Serial Lover Amante Seriale Vedi a schermo intero

Serial Lover Amante Seriale

Nuccio Castellino

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ISBN: 9788894995329

12,00 €

Foglio 81 | p. 204 | aprile 2019

Lorenzo è un professore universitario di letteratura francese, elegante, colto, bello e affascinante, dotato di una esagerata autostima che lambisce il narcisismo.
Usa le donne come cravatte da intonare con le camicie, finché non incontra Greta, un angelo biondo di cui si innamora perdutamente sconvolgendo inevitabilmente la sua vita.
Il tradimento di Greta, improvviso e imprevisto, lo trasforma in un vero e proprio serial lover impegnato, in modo compulsivo, a distruggere la felicità degli altri.
Un gioco perverso che sembra funzionare finché non scompare una delle sue amanti, sparizione in cui Lorenzo è coinvolto da una serie di indizi schiaccianti.
Braccato dalla polizia e da uno spietato killer, Lorenzo riuscirà a salvare la sua libertà e la sua giovane vita?
Sullo sfondo di uno scenario kafkiano, un noir esistenziale, incisivo come la lama di un coltello, investiga le radici profonde del disamore.


“Non ti dispiace morire?”
“No, mi dispiace morire per mano di una donna.”
Gli occhi si sfidarono per un tempo interminabile.
“Avrei preferito la vendetta di un uomo al rancore di una donna”,
e la costrinse ad incidere ancora la sua pelle.


nuccio

Nuccio Castellino nasce nel 1961 in Sicilia a Palma di Montechiaro, paese a due passi dal mare vicino Agrigento.
La musica e la scrittura, fin dalla sua infanzia e la sua adolescenza trascorse a Palermo, sono sue fedeli compagne.
Conseguita la laurea in lingue e letterature straniere si trasferisce a Roma dove lavora all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

Dopo avere composto oltre cento canzoni, realizzato due raccolte di poesie, redatto diverse recensioni per il cinema, il teatro e la pittura, allo scoccare esatto dei suoi cinquant’anni scrive i suoi primi romanzi, frutto di un’alchimia composta della stessa sostanza di cui sono fatti gli uomini e le donne.

Preambolo

Erano trascorse due ore esatte da quando era entrato in quella stanza minuta, umida e semibuia.
Le gambe erano indolenzite, i polpacci rigidi, le cosce tese come corde di un violino. E pensò alle corse sul lungomare, quando l’orizzonte regala colori pastello e gabbiani, e si sente libero come loro. Solo che stavolta non aveva corso per niente. Anzi. Stava seduto da tempo immemore. E se doveva proprio pensare ad un gabbiano, gli tornava in mente quel pennuto che, chissà perché, invece di volare, se ne stava rannicchiato su un merlo del castello, a dispetto del vento che gli sollevava le piume.
Conosceva ormai a memoria ogni dettaglio della sua sedia. In legno, con schienale rigido a doghe orizzontali, senza imbottitura e senza braccioli. Scomodissima. E si rese conto solo in quel fottuto momento di quanto fossero importanti in una sedia due braccioli, anche piccoli e fatiscenti, perché non sapeva dove cazzo mettere i gomiti e le mani durante quell’attesa infernale.
Qualche volta cercava le tasche, ma sempre più spesso annodava le braccia, ed era totalmente incapace di stare fermo e trovare una postura decente; si sentiva imbranato, goffo, come i suoi studenti agli esami quando sembrano seduti su un letto di spine.
Perle di sudore correvano di tanto in tanto sulle sue tempie e la gola sembrava attraversata da colate di lava. Aveva una sete disperata. Ma l’acqua, cazzo, che aveva già chiesto ai suoi aguzzini una dozzina di volte non arrivava.
Perché fosse lì ancora non lo sapeva.
Era stato avvicinato la mattina da tre uomini che, dopo avergli chiesto bruscamente se fosse lui Lorenzo De Simone, senza attendere risposta, lo avevano invitato a seguirli. Parcheggiata l’auto al solito posto, a ridosso di un’aiuola che nasconde una fontana, e raggiunta la breve gradinata, era sul punto di infilarsi nel portale dell’università dove insegna letteratura francese. In un primo momento rifiutò di fermarsi anche per un solo secondo, indeciso se considerarli dei semplici scocciatori o addirittura dei malviventi; strinse allora più forte la sua borsa di pelle, allungò il passo ostentando indifferenza e fece per entrare. Uno dei tre lo prese per un braccio provocando una violenta reazione di Lorenzo che dovette arrendersi quando lo sconosciuto fece danzare sotto il suo naso una tessera di polizia. Si trovò, senza rendersene conto, dentro un’auto stretto tra due sbirri, mentre il terzo guidava come in un videogame.
“Dove mi portate?”, domandò con un filo di voce mentre si allentava la cravatta che, d’un tratto, sembrava la corda dell’impiccato.
“Al commissariato”, rispose gelido, senza neppure guardarlo, l’uomo seduto a destra.
“Perché?”, sbarrando gli occhi.
“Non siamo autorizzati a dirle nulla”, sillabò come un automa l’uomo a sinistra.
Mancava l’intervento dell’autista che non si fece attendere.
“Il commissario Felice a breve le spiegherà tutto.”
“Chi?”
“Il commissario Felice…”, ripeté nello stesso identico tono impersonale di prima, proprio come se fosse stato riavviato un registratore.

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