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Discorso e persecuzione. L'eredità del passato nel meccanismo persecutorio

Mario Pasquali

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ISBN: 978-88-7418-530-6

12,00 €

Territori 42 | p.182 | ed. marzo 2009

Spesso si associa la persecuzione a un sistema coordinato di restrizioni e torture messe in atto da un regime politico dittatoriale nei confronti di una minoranza. Il totalitarismo e la violenza fisica, però, non sono condizioni necessarie e sufficienti, ma solo due caratteristiche del meccanismo persecutorio, che molto più spesso opera con la diffusione del luogo comune e dell’odio, generando diffidenza, paura e segregazione sociale.
Le democrazie moderne non sono immuni dall’oppressione che può svilupparsi e riprodursi attraverso non solo i mezzi di comunicazione e il linguaggio comune, ma anche tramite il discorso istituzionale che ne utilizza i concetti e le categorie escludenti.
Le inquietanti similitudini tra i sistemi persecutori del passato e quelli del presente rivelano la continua ricerca del capro espiatorio da parte delle diverse società umane come elemento di coesione e giustificazione della propria esistenza, soprattutto nei periodi di crisi sociale quando le certezze vacillano venendo sostituite dal pregiudizio.

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Difficilmente parlo di me, forse perché non c'è molto da dire o forse perché sono conscio che mi dilungherei in particolari privi d'importanza.
Sono nato a Milano il 9 maggio 1978, una data purtroppo storica in quanto dopo poche ore dalla mia nascita fu ritrovato il corpo di Aldo Moro a Roma, mentre a Cinisi Peppino Impastato pagava con la vita il suo coraggio di uomo contro la mafia. Un giorno che ha ferito profondamente il nostro Paese, lasciando due cicatrici che non scompariranno mai, ha segnato il mio destino; almeno questo mi piace pensare, considerata la passione per i temi politici, sociali, storici e filosofici che in qualche modo ho sempre espresso fin da bambino.
Ho passato buona parte della mia vita a Milano, un rapporto di amore e odio che continua ancora oggi nonostante mi sia trasferito da tempo nella più tranquilla Lodi.
La fortuna di nascere e crescere in una metropoli è quella di avere sempre tutto a disposizione: il ristorante sotto casa, il supermarket, il centro commerciale, l'università a portata di mezzi pubblici. La sfortuna è che molte di queste cose non sono così indispensabili e ti trasformano in un essere umano solo con una parvenza di socialità, se glielo permetti.
In una città come Milano hai a che fare con tutto e con il suo contrario; è una "palestra filosofica" perché ti fa capire come non esistano "giusto" e "sbagliato", perché ti rende un individuo ma ti permette di essere in contatto con tutti, perché ti fornisce le armi per difenderti ma anche quelle per spararti alla tempia se non dovessi più farcela.
In questa realtà (così come io l'ho vissuta) ho passato la mia infanzia, ho conosciuto i miei più cari amici, ho imparato che bambini e ragazzi spesso sono più saggi degli adulti, ma ho anche sofferto per la perdita di persone care.
Come in un film di Robin Williams, ho avuto la fortuna d'imbattermi in alcune figure accademiche che sono riuscite a tirare fuori qualcosa di buono che si nascondeva ostinatamente dentro di me; il mio modo di ringraziarle è stato laurearmi in Scienze Politiche nel 2002 presso l'università della mia città e nel trasformare i loro insegnamenti in obiettivi da conseguire ogni giorno. So bene quello che si dice sulla facoltà che ho scelto, ma è una delle poche cose che non rimpiango della mia vita.
Tra la voglia di trasmettere ad altri ciò che mi era stato insegnato, diventando professore scolastico, e quella di tentare una carriera giornalistica, ha prevalso il pragmatismo di una persona che viveva da sola e doveva far fronte alle spese e ai problemi più comuni; nonostante le esperienze lavorative che fin qui ho affrontato non siano mai state totalmente in linea con il mio percorso scolastico (una serie di esperienze tra il commerciale e il marketing), mi hanno permesso di sopravvivere e di capire che il mondo del lavoro è quanto di più lontano dalla più bella utopia.
Diciamo che qualcosa di simile all'ideale utopico l'ho raggiunto sposandomi nel 2007 con la persona che più d'ogni altra mi ha capito e mi è stata vicina quando io stesso mi sarei "lasciato".
Oltre alla mia attuale occupazione di redattore di manuali tecnici, continuo a interessarmi di tematiche sociali e politiche grazie alla collaborazione che porto avanti da oltre due anni con La Voce d'Italia (www.voceditalia.it) e partecipo a tutti gli eventi e incontri che con esse hanno attinenza.
Non sapendo cosa mi riserverà il futuro e cosa è rimasto nascosto nel passato, affronto il presente senza illusioni e senza rassegnazione: entrambe costano troppo e ti lasciano sempre a mani vuote.

Se dovessimo associare un'immagine al concetto di "persecuzione" il più delle volte penseremmo a una violenza fisica; come invece un "discorso" può diventare "persecuzione"? 
La tortura e la morte non sono fatti esclusivamente fisici: si può eliminare qualcuno anche socialmente, trattandolo con disprezzo, escludendolo dalla propria comunità e non considerandolo alla pari di un essere umano. Quando questo qualcuno diventa "l'Altro" ed è riconosciuto come esponente e paradigma di una comunità ben definita (secondo criteri culturali, razziali o religiosi) si può parlare di persecuzione.
Non serve del sangue per mettere in atto una violenza, soprattutto non serve un apparato istituzionale o militare per far sì che una persecuzione abbia, per così dire, successo; molte volte il pregiudizio, lasciato libero di circolare, si autoalimenta assumendo i caratteri di concretezza, autorevolezza e verità che al principio non aveva. Una bugia ripetuta continuamente ha molta più forza di una verità accennata una volta sola, in particolare se chi la diffonde sfrutta un elemento coesivo come l'appartenenza comune a una comunità storica/culturale/religiosa oppure fonda il proprio racconto su un mito fondante che ha la funzione di legittimare chi se ne fa portatore.
Diventa, perciò, evidente come basti non opporsi a un discorso che riconosce nell'Altro il nemico e l'origine di tutti i Nostri problemi per diventare complici di una persecuzione.

