Il silenzio antico del Canyon Vedi a schermo intero

Il silenzio antico del Canyon

Massimiliano Claps

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ISBN: 9788874189311

12,00 €

Lettere 310 | p. 100 | ed. gennaio 2018

Un remoto canyon dell'Arizona. Due personaggi fuori dal coro. Un popolo, i Navajo, che ha fatto e subito la storia della colonizzazione del Far West americano. Due storie ambientate in due epoche successive che si intrecciano e si complementano per raccontare come abbracciare le proprie radici culturali, geografiche, antropologiche, e tribali non sia un esercizio di chiusura verso il mondo. Ma possa formare la base per accogliere gli altri senza però subirne l'egemonia.

Massimiliano Claps, classe 1975, romagnolo di nascita e formazione, viaggiatore per vocazione e professione. Vive in un piccolo paesino sul lago Maggiore e si divide fra famiglia, montagna e lavoro. Inizia a scrivere nel 2005 per raccogliere i ricordi di viaggi in bicicletta, aereo, a piedi in giro per le Alpi, per poi iniziare a sperimentare con la scrittura di romanzi brevi, spesso a sfondo storico.

Luna Diné

La gente si affrettava verso casa. L’inaugurazione del Diné College, il primo community-college degli Stati Uniti gestito interamente da una nazione di nativi, si era appena conclusa. Nei corridoi restava solo un ometto sui sessantacinque anni, vestito in abiti tradizionali Navajo. L’età lasciava ancora intravvedere le spalle larghe di una vita attiva e gli occhi vispi della curiosità per il mondo. Era immobile davanti alla foto sbiadita di un guerriero. Sotto al ritratto una breve iscrizione ‘My grandchild, education is the ladder. Tell our people to take it’, Hastinn Ch’il Haajiin (Manuelito). Quel ritratto lo catapultò in lontane memorie.
I ricordi sono tutto quello che ti resta delle esperienze di vita quando sono passate. Ne catturano solo un attimo, un’emozione. Ma quell’attimo è tutto ciò che resta. Le esperienze, quelle che pungolano le emozioni attimo per attimo, quelle no, quelle sfuggono. Sembrano le uniche reali, ma sono più effimere dei ricordi. Questi, condensati nei racconti delle persone, ci radicano al popolo e all’epoca a cui apparteniamo per proiettarci in quella successiva. Così rifletteva Hok’ee mentre ascoltava i racconti di Gaagii, uno degli hatalii, o uomini della medicina, più anziani dei Diné.
Gaagii aveva acceso il bracere nel suo hogan. Era l’unico modo per sopportare il freddo vento dell’inverno che sferzava i tronchi scricchiolanti e penetrava fra gli spifferi del vecchio rivestimento di adobe. L’hogan di Gaagii era l’ultima abitazione tradizionale rimasta in quell’angolo di Tséyi. Il resto della famiglia di Gaagii e gli altri Diné, che una volta vi abitavano, si erano trasferiti a Chinle e negli altri villaggi nei dintorni di quello che i messicani conoscevano come Canyon de Chelly.
Avevano scelto di abitare in quelle case di pietra fatte costruire dal governo federale. Gaagii no. Lui preferiva svegliarsi ogni mattino sentendo l’odore della sua terra. Un luogo magico di pareti a strapiombio di arenaria, torrenti, e pascoli verdi, da cui traeva ispirazione e materia prima per i suoi rimedi medicinali. Un luogo dove sentiva viva nella mente, nel corpo e nello spirito la sacra e continua relazione fra hozho, l’ordine, la bellezza, l’armonia e hocho, il disordine, la bruttezza, il caos. E poi, ripeteva sempre, un vecchio come lui non sapeva cosa farsene di quattro mura e di una casa più grande. Diceva che quelle case servivano solo a costringere la gente a comprare roba per riempirle. Più vestiti, più mobili, più cibo.
Sosteneva di sapere che gli restavano pochi anni da vivere, in questo mondo. Di tutta quella roba non avrebbe potuto portare nulla attraverso quell’ultimo, minuscolo spiraglio della vita che è la morte.
L’hogan era sufficiente per ospitare quel gruppo di ragazzi, poco più che adolescenti, che qualche sera andavano a tenergli compagnia. Loro lì non dovevano ascoltare le prediche dei genitori, o di padre Antonio, il gesuita che, a Chinle, li voleva convincere ad ascoltare le storie e i ricordi di un altro mondo, di un Dio onnipotente, lontano dalla spiritualità delle montagne sacre Navajo. Le sera si scapicollavano giù per i grandi massi di arenaria arrossati dal tramonto. Scendevano fino al terrapieno dove Gaagii aveva sistemato la sua capanna per proteggerla dalle piene improvvise, nella stagione delle piogge. Gaagii faceva trovare loro una zuppa di mais. La insaporiva con qualche pezzo di pancetta, e qualche briciola di peperoncino che padre Antonio gli aveva portato dal Messico. Ma il condimento più saporito erano le sue storie. Lui distillava i ricordi con la destrezza di un cuoco raffinato. Un pizzico di vita vissuta. Una goccia di storia della sua famiglia. E, ogni tanto, un intingolo di leggende sacre.

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