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La Passione secondo Totonno

Gerardo Iuliano

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ISBN: 9788894995435

14,00 €

Foglio 83 | p.234 | ed. luglio 2019

- La verde irpinia si tinge di giallo!...
- Giallo? Ma non era un noir?
- Giusto... La verde irpinia si tinge di nero!
- Noo, col nero non sta bene, e poi alla fine,
tutto questo mistero paranormale...
- Ma allora che è sto romanzo?
- Scusa, ma tu l'hai letto o no?
(Commenti raccolti a caso)

 

Giovedì santo di fine anni 80: Peppe De Cesare, psichiatra amico dell'autore, vive e lavora a Sant'Angelo dei Lombardi, paese ancora traumatizzato dopo il terremoto dell'Irpinia. Viene coinvolto dal clero locale in una perizia richiesta dal Sant'Uffizio su Totonno, lo stigmatizzato dell’Incoronata, noto perché nella settimana santa soffre anche lui una passione, e una morte apparente il venerdì.
Mentre si reca sul posto, viene intimidito da due malavitosi, con ambigue minacce.
Si ritrova tra mistici e santoni, religiosi fondamentalisti, fedeli devoti e così via, aiutato dai suoi colleghi della perizia, un frate psicologo e una ragazza avvocato canonista, sostenuti e incoraggiati dal bonario Vescovo del posto.
Ma la devozione complica le cose, in una girandola  di eventi che finiscono per coinvolgere anche la polizia.
Gli inquirenti, un commissario che somiglia a Hitchcock ma è pugliese, un poliziotto ai servizi sedentari per malattia, un giovane giudice del posto e un medico legale tornato in paese per Pasqua, insieme coi periti canonici, conducono l'inchiesta in maniera ora formale, ora farsesca. La storia si dipana durante gli eventi della Pasqua, tra processioni, pranzi, tradizioni, ristoranti e gite fuori porta; si orienta tra depistaggi e sincerità, difficoltà e distrazioni; si aggira tra fanatici fondamentalisti, cattolici conciliari, mangiapreti, camorristi, politici, amici e parenti dell'Autore, per terminare, inaspettata, dopo una caccia al tesoro fuori porta, la sera della Pasquetta.


Gerardo Iuliano
Classe 1955, neurologo e psichiatra, rivendica con orgoglio di essere Irpino, ma vive e lavora a Salerno.
Fino al 2017 responsabile del Centro Provinciale Sclerosi Multipla di Salerno.
Per i lavori scientifici, basta andare sull'Index Medicus.
Un romanzo, di argomento storico-sociale, “E una son le stelle”, ambientato tra il 1929 e il 1994, sempre in Irpinia, fu pubblicato da Guida Editore - Lettere Italiane nel 2001; un premio in Sicilia (Leonforte).
Un secondo testo, “Tutti sclerotici, chi più chi  meno – grandezze e miserie di un centro per la Sclerosi Multipla”, vademecum semiserio, ma comunque letto e utilizzato tra pazienti e operatori, ebbe una buona distribuzione, una ristampa, e un premio per gli inediti (Fondazione Serono, 2005), per cui, naturalmente, è stato lasciato inedito.
Il suo piccolo archivio di perizie ha finito per stimolarlo anche sul versante del giallo.