Quindi, riassumendo, che cos'è la "persecuzione" e quali sono i segnali attraverso i quali riconoscerla? 
Nel mio libro ho cercato di dare una mia definizione "in negativo", ossia che la persecuzione è non potersi esprimere come essere umano, non poter mostrare liberamente il proprio essere agli altri. Uomini e donne gravati da un pregiudizio non potranno mai liberarsene attraverso il valore delle loro azioni: lo stereotipo che li descrive è ciò che sono. Si dà un valore di naturalità, universalità e innegabilità a ciò che è, in realtà, una costruzione sociale.
Un grande conoscitore dell'animo umano come Oscar Wilde ha detto che niente produce un effetto simile a quello di un buon luogo comune: ci rende tutti uguali. Perciò una persecuzione può diffondersi velocemente e con estrema facilità quando una società, a partire dalle istituzioni che la governano fino alle persone che la compongono, utilizza un linguaggio uniforme e colmo di luoghi comuni.
La ripetizione ossessiva delle stesse parole e delle stesse immagini predispone qualsiasi comunità umana a recepire e fare propri i concetti escludenti basati sulla dicotomia Noi-l'Altro, perché sono semplici da capire ed esprimono una visione consolatoria del mondo dove io e i miei simili siamo il Bene e loro, i diversi, sono il Male. In questo modo diventa facile odiare e diventa facile perseguitare.

Hai deciso di affrontare un simile argomento alla fine di un percorso di riflessione o in seguito a un evento particolare?
Le decisioni non sono mai frutto del momento, anche se possono essere prese nel giro di un lasso di tempo impercettibile: il mio personale punto di svolta è stato un fantastico romanzo di Robert Harris del 1992, Fatherland, nel quale veniva descritta un'Europa dominata dalla Germania di Hitler uscita vincitrice dalla Seconda Guerra Mondiale. Pur essendo un'opera di finzione, ciò che mi colpì fu la descrizione della normalità della persecuzione nella vita dei personaggi; una normalità che non faceva apparire l'odio verso il diverso non come un'aberrazione dell'umanità, ma come una legge di natura. Quella stessa "banalità del Male" descritta da Hannah Arendt che spesso rende i persecutori inconsapevoli delle conseguenze e della valenza morale delle proprie azioni.
Dopo quella lettura, nel 2000 ho avuto la fortuna di frequentare le lezioni di Roberto Escobar, presso l'Università degli Studi di Milano, che mi hanno fatto comprendere come le parole siano davvero l'arma più efficace per perseguitare (e uccidere) un determinato "tipo sociale"; il mio vero percorso di riflessione è cominciato in quel periodo e non lo considero concluso con questo libro. Al contrario, credo sia impossibile smettere di camminare una volta intrapresa questa strada perché diventa un modo per non lasciarsi influenzare dalla pervasività di uno stereotipo persecutorio.

Il tuo è un saggio atipico perché sono molte le citazioni da romanzi e classici della letteratura. Quali sono gli autori che hanno maggiormente influenzato il tuo lavoro?
Credo che un romanzo esprima in maniera immediata tutti i sentimenti che un essere umano è in grado di provare nel corso della propria esistenza, così come credo che, in alcuni casi, abbiano la capacità di "predire il futuro": i capolavori di Franz Kafka ancora oggi mi fanno venire la pelle d'oca per come, nella loro apparente assurdità, anticipino di 20 anni la mentalità persecutoria nazista, soprattutto per ciò che concerne l'utilizzo della burocrazia e delle istituzioni per l'eliminazione del capro espiatorio.
Notevole influenza sul mio lavoro l'hanno avuta allo stesso modo William Shakespeare e Albert Camus, Giovanni Verga e Teun Van Dijk, Howard Lovecraft e Zygmunt Bauman. Sarebbero troppi gli autori da citare e ringraziare per quello che hanno saputo trasmettermi; quelli elencati nella bibliografia sono solo una piccola parte di essi.

Dall'opera emerge la fondamentale importanza della parola e del suo significato; qual è il messaggio che vorresti trasmettere con il tuo lavoro?
Il mio intento è solo quello di descrivere quel percorso di cui stavamo parlando prima, di condividere con i lettori il mio pensiero e di confrontarmi con loro se lo vorranno perché solo con il confronto ci si può arricchire.
Non ho la pretesa di dare un messaggio, se non quello di non abbassare mai la guardia davanti alla banalità e al luogo comune perché in esso si nasconde il germe della persecuzione; nessuno di noi, io per primo, può dirsi immune da questa tentazione, che tale è perché ci restituisce un mondo dove i problemi non esistono e se esistono "non sono colpa nostra, ma loro".
Un modo per difendersi è tanto semplice in teoria, quanto difficile (non impossibile) in pratica: essere "originali", non ripetere mai automaticamente quello che si sente se prima non lo si è scomposto, ribaltato, analizzato e messo in discussione. Per quello che ho potuto capire fino a oggi, è il modo migliore per evitare che qualcuno possa pensare al mio posto e che impedisca a me, e a chiunque altro, di raccontarmi per quello che sono.

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