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Grazie, professore

Pietro De Santis

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ISBN: 9788894995510

14,00 €

Lettere 334 | p.144 | ed. giugno 2019

Napoli, quasi giugno.
Un professore annoiato della vita e del sistema, viene nominato commissario d’esame in una casa circondariale: il carcere.
Nel breve corso di poche ore, pochi incontri, tre persone – tre carcerati di origini e vite diverse – riescono a risvegliare in lui emozioni e sentimenti dimenticati.
Due concetti di fondo sostengono il racconto, che è anche un esame disincantato di luoghi e abitudini: l’inconscio sociale (Sandro Gindro, psicoanalista) e la casualità degli eventi (Antonio Pizzuto, romanziere);
dei due studiosi, cui va il tributo, non molti sanno.


 

È un testo-confessione dove c’è pochissimo spazio per la farsa e molta sincerità.

Il microcosmo scuola si articola in piccoli poteri e miserabili rivincite, il Ministero è un’entità marziana, non rimane che scegliere come giocare la partita a scacchi, ovvero scegliere la strategia per non morire e per non venire fagocitati. Il professore si pone come calamita emozionale, performante, giudicante, nonché deus ex machina dell’intero universo: lui sa, decide, gestisce, conosce e giudica le sorti di tutti, nessuna sorpresa per lui. Questo tipo di narrazione non è una storia condividibile e diventa una confessione dove si autoassolve il confessato. L’inconscio sociale diventa un pantano dove prima si capisce dove porta il vortice della melma e prima si sopravvive. Funziona così sempre, la dura legge della sopravvivenza. È vero, ma non è sempre così. Non è così arido tutto il panorama, altrimenti non ci sarebbero défaillance sentimentali, sarebbe tutto controllato, tutto dai contorni definiti, il tempo della vita coinciderebbe con il tempo speso in congetture. Per fortuna anche il professore è contradditorio e apre una falla nel rigore della sua logica, mettendosi di traverso non appena tutti giocano al suo gioco: non sarà l’ennesima prova di forza per mettersi sempre un gradino sopra?

Carcere-commissione-scuola. Siamo costretti più fuori che dentro: frase sibillina. La vita è lasciata troppo ai margini, sembra un fondale di cartone.

Le vicende, gli accadimenti casuali: il prof, direttore d’orchestra che conosce tutti gli strumenti della partitura e sa come farli suonare ed intervenire, si illude di poter gestire, al pari del compilatore delle tracce, del direttore del carcere, della commissione sovrana. Le spiegazioni di cui è disseminato il testo giovano a chi legge: una volta coinvolti nella storia, servono a darsi pace, dopo tutta la verità svelata che c’è in queste righe.

Anche se fosse stato pieno inverno, l’atmosfera è soffocante, sentiamo il sole che ci opprime, troppa luce, troppa verità, troppa conoscenza.

I finali di alcuni capitoli sono autenticamente pizzutiani. L’odore dei dolci è proustiano e le descrizioni atmosferiche ricordano Pessoa. Tutti romanzieri con la P iniziale, la P di Professore?  Insomma, non di solo Pizzuto e Gindro vive il libro!

 

Questo libro vuole nel senso che è volitivo. Vuole dire una verità in mezzo alle illusioni, come Goffman, vuole dire che è bello scegliere una maschera e un palcoscenico, e che noi per fortuna siamo sempre liberi di farlo.

 

 Anna Maria Milone


È nato a Roma, città in cui vive e lavora.
Si è laureato in Fisica delle Particelle Elementari ed ha svolto attività di ricerca nei Laboratori Nazionali di Frascati per alcuni anni. Successivamente si è laureato in Psicologia e si è specializzato come psicoterapeuta nella scuola di Sandro Gindro.
Ha insegnato nella scuola secondaria di secondo grado. È socio dell'Associazione Culturale Psicoanalisi Contro, dell’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali, dell’Associazione Romana per la Musica Sacra e Religiosa. Svolge l’attività di psicoterapeuta a Roma e a Morrovalle (MC).

Leggendo “Grazie, Professore” ci si domanda in quale sezione della libreria vada inserito: narrativa? saggistica? scienze sociali?

La domanda non è trascurabile…  è trascurabile invece la vicenda di un professore annoiato che, tuttavia, nasconde qualcos’altro: una storia d’amore; un’indagine psicologica; una visione del mondo; e anche lo sforzo di proporre uno stile letterario che tiene conto dei due principi esposti nella quarta di copertina, riferiti all’inconscio sociale di Sandro Gindro e ad una costruzione di un pensiero che ruoti attorno alla casualità degli eventi… ma sì, il libro sta abbastanza bene nella sezione di narrativa

 

Una domanda che si rivolge spesso, è cosa spinga una persona a scrivere

Superata la prima ovvia risposta del mettersi in mostra e possibilmente ottenere successo, nel mio caso entrano altri due fattori: il desiderio di esprimere un concetto senza sostenere un contraddittorio e la casualità, appunto.

Il desiderio di mettermi in mostra l’ho sempre avuto, ma sono riuscito a scrivere solo quando quello ha iniziato a scemare, dimostrando la sua inessenzialità; è probabile che il mondo non stia aspettando la mia letteratura.

Con il crepuscolo della volontà esibizionistica ha cominciato a prendere forza il secondo motivo: esprimere un concetto. Mi piace esprimere un pensiero dall’inizio alla fine, a qualcuno che sia disposto ad ascoltare ed a riflettere.