1.
Giovedì Santo

La Taverna

Una volta, prima di autostrade, tangenziali e strade a scorrimento veloce, per arrivare a Sant’Angelo dei Lombardi si passava per la Taverna.
Il paese era in alto, erto sui due colli del castello e della cattedrale, separati dal fosso di piazza Polmonite, che una volta era la sua porta di ingresso.
Davanti alla Taverna c’era il famoso Quadrivio, snodo importante delle strade rotabili, che, con Tribunale, Liceo Classico, Ospedale, e Ufficio delle Imposte, faceva di Sant’Angelo il Capoluogo del Circondario, e dei santangiolesi gli orgogliosi abitanti di una Capitale, quella che il grande Francesco De Sanctis aveva definito la mia città, come li sentivi ripetere almeno due volte al giorno.
Gli altri paesi, Nusco, Torella, Lioni, avevano un semplice bivio, dove stazionavano prima le vetture a cavalli, poi i postali a motore, e dove cocchieri e poi autisti di piazza aspettavano gli arrivi.
A Sant’Angelo, invece, c’era il Quadrivio: la strada, la mitica via Appia, veniva da Avellino via Torella, passando per le le curve di Merlecchia, tutte a seni e golfi a seconda dello sporgere e del rientrare di quelle.
Una volta, alla Taverna, andando dritto salivi a Sant’Angelo, per la mulattiera di Santa Maria. A sinistra, la strada, passando per la chiesetta dell’Assunta, portava verso Rocca San Felice, e ancora verso Frigento, Ariano e la Puglia. Verso destra, a ovest, si passava per la chiesetta dell’Incoronata, poi di fianco alla vecchia Abbazia del Goleto, per arrivare a Lioni, e poi ancora una biforcazione, verso la valle del Sele e il salernitano, oppure, per Calitri e la valle dell’Ofanto, verso la Basilicata, Melfi e il Vulture dei briganti, e poi Candela, e di nuovo la Puglia piana. Una volta, alla Taverna c’era la Taverna, lunga e bassa costruzione di pietra, con una serie di porte ad arco, che comprendevano la Taverna, e anche alcune botteghe, come quella di Marietta, amica e fornitrice di mia nonna, dove trovavi una serie di figlie e sorelle, tutte uguali a Marietta, compresa quella disabile sulla carrozzina.
Una volta.
Dopo il terremoto del 1980, che aveva spazzato via il bel profilo di Sant’Angelo sui colli, e anche tutto il resto, alla Taverna c’era la Taverna ricostruita, molto più grande, due piani, e una serie di saracinesche con negozi, ma senza più Taverna, e poi c’erano i prefabbricati dell’ospedale nuovo, ancora in costruzione poco più in alto.
Da uno di questi prefabbricati, quello della psichiatria, nelle prime ore di una strepitosa mattinata primaverile del giovedì santo di un anno di fine millennio (millenovecentottanta o novanta e dispari, più di tanto non mi interessa), usciva bel bello il dottor Peppino De Cesare, psichiatra del servizio territoriale di fresco insediatosi nella USL 2 (Unità Sanitaria Locale, per chi non si ricorda più) di Sant’Angelo dei Lombardi, allora autonoma e florida.
Si avviava per la stradina sassosa, in mezzo al prato, verso il parcheggio ancora non asfaltato. Usciva per una visita sul territorio, non contemplata dal turno di servizio ma che lo riempiva di felicità, per la novità della cosa e per la bellezza della mattinata. Non che fosse un romantico, ma nemmeno potete immaginare com’è bella la primavera dalle parti nostre, nell’alta Irpinia, e in particolare nelle nostre vallate, circondate da catene non interrotte di monti: dalla piana di Volturara con la gobba del monte Tuoro, e il Terminio, al varco di Acerno, al Raiamagra con la piana di Laceno, fino all’altopiano di Sant’Angelo e Guardia del Lombardi.
Gli altri paesi erano tutto intorno, da Montemarano a Cassano, Montella, Bagnoli, e poi dall’altro lato Torella, Rocca San Felice, e, in alto e in mezzo, Nusco come una corona, a dividere la vallata del Calore da quella dell’Ofanto.
Peppe De Cesare è amico mio, queste cose me le ha raccontate lui, e mi ha raccontato di come la sua felicità si fosse smorzata all’improvviso nel trovare, vicino alla stradina all’imbocco del parcheggio, due forestieri, dal tipico aspetto di napoletani, e dall’aria poco rassicurante (lombrosiana, mi aveva detto, per la precisione), che sembravano non aspettare altri che lui.
Peppino è un’ottima persona e uno psichiatra molto preparato, è stato in seminario da ragazzo, ha fatto il militare a Cuneo; è un uomo religioso, ma non è un cuor di leone e in quel momento ebbe solo la tentazione, non il coraggio, di tornare indietro.
Malgrado tutto proseguì, perplesso. “Mi scusi, voi siete dottore psicologo?”
Peppino esitava, intimidito, e appena si capì che il suo era un accennato “Sì...”, quelli continuarono: “Dottore, una preghiera riservata… siete voi che stammattina dovete visitare a Totonno?”
Peppino non sapeva cosa rispondere, ancora non aveva capito; capì subito dopo: “Totonno il napoletano, quello con le stimmate sulle mani?”
Appena si comprese che il suo era un altro “Sì...”, il figuro che sembrava il capo, insistette: “Volevamo solo avvertirvi: per noi, Totonno è santo, e questo è tutto…”. E l’altro, il figurino più piccolo, facendogli eco: “Santo subito!...”.

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