L'occidentale dall'andamento lento Vedi a schermo intero

L'occidentale dall'andamento lento

Gianluca C. Cadeddu

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ISBN: 9788894995770

15,00 €

Lettere 338 | ed. aprile 2020 | p.276

Quando gli chiedono se è uno scrittore rivoluzionario Gianluca Celestino Cadeddu risponde: “Forse sì, però sono convinto di essere semplicemente come tantissime persone vorrebbero e dovrebbero essere.” Per lo scrittore anarchico costruttivo è normale amare e proteggere i suoi simili perché molti di loro sono deboli e non riescono a difendersi da soli. Per difenderli lo scrittore vero cittadino del mondo si serve delle sue indomite indagini viandanti e della sua innata temerarietà divulgativa. Con la coraggiosa trasparenza delle sue opere letterarie il viaggiatore scrivente fa le sue battaglie culturali e comunicative. Non ha bisogno di armi. Viviamo un’era in cui molti imbecilli non si pongono domande. Chi governa il mondo è certo di avere una vita facile imponendo e pianificando l’imbecillità fondata sull’informazione distorta, sulle verità occultate ad oltranza e sulla conoscenza calmierata e non libera. Gianluca Celestino Cadeddu non è un imbecille. È un umile, libero e onesto divulgatore di conoscenza. Se questo significa essere rivoluzionario allora lui è il re dei rivoluzionari. 

gianluca

Gianluca Celestino Cadeddu, lo scrittore anarchico costruttivo, nasce a San Gavino Monreale il 02/03/1970. Pur essendo un vero cittadino del mondo vive a Villacidro nella Perla del Mediterraneo, la Sardegna. Viaggiatore scrivente, scrittore libero e divulgatore senza catene e senza bavagli. È l’inventore mondiale di tre generi letterari: la Croni-Poesia, il Thriller Filosofico e il Giornalismo Poetico Viandante. “L’occidentale dall’andamento lento” è il suo secondo saggio di Giornalismo Poetico Viandante. Le sue opere precedenti sono: “Liviam” (Croni-Poesia, 2002) Aipsa Edizioni; “L’anarchia di borotalco” (Thriller Filosofico, 2007) La Riflessione; “La densità del dubbio” (Thriller Filosofico, 2008) La Riflessione; “Labirinti alla menta” (Thriller Filosofico, 2010) La Riflessione; “Il pinguino di seta sul Grande Mango” (Thriller Filosofico, 2014) Prospettivaeditrice; “Le cicatrici dei depressi inventati” (Thriller Filosofico, 2016) Prospettivaeditrice; “Il profumo della conoscenza” (Giornalismo Poetico Viandante, 2017) Prospettivaeditrice; “Isolitudine costruttiva” (Thriller Filosofico, 2018) Prospettivaeditrice.

