, ibridando uno e l’altro. Anche il fascismo, però, in una ottica di sistema, finì a ben vedere per governare al «centro», cioè per fungere da camera di compensazione delle tendenze più varie che albergavano al proprio interno e che in una dittatura non avevano modo di contrapporsi liberamente.
Ci siamo soffermati sull’Italia fino alla seconda guerra mondiale non perché l’esperienza repubblicana sia di poco conto, anzi. Solo che molte costanti dell’Italia monarchica e fascista le ritroviamo nel sistema politico posteriore al 1945. In un paese che, fin da 1946, guarda, nella sua maggioranza, soprattutto in direzione conservatrice, troviamo una destra divisa e per diverse ragioni anti sistema, dai monarchici ai missini (i quali peraltro non si definiscono tutti di destra). Da qui la necessità dei conservatori di «mascherarsi» dentro la Dc, ben al di là delle componenti esplicite di destra, che peraltro neppure si definivano così (basti pensare a Scelba). Anzi, tutte le volte che all’interno della Dc emergeva una proposta che si richiamava esplicitamente alla destra, e alla possibilità di far alleare con essa la Dc, si pensi all’operazione Sturzo, o a Gianni Baget Bozzo, o a Fernando Tambroni, e poi ancora negli anni Settanta, ai «cento» di Zamberletti, essa finiva per essere emarginata dagli stessi Dc. Partito di centro che guarda a sinistra secondo la nota, e in parte apocrifa, citazione degasperiana, la Dc fu in realtà scelta dagli elettori soprattutto in funzione moderata e conservatrice: le politiche di governo, come negli anni del fascismo e di Giolitti e del trasformismo depretisiano, cercarono tuttavia di mediare tendenze varie con una pratica di governo che doveva accontentare tutti, destra insorgente , destra conservatrice, moderati e ovviamente la sinistra (e non solo quella D.C.).
Tutte queste vicende sono ben raccontate, spiegate e interpretate in questo bel libro di Rodolfo Capozzi che, forse perché estraneo (per sua fortuna) alla storiografia accademica sembra andare all’essenziale delle
cose, senza perdersi in particolari o in piccole questioni su cui a volte una piccola storiografia dedica pagine e pagine. Primo volume di una serie di altri (il secondo sarà dedicato alla destra nella Seconda Repubblica), il libro è di fatto l’unica storia della destra dall’Unità a oggi redatta da un solo autore (gli altri sono lavori collettanei oppure non ricoprono tutta l’area temporale) e per questo resterà come lettura inaggirabile. Poco accademico, beninteso, non equivale a dire privo di rigore, anzi, come ben si vede dalle ricche note e dalla bibliografia, Capozzi ha studiato con attenzione la maggior parte dei lavori storici e politologici sulla destra italiana. Bisognerà attendere il secondo volume per tracciare un bilancio sulla storia della destra nel nostro paese: ma certo si può dire che essere conservatori in Italia sia meno facile che altrove, a dispetto della vocazione conservatrice del nostro popolo e della nostra nazione. O forse proprio per questo?


Marco Gervasoni
docente storia contemporanea Università del Molise saggista ed editorialista

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