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Un’altra storia

ISBN: 9788894995558

12,00 €

Foglio 84 | ed. settembre 2019 | p. 228

Siamo nel 1956.
L’Italia non ha perso la battaglia di Adua, e la Storia ha preso un corso differente. Durante la Grande Guerra il paese è rimasto neutrale, Matteotti è stato primo ministro per molti anni, Mussolini è ormai solo un vecchio e patetico ministro del governo Pella-Fanfani. A Macallè, capitale della provincia meridionale della Colonia Eritrea, il commissario Francesco Campani si trova alle prese con un delitto avvenuto cinquant’anni prima. Tra chiese rupestri, paesaggi sconfinati e primi fermenti di indipendenza, l’indagine di Campani arriva alla soluzione anche grazie all’aiuto di una brillante ricercatrice dell’Istituto Agricolo Coloniale.
Nel frattempo, la Fiorentina vince il suo primo scudetto.

Agronomo di formazione, informatico di deformazione, Luca Ongaro ha lavorato a lungo nella cooperazione internazionale, il che gli ha consentito di vedere un bel po' di mondo. Dopo essersi divertito per breve tempo a fare anche il professore universitario, si è ritirato a vita (quasi) privata nella casa in campagna vicino a Firenze, dove alleva pecore, capre, maiali e vari altri animali da cortile.

Prologo

- Fu come un’oscillazione, un’onda, una vibrazione che attraversò l’aria e mi fece quasi cadere per terra in ginocchio.
Ma non era un terremoto, no, quello poi l’ho sentito qualche anno dopo, com’è il terremoto. Fu piuttosto come un chiarore, con una specie di sibilo, di fischio, non ti saprei dire, un risucchio, lì per lì non feci nemmeno in tempo a rendermene conto, mi accorsi solo che qualcosa di incredibile era successo.
Non durò più di un secondo o due, e nell’aria rimase per qualche istante un odore come di cortocircuito, hai presente quando ci saltò la presa della radio? Ricordo che ci guardammo l’un l’altro come a chiedersi “ma l’hai sentito anche tu?”.
Non era paura, eravamo troppo sorpresi. E poi di paura in giro fra di noi ce n’era già abbastanza di suo. Nessuno parlò, la cosa era stata talmente strana che non avevamo parole per spiegarci. Restammo tutti paralizzati per qualche minuto, anche i muli, con il fiato rappreso nei polmoni, frugavamo con lo sguardo le ombre, le ombre delle montagne, dei campi, delle macchie di cespugli, degli alberi, per cercare un indizio qualsiasi di quello che avevamo sentito. Ne abbiamo parlato tanto, nei giorni seguenti, e tutti quanti, indipendentemente, dicevamo la stessa cosa: avevamo avuto la precisa sensazione che in quel momento tutto il nostro mondo fosse cambiato, ma di un cambiamento invisibile. Sentivamo che le nostre vite avevano preso un altro corso, come un treno che arriva allo scambio e imbocca un altro binario.
Poi lentamente lo stordimento passò e ricominciammo a muoverci, a marciare in direzione della montagna che si stagliava alta laggiù in fondo contro la prima luce dell’alba. Fu pochi minuti dopo, me lo ricordo con chiarezza, che giunse l’ordine di fermarsi ed invertire la marcia. Il nostro generale, evidentemente, aveva cambiato idea. Un casino che non ti dico, hai presente una colonna di qualche migliaio di soldati che gira i tacchi e torna indietro per una specie di mulattiera? Mica è una roba facile, c’erano anche i muli con i cannoni, quegli altri che non capivano una parola di italiano e comunque anche quando capivano ti guardavano come se fossi scemo e continuavano a fare come volevano loro. Sai, non è che quelli in testa diventano la coda e viceversa, bisogna rigirare tutta la colonna come un calzino. E poi era un bel pezzo che si camminava, al buio di notte, cercando di stare attenti a dove si mettevano i piedi per non rompersi una caviglia o una gamba. Con quegli scarponi del cazzo (ma te non la ridire questa parola, ché sennò tua madre se la prende con me), che i piedi dentro ti ci finivano bolliti. Insomma, dietro-front e via, tutti stanchi, a mugugnare e a chiedersi ma che gli è preso a quell’imbecille di generale piemontese con i baffoni a manubrio, però sottovoce ovviamente. E quindi? Qualcuno sa qualcosa? Si torna al campo? Niente battaglia? Meglio, perché di combattere e farsi ammazzare nessuno ci ha mai tanta voglia. Però io allora me
ne restavo anche volentieri a dormire, stanotte.
E dopo un’oretta eccoci a contatto con quelli dell’altra colonna, e qui ci si doveva fermare ed attestarci, metterci in posizione noi e le batterie dei cannoni, sì, ma dove, e allora ritira su lo zaino e via verso quell’altura lì accanto, madonna, i generali avevan fatto un casino che non ci si capiva un accidente. E a un certo punto è passato come un’onda l’allarme, sbrigatevi che stanno arrivando, dice che sono migliaia e migliaia, di corsa a prendere posizione, e a quel punto va bene tutto, un terrapieno, un muretto, un tronco per terra, qualsiasi cosa pur di avere un minimo di riparo e prendere la mira con calma, come ci avevano insegnato. A un certo punto, da dietro una montagna abbiamo cominciato a sentire le fucilate, prima pam pam pam che le potevi contare, poi sempre più fitte che sembravano dei tricche tracche, e poi il bum bum dei cannoni, e un vociare lontano che non si capiva nulla.
Il sole ormai era già salito, il fresco della notte se stava andando e stava arrivando il caldo. Lo sai come sono questi posti, caldo caldo non lo senti mai, però all’ombra, fuori ti arrostisci come un pollo, siamo in alta montagna e vicini all’equatore, il sole non perdona. Pensa che molti di noi erano appena arrivati dall’Italia e ancora non avevano capito in che razza di posto erano stati mandati. Si cominciava a sudare, su quelle pietraie senza un filo d’ombra, nemmeno quelle acacie spelacchiate che stanno vicino alle loro chiese o quei cazzo di cactus (oh mi raccomando, eh?) a forma di candelabro. Stavamo seduti per terra, ascoltando l’aria, mentre il sergente passava a controllare e ci chiedeva a tutti “ragazzi, le munizioni? la baionetta? l’acqua? state pronti, non vi muovete, aspettate a sparare”. Ma eravamo ancora tutti sconcertati dalla vibrazione che avevamo sentito, e fra la paura e la tensione ci sembrava di stare in uno di quei sogni che ci stai male da quanto ti sembrano veri anche se lo sai che sono solo dei sogni.

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Luca Ongaro

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