MARRAKECH: IL MAROCCO ESOTICO

Trent’anni fa ci sostavano i pullman, come se quello spiazzo di terra fosse una malformazione della Medina. Quell’assenza di costruzioni poteva solo malmenare la sontuosità e la magnificenza della Marrakech antica. La gente camminava sulla terra battuta, che diventava melma con le piogge. Mangiava, riposava, ripartiva. Marrakech dai toni ocra e rosati è da secoli un punto di passaggio di merci, carovane, popoli. Ma dal Maggio 2001, come se investita da un sisma di rinascita di altissima magnitudo, la piazza Jemaa-el-Fna è diventata il cuore pulsante della Medina, la città antica, ed è tutelata dall’Unesco come Patrimonio orale e immateriale dell’umanità. Un riconoscimento attribuito a quello spettacolo a cielo aperto che, ogni giorno dal mattino, vede in scena dapprima i venditori di spremute d’arancia e le disegnatrici di tatuaggi all’henné, per raggiungere l’apice dopo il tramonto, quando il cast è al completo. Saltimbanchi, ammaestratori di serpenti, musicisti gnaoua, danzatori, scribi, venditori d’acqua, dentisti ambulanti, cantastorie e astrologi. Immersi nell’odore onnipresente della frittura dei cibi. Un enorme lunapark, che frastorna e colpisce i visitatori occidentali, assecondando il loro immaginario di un Oriente alieno e ammaliatore.
Qualcuno potrebbe pensare che l’ultimo trentennio abbia manomesso e cambiato totalmente il volto della Medina e della piazza Jemaa-el-Fna, facendo diventare la parte antica della città come una sorta di mandibola che non smette mai di muoversi per masticare chiunque ci entri e a volte può sembrare un manicomio. Ma è la nuova Città Ocra. Il turismo ha riversato fiumi di denaro, trasformando una città decadente in una destinazione alla moda. Passeggiando ai bordi della piazza, fra bancarelle di souvenir stracolme di merci locali e paccottiglia che, a prima vista, sembrerebbe made in China, mi domando come distinguere ciò che è vero dalla messinscena creata per i turisti. Guardo le donne addette ai tatuaggi. Una volta questa era una pratica privata femminile, riservata ai giorni di festa. Un tedesco si sta facendo tatuare un drago sul braccio. I clienti non sono solo stranieri perché anche i ragazzi che provengono da altre città del Marocco si fanno fare un tatuaggio all’henné per poter dire che sono stati qui. In un mondo globalizzato, uno spazio pubblico come questa piazza resta vitale solo se diventa luogo di meticciato culturale.
Immutato, invece, rimane il carattere degli abitanti. Sono loro a rendere speciale questa città. E anche io sono stato ispirato da Marrakech per i personaggi di “Labirinti alla menta” il mio Thriller Filosofico del 2010. E proprio i personaggi della Medina e di piazza Jemaa-el-Fna sono quelli più apprezzati dai miei lettori anche perché hanno un senso dell’umorismo corrosivo e non conoscono la fretta.
Un’impronta matura e massiccia molto positiva data dal turismo è nel recupero architettonico della Medina. Spesso in altre terre del globo (soprattutto in Sardegna) gli operatori del turismo manovrati dai sudici e menzogneri politici e amministratori cantano canzoni di sviluppo turistico pregne di falsità e prese in giro per i popoli che crollano. A Marrakech, invece, il turismo lo sanno fare veramente (molti sardi dovrebbero venire
qui a prendere lezioni su come si vende un prodotto turistico).
Circa mille riad (le case tradizionali) sono stati restaurati e trasformati in affascinanti maison d’hotes. Sono strutture per lo più piccole, con un massimo di 10-15 stanze, racchiuse da alte mura che danno sulle stradine della Medina. Dall’esterno, nel caos di vicoli e mercati, non sembra possibile che, varcata la soglia di un riad, ci si ritrovi in un’isola di pace e di silenzio.
E anche di frescura: le stanze, di solito su uno o due piani, si aprono attorno a un patio affacciato su un giardino che ha al centro una fontana o una vasca d’acqua. Riad, infatti, significa “giardino”, quadrato o rettangolare, divisibile in quattro parti, con aiuole fiorite e alberi di banani, fichi, agrumi, che assicuravano l’ombra alle donne di casa che trascorrevano la maggior parte della loro vita qui, al riparo da sguardi indiscreti.
Non a caso, nessun riad ha finestre sulla strada. Quando l’abitazione non possedeva alberi, era chiamata dar (casa). Trent’anni fa, chi poteva permetterselo lasciava la Medina e si trasferiva in un appartamento moderno nella “Ville Nouvelle”. I riad cadevano in rovina. I proprietari li vendevano e, spesso, le strutture venivano demolite, salvando solo gli elementi più antichi, poi rivenduti agli antiquari. Molti giovani che lavoravano nel suq si appassionarono a tal punto a queste case e iniziarono ad acquistarle con i pochi risparmi che avevano. Le restaurarono e le trasformarono in hotel. Nei quartieri di Mouassine, Dar Karam, Dar Sara e Dar Baraka sono diventate piccoli gioielli arredati in stile minimalista, per ricreare l’atmosfera di un’abitazione medio-borghese di un tempo. Il riad è come un museo: il visitatore deve godere di uno spazio architettonico ben conservato.

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