Per quel che riguarda la casualità, il clinamen, avrebbe detto Lucrezio, essa si è manifestata sotto forma di una lunga degenza ospedaliera – per motivi non gravissimi, fortunatamente – che per noia e per autentica riflessione mi ha indirizzato verso la scrittura di alcuni pensieri in forma letteraria, utilizzando certi appunti un po’ datati.

 

Hai parlato di una storia d’amore?

Ho l’impressione che in ogni vicenda si nasconda una storia d’amore… in questo caso si tratta di un amore ritrovato: verso il proprio ruolo e verso alcune persone; magari verso una persona in particolare anche se non è esplicitato. Nella mente del protagonista si succedono prima la curiosità, poi il coinvolgimento, infine un autentico desiderio proprio come un’autentica storia d’amore.

In realtà, un indizio a riguardo della storia d’amore c’è e mi piacerebbe fosse il lettore a scoprirlo.

 

Hai parlato anche di una visione del mondo

Sì e questo mi sembra un argomento importante. Forse mi ripeto, ma rimando di nuovo alla quarta di copertina facendo riferimento all’inconscio sociale di Sandro Gindro e alla casualità di Antonio Pizzuto. Parlando di visione del mondo intendo – anche ovviamente – un’idea morale ma, soprattutto, proprio la visione, cioè il vedere un mondo: accadono dei fatti, percepiti nei loro aspetti sensoriali che, nel momento stesso in cui accadono, pensiamo ed associamo ad altre cose già accadute o di cui abbiamo sentito parlare. Così, nella visione del mondo c’è qualcosa di oggettivabile e qualcosa di personale e ancora qualche altra cosa che rimane assolutamente inconscia ma attribuisce nascostamente un colorito, un timbro, un’emozione. Perciò la morale latita… come avrebbe detto il mio Maestro Sandro Gindro la morale è un cosa pratica

 

Perché uno psicoanalista scrive di letteratura e non di psicoanalisi?

Ti svelo un segreto: in questo racconto d’amore c’è tanta psicoanalisi.

Chiari, scuri.
Neanche giugno e fa un gran caldo; fortuna la penombra della chiesa.
La religione ristora sempre…
Soffitto antico, odore antico, seduta scomoda, banco duro.
Il dipinto sull’Altare Maggiore pretende l’attenzione: il fondo è scuro; tagli chiari di luce; è teatrale, non devozionale.
Teatrale, devozionale, teatrale.
Stesse alternanze di luci e ombre dell’architettura barocca. Un assetato ha la bocca sotto alla parabola, del getto che esce dalla fiasca. Mostra la fiasca sopra le teste, nel pugno stretto, per far capire che conosce la geometria delle forze: stringe il pugno e l’acqua sprizza un po’ in orizzontale, poi cade a parabola; se l’è studiata bene, così neanche ci si appoggia la bocca. Senza bicchieri è igienico.
Gruppo di persone a sinistra, gruppo di persone a destra, gruppo di persone in alto.
Luce da sinistra, luce anche da destra con il pretesto di una fiaccola, luce dall’alto. Quella sarà la luce divina…
Uno, quasi nudo, a terra in primo piano, afferra il lembo del mantello lasciato scivolare dal giovane bello e ben vestito.
Quasi la leggenda di San Martino.
Una donna è in piena luce col petto scoperto e la mammella gonfia, addosso alle sbarre della finestra; una testa anziana, protesa, le succhia il capezzolo: osservarlo dà emozioni. Dietro alla donna – che fa quello che fa di nascosto – spuntano i piedi bianco olivastri di un cadavere portato a braccio; un malato o pellegrino nel mucchio confuso…
Ali e mani protese dall’alto e il mantello blu che penzola e fa quasi da sipario; ma non è il tipico colore celestiale di Maria, molto più scuro. Stesso groviglio immobile di un basso napoletano.
I rumori e gli odori salgono dal basso... Ma nel piano di sopra non c’è solo la contemplazione del dramma umano, anzi, c’è quasi un intervento; l’angelo sta lì, lì per. È l’umana eternità sul palcoscenico… Maria e il bambino hanno l’aria partecipe. Forse faranno qualcosa.
Il bene e il male sono indistinguibili, nelle intenzioni e nei modi del pittore; nella testa aveva un caleidoscopio di grandezze e di miserie: scandaloso lui ed eccitante il suo quadro, pensa il professore.
Pensa soprattutto a quell’eccitazione sessuale, che ha ispirato l’idea del pittore e dei modelli interpreti della narrazione: Sette opere di misericordia corporale, Chiesa del Pio Monte della Misericordia, Napoli.
Desidera quelle opere; ma che distanza dalle proprie azioni! Estorte con ricatti nell’infanzia; e con rabbia nell’adolescenza... In alternativa, colpe imperdonabili: non visitare il parente ammalato; non donare il superfluo a chi non possiede nulla e tenersi tutto lì, affastellato in un buco senza spazio nell’attesa del domani; sopportare fastidio e disgusto nella condivisione della tavola e nell’orribile ricordo di una vecchia cattiva, ostinata nell’inzuppare il pezzo di pane succhiato, nel caffelatte del bambino: lui. La bocca bavosa e rugosa della nonna.
La desiderata misericordia per sé, è soprattutto sesso; una lettura recente: La vita e il tempo di Michael K, pensa. L’illusione della vita: si presenta sana e gioiosa poi tradisce, nelle derive delle malattie più probabili e temibili… e nel passare del tempo.
Al momento, piaceri e sofferenze si aggrovigliano come nel dipinto: mangiare, bere, star male; vestir bene, far festa, vergognarsi; ricevere cure e carezze; deludere e ricordare.
Soprattutto ricordare.

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