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SILENTE NEL CUORE IL DOLORE

Graziano Raone

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ISBN: 9788894995022

13,00 €

Lettere 312 | p. 206 | ed. febbraio 2018

Danza con me stasera,
all’ombra del micante lume,
su tavoli imbanditi
con ostriche e caviale.
Avviluppati ruoteremo
nello sfarzo della stanza
senza nulla sfiorare,
sazi e paghi del nostro amore.
Danza con me stasera,
sotto lampioni pallidi
nell’oasi deserta
di questa città sonnecchiante.
E quando ormai stanca
riposerai su prati in fiore,
ubriaco
sfiorerò pareti e porte
e le strade silenziose
m’inghiottiranno,
squallido
e forestiero
come prima.

Graziano Raone, nato e cresciuto in un piccolo paese del sud salento nel 1974, a Presicce, dove tuttora vive e lavora. Silente nel cuore il dolore è il suo primo romanzo

Alice

La sera sopraggiunse con un impeto violento, folate di vento gelido investivano con una forza sorprendente le vetrate spente dei negozi del centro. Le strade erano deserte, irreali, se non fosse stato per qualche macchina a sfrecciare veloce verso mete sconosciute, un rombo a perdersi negli anfratti del paese, le imposte delle case serrate, la luce artificiale dei lampioni eterea, strana, quasi accecante.
Il cielo che per tutto il giorno era stato plumbeo, impalpabile, con una fioca lucemalinconica a filtrare tra le nubi, s’era rischiarato, e stelle lontane ed opache vibravano con una intensità sorprendente. La luna faticava ad apparire nel suo consueto splendore, ferita dal buio e dal freddo, mostrava solo in minima parte le sue delicate forme. Il silenzio ricopriva lo spazio intorno, facendo apparire greve ogni piccolo accenno di indistinto e lontano suono, un rumore reso ovattato dalla placida calma della notte.
Smisi di fissare la volta celeste e, nascosto sotto pesanti vestiti, proseguii spedito verso strade deserte, voltandomi di tanto, facendo attenzione a non scivolare sul selciato umido. Di gran carriera mi diressi verso una casa che dava sull’angolo opposto dal quale provenivo, la oltrepassai e scalpicciai veloce lungo una strada larga e silenziosa.
Un delicato nevischio era venuto giù svogliatamente dal mattino, posandosi compatto su immoti oggetti, inanimati e gelidi nelle loro rigide posture, ed appariva placido e astratto in quella notte quieta e priva di vita.
Arrivato al centro di una stretta stradina, misi una mano in tasca ed estrassi un mazzo di chiavi.
Ne presi una tra le tante, la infilai nella toppa del portone in legno tinteggiato verde petrolio, entrai rallegrandomi di essere giunto a casa, accesi le luci, mi richiusi il portone alle spalle e tolto il cappotto, lo gettai su di una poltrona nella sala da pranzo. 
«Questo tempo mi distrugge» dissi fregandomi le mani per cercare di scaldarle.
Un’altra giornata di intenso lavoro era finalmente terminata, e stanco avevo una gran voglia di rilassarmi steso sul divano.
Composi un numero di telefono, attesi paziente con la cornetta tra le mani, poi ordinai una pizza con verdure, dettai il mio recapito, mi spogliai e andai in bagno a fare una doccia. L’acqua calda mi scivolava addosso con un effetto benefico, ticchettava placida sulla cute, martellava la schiena ricurva e stanca, riempiva la mia anima di candore e lavava via lo stress accumulato durante il giorno.
Dopo essermi rifocillato, chiamaiAlice e, ascoltando estasiato la sua voce, la invitai per il giorno seguente ad una cenetta romantica in un nuovo ristorante in riva al mare, invito che lei accettò con molta enfasi, lasciando trasparire attraverso le parole che mi sussurrava nella cornetta, una certa impazienza nel vedermi.
Alice era una delle persone più care della mia vita, ciò che più si avvicina ai miei sogni, una sorta di pensiero costante e tremulo, una linea retta nella mia esistenza, la consapevolezza che ciò che accade ogni giorno ad ognuno, anche se in principio può sembrare strano ed ambiguo, alla lunga assume l’aspetto consono di un miracolo. Mi aveva rapito il cuore ed alterato per sempre il mio temperamento rischiarando gli anfratti bui della vita. Fu palpitante luce nelle notti cariche di angosciose paure, quelle notti insonni e nervose dove neppure la luna riesce ad alleviare le sofferenze truci ed i pensieri di dolore.
La prima volta che la vidi, presso la segreteria dell’università degli studi di lettere della nostra città, entrambi avevamo poco meno di una ventina d’anni, lei era in compagnia di alcune amiche con le quali si divertiva a raccontare i particolari di una festa del fine settimana precedente. Io ero perso nella fila umana che si dipanava dallo sportello sino all’atrio, in attesa del mio turno, per chiedere delucidazioni su alcuni passaggi incerti del percorso di laurea in filosofia, quando di colpo me la trovai addosso, con quell’aria da ragazza impertinente, a chiedermi spudoratamente di potermi presentare ad una sua amica. Le amiche alle sue spalle ridevano additandomi, smorfie di burla si disegnavano sui loro visi alterati dalla goliardia. L’imbarazzo pervase il mio corpo, le mani picchiettavano nervose sui fianchi, il sudore imperlò la mia fronte, piccole gocce stillate direttamente dallo stomaco in subbuglio. Avrei voluto scappare via. Rimasi pietrificato al mio posto, con un sorriso ebete stampato sul viso e le membra intorpidite dall’ansia. Lo scherzo non mi piacque affatto, una burla violenta e malvagia, uno di quei soliti scherzi che si fanno ai tipi come me, quelli che la gente crede siano talmente timidi da rasentare in ogni momento l’imbarazzo cocente ed evidente, un imbarazzo da spettacolo avvilente. La spudoratezza di quella ragazza mi angosciava, anche se era terribilmente affascinante, vedendola così sicura di sé, così bella, perfettamente in sintonia con i gesti e le movenze del corpo. Aveva una padronanza dispotica della scena, una dialettica spietata e un modo di stare tra la gente che rasentava lo show. Io rimasi inebetito per tutto il tempo, poi andai via, silenzioso, dissolvendomi tra la gente nelle strade.

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