TRECENTOSETTANTUNO GIORNI Vedi a schermo intero

TRECENTOSETTANTUNO GIORNI

Mariaida Cristarella Oristano

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ISBN: 9788894995275

14,00 €

Lettere 324 | ed. febbraio 2019 | p.220

“Sol chi non lascia eredità d’affetti, poca gioia ha dell’urna”. Samuel Merrick non conosce cosa esprima realmente una simile asserzione: gli affetti non sussistono e i sentimenti sono ormai fossilizzati da sin troppo
tempo, un tempo perverso, infinito, tedioso.
Come esigere che qualcuno commemori un uomo impercettibile, dedito soltanto a se stesso, egocentrico, individualista e, forse, persino scostante? Eppure, l’uomo non era sempre stato così fazioso: aveva imparato a volere bene, un tempo, a fidarsi e a credere in un mondo sleale e insincero.
Poi, trecentosettantuno giorni. Samuel conosce bene questo numero torbido di malattia, un termine, la sua caduta o, forse, proprio la sua salvezza; il riparo mai incontrato, l’unica speranza di cambiare, una volta per tutte, un’esistenza empia e priva di senso alcuno, vissuta senza fine, senza la presenza di chi, come per ogni uomo, possa ricordarlo per sempre.

Mariaida Cristarella Oristano nasce a Milano il 16 Giugno del 1996 e inizia a scrivere dall’età di nove anni, con fiabe e favole per bambini. Scrive il suo primo libro intitolato "Al di là di ogni tramonto" all'età di diciassette anni, pubblicandolo poco tempo dopo. Il suo amore per la scrittura nasce in contemporanea a quello per la lettura stessa: l’idea di poter elargire alle persone le medesime emozioni che altre ancora riuscivano a offrirle attraverso i loro libri la faceva sentire appagata e utile a perseguire uno tra gli scopi, a suo dire, più considerevoli per la società odierna: una fuga dal reale, una piacevole distrazione, un gradevole conforto.
È per la stessa ragione che osserva la lettura con lo stesso sguardo di chi esamina la musica, ulteriore forma d’arte a cui si avvicina sin dalla sua prima infanzia. “Se si è in grado di scrivere un buon libro – dice – ci si renderà in grado di permettere alle persone di viaggiare tuttavia trattenendosi a casa, si riuscirà a far sì che queste possano esplorare realtà paradossalmente ideali col solo scorrere delle parole, persino a occhi chiusi pur facendone cogliere ogni minimo dettaglio”.

Quasi certamente, la mia, potrebbe sorgere come la più tediosa delle vicende, la più amara e, forse, persino la più straziante tra le sussistenze condotte nella vita terrena, e chiunque avesse avuto l’occasione di vivere una tale angoscia, probabilmente, si sarebbe rivolta con tono smarrito verso l’unica entità a cui in queste circostanze si può attribuire una vera colpa: verso Dio.
Gli avrebbe chiesto senza dubbio la cagione per cui, in un determinato istante, avesse deciso così del proprio destino, il motivo di tale abbandono e, soprattutto, avrebbe pianto su se stessa, Gli sarebbe andata contro e, poco dopo, in preda al rimorso, Lo avrebbe pregato e, in tutto ciò, non si sarebbe neppure reso conto del tempo demolito nel vuoto, né che tale Dio, al quale troppo spesso si indirizzano implorazioni solo nei momenti di reale bisogno, probabilmente, addossò un tale fato al solo fine di fornire uno scopo alla vita altrui, come fece un giorno con la mia.
Non odiai quel Dio quando tentò di strapparmi via anche l’ultimo respiro o, quantomeno, non protrassi i miei rancori fino in fondo, perché compresi che, proprio negli istanti in cui Esso stava per allontanarmi dalla vita, quando fece di questa mia stessa esistenza una continua lotta guerreggiata insensatamente in un inviso letto d’ospedale, contemporaneamente, mi stava concedendo il più grande dono.
Fu una sorta di baratto: una vita senza senso in cambio di qualcosa di ancora più ingente che, anche per poco tempo, gliene avrebbe fornito uno.
Prima di allora, trascorsi il mio effimero arco vitale credendo di aver compreso quale realmente fosse il vero fine della vita, e cercai in ogni modo di raggiungerlo invano, perché non capii mai che ciò per cui mi battei a lungo, il lavoro, il denaro, le apparenze o le competizioni, potessero essere demoliti semplicemente con un solo soffio, con un irrilevante fiato, come il vento fa con i fiori sui rami che a vista d’occhio sembrerebbero i più forti e i più belli, ma che invece, al primo alito, volano via lasciando spazio a tutti quegli altri a cui l’albero stesso non diede mai importanza.
Mi chiamo Samuel, e sto morendo.
In realtà, prima di avere tale consapevolezza, ero già morto, dunque, forse, dovrei correggermi.
Mi chiamo Samuel, e sto iniziando a vivere per la prima volta.
Vorrei dire troppe altre cose di me, eppure solo questi due fattori sembrano fondamentali, il resto della mia vita non ha più molta importanza, non adesso. E non ha più importanza neppure raccontare di mio padre, dei suoi fallimenti e delle sue aspettative per la mia vita, dei suoi stupidi sorrisi e dei miei amici più cari, di una donna, di un figlio, di un cane, di un pianoforte.
Ma forse, è meglio che cominci dall’inizio.
Forse è meglio che cominci dal cane. Un cane.
«Cos’è questo sacco di pulci?» asserii, pochi mesi prima, quando mio padre si presentò dinnanzi al mio ingresso con un cucciolo latteo dallo sguardo atterrito tra le braccia.
Il vecchio non emanò respiro, mi osservò con il suo tanto insopportabile sorriso.
Era certo di poter dirimere ogni cosa con una così concordata smorfia, è per questo che non riuscii mai a sopportare la gente, nella mia vita; ogni persona ne era certa e, prima di vivere, disprezzai tutti i sorrisi, deprecai tali visioni, le reputai nient’altro che atti artificiali, illusori, folli visi innaturali e perversamente studiati. 

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