ALL’ALDILÀ DI OGNI COSA Vedi a schermo intero

ALL’ALDILÀ DI OGNI COSA

Liliana Proietti

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ISBN: 9788894995527

13,00 €

Lettere 317 | ed. luglio 2019 | p. 176

Un’unica trama per la vita di tre ragazze unite come fili di treccia da un’infanzia difficile e dalla spensieratezza minore che attraversa i loro anni più giovani, fino alla maturità. Ma soprattutto dalle affinità delle anime.
Il loro rapporto speciale compensa la mancanza di importanti figure di riferimento, e tra avversità e frustrazioni, le invoglia a confidare “sempre” nel futuro. E quello arriva velocemente e le sorprende donne, ma per un definitivo disincanto travolge con determinatezza quanto hanno faticosamente costruito. Con una sequenza di accadimenti che nessuna fantasia poteva prevedere e che appartengono solo alla vita vera.
Poi, in un crescendo, dalla vischiosità paralizzante del dolore e dall’immobilità della morte, con tanto dubbio e poca fede, assistono a una catena di eventi incredibili e inspiegabili. E col cuore e la mente aperti, a tanta meraviglia debbono inchinarsi.
Un incessante flusso di coscienza incastonato fra le tematiche del mondo, fra il passato e il presente, pervaso da leggerezza, spiritualità e ironia.
Un inno alla forza anche di fronte alle prove più dure, perché proprio nei momenti di estremo dolore, come mai oseremmo sperare, la vita può riservarci il suo abbraccio più grande.

Illustrazione di copertina dal dipinto di Antonella Fois.

Liliana Proietti è nata a Gerano nel 1961. Dopo il matrimonio, a quarant’anni, si è trasferita a Ladispoli, dove si dedica prevalentemente al mestiere di mamma fra la quotidianità e un vissuto non semplice.
La vocazione per la scrittura, nonostante gli studi tecnici, l’ha portata più volte a minacciare di raccontarsi, ma ha aspettato molto prima di scrivere il “suo libro”. Indubbiamente una biografia dell’età matura è più densa di accadimenti e di riflessioni. 

Mi chiamano Lilli, e nel corso della mia vita sono sempre stata un’agnostica.
Non ho mai osato definirmi atea, perché ritengo questo termine categorico adatto solo a persone che non dubitano in alcun modo dell’inesistenza di Dio. Io invece non sono riuscita a trovare un posticino tra le certezze, e anzi, in questi ultimi anni sono stata ulteriormente destabilizzata da una catena di eventi straordinari ed emozionanti, che sento il bisogno di raccontare con l’intento di sussurrare una parola di conforto a chi ha vissuto, o sta vivendo, un’esperienza di dolore. La loro eccezionalità sta nel fatto che per alcuni di essi si arriva all’inspiegabile, per tanti altri prevale l’intreccio continuo e profondo sotto gli occhi increduli miei e di altre persone a me carissime, coprotagoniste di questo vissuto: Antonella e Renata, figlie di mia sorella Giovanna. Da bambina ho frequentato la parrocchia con i miei coetanei, e ho il ricordo di un parroco molto attivo nell’organizzare gite scolastiche e altre attività orbitanti intorno al suo apostolato, ma che affibbiava un epiteto a chiunque arrivasse in ritardo all’oratorio e affrontava anche in modo manesco i bambini più intemperanti.
Anche durante la celebrazione della Santa Messa mostrava il suo lato burbero, e a me personalmente, una domenica, diede più volte della “MALEDUCATA!”, strillando e superando i canti di osanna che si alzavano per il rito dell’Eucaristia, con uno sguardo che lanciava lampi. Cosa avessi fatto perché arrivasse a tanto? Niente di niente, come qualsiasi bambina che sta per comunicarsi con le manine giunte! Semplicemente non sono una stanga, e a nove anni, col concorso del mio nome dovevo essere una Lillipuziana. Con tutto il collo allungato inciampai leggermente all’ostia col labbro superiore, di lì il trattamento inidoneo anche per l’ultimo dei peccatori, nonostante quella fosse rimasta ben salda fra le sue mani e non avesse avuto bisogno della parata del piattino precauzionale. Il nostro Don sapeva essere anche bonario, e rispondeva perfettamente ai requisiti di lunatico: i preti sono comuni mortali, possono fare il bello e il cattivo tempo, e dall’alto del pulpito possono tuonare con fragore anche contro una bambina indifesa. Ma perché urlarmi maleducata? Quale il nesso tra la maleducazione (o l’ineducazione) e il mancato incidente in cui ero incorsa? Chi canta Messa in latino dovrebbe conoscere persino l’etimologia delle parole, e lui, con una minimale proprietà di linguaggio, avrebbe potuto darmi della sbadata, della scarognata, o qualsiasi altra sbottonata, perché la nostra lingua non è certo avara di aggettivi se hai deciso di affondare qualcuno. Urla a vanvera di cui feci tesoro, perché se Gesù disse “Lasciate che i bambini vengano a me”, quel trattamento d’urto in età tenerissima non mi rese affatto una pecorella smarrita, ma mi fornì gli anticorpi per essere guardinga fuori dal recinto. Un pessimo esempio manda a “benedire” cento predicozzi. In quei tempi da lupi anche la cattedra autorizzava a sfogare le personali paturnie sui bambini, e precedentemente, sempre io, in prima elementare avevo ricevuto una gragnola di ceffoni da una maestra. Non mi si immagini come una teppista, giacché ero educata e studiosa, o come un’opportunista che rammenta a sprazzi: veramente non ricordo quale misfatto commisi, ma la veemenza delle sberle mi costrinse ad aggrapparmi al banco per non cadere dalla sedia, e non mi sento di escludere che proprio quelle abbiano provocato la mia amnesia. Il fatto che una bisbetica maestra fosse scesa dal letto col piede sbagliato o avesse battibeccato col consorte, poteva costarti un timpano, e passavano episodi per cui oggi sarebbe previsto il carcere duro. In realtà tutto rimane, da bambini siamo spugne, e come l’odore del sussidiario dei primi giorni di scuola, possiamo imprimerci nella mente episodi incresciosi, e lasciare che da adulti diventino l’incipit di un racconto di vita.
Dopo il pranzo della domenica, il suono a gloria della campanella ci chiamava in sagrestia; calcio balilla, ping-pong, biglie e giochi di società, per i maschietti, girotondi per noi femminucce: rosa rosella la rosa è fiorita - bianca è la rosa in mezzo alle viole - Rosetta entra al ballo, ne esce senza ballo…, uno dei motivetti che strillavamo dal primo all’ultimo giorno dell’anno. Non c’era l’animazione moderna, e neanche l’inventiva per altre forme di intrattenimento. Più tardi il catechismo si teneva alle luci fioche della navata, tra simboli sacri e maestose figure artistiche: lo stesso Martirio di San Lorenzo, raffigurato sull’altare della chiesa a lui intitolata, mi procurava un stato di pathos, che controllavo spostando lo sguardo sui banchi e sulle mie amichette.
Dopo la Confermazione la mia fede non prese il volo, e quindi è inutile accampar pretesti, così come non è saggio addossarsi tutte le colpe per questo “dono” precluso. Il mio nucleo familiare non incarnava il meglio dei principi cattolici, perché i miei genitori si erano divisi: una separazione all’avanguardia per quei tempi, senz’altro gestita in modo sbagliato, a causa del nostro modesto ceto sociale e delle interferenze dei parenti di ogni ordine e grado.

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