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Io sono quel gorilla

Sergio Ragno

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ISBN: 9788874189991

14,00 €

Lettere 311 | p.207 | ed. febbraio 2018

Nella penombra, sdraiata sul letto sfatto, Mary Ann levò la testa di qualche centimetro. I suoi capelli bruni erano arruffati. “Che cosa è stato quel rumore?” disse. Abbassò lo sguardo e vide il fucile appoggiato di fianco all’anta aperta. Si lasciò cadere indietro sul cuscino e si mise una mano sulla fronte.
“Dio mio, Jake!” scuoteva la testa. Aveva il contorno degli occhi imbrattato dal trucco. Una traccia di rossetto le sbaffava il mento. “Cosa stai combinando con quel coso?” L’uomo si voltò verso la donna, ma non la guardò. I suoi occhi scrutavano un punto impreciso della moquette. La luce del sole tagliava in due la stanza. Il volto duro di Jake era illuminato. Sembrava fatto di arenaria. “Sto sparando alle cornacchie” disse.

Immagine di copertina a cura di Ilaria Celasco

sergio

Sergio Ragno è già noto al mondo letterario per il suo libro “Io m’infilo dappertutto” ed. Seacula con cui ha vinto il premio Città di Murex a Firenze. L’autore è oggi presidente e fondatore del circolo letterario INC di Abbiategrasso per il quale organizza laboratori di scrittura creativa basati sul metodo d'insegnamento del Gotham Writer Workshop, un corso per scrittori che lui stesso ha avuto modo di frequentare a New York. Laureato in Mediazione linguistica con una specializzazione in cultura anglo-americana, oltre a scrivere e a insegnare scrittura creativa, è un appassionato divulgatore di letteratura americana con i suoi reading come keep Call me Ishamel e Looking trough the back window.

Come ti sei avvicinato alla narrativa?

Non mi sono avvicinato io, è stata la narrativa a venire da me quando ero un bambino, ma questo capita a tutti. La narrativa serve a spiegare ai bambini il mondo che c’è oltre la porta di casa e io sono stato fortunato in questo. Il mondo me lo raccontava mia madre. Storie reali elaborate in modo magistrale da una vena narrativa tragicomica tipicamente napoletana.

E come si diventa scrittori?

Si diventa scrittori quando le storie non le racconti più ai bambini ma agli adulti rimanendo in egual misura credibile.

Stai dicendo che uno scrittore tratta i lettori come se fossero bambini?

No. Sto dicendo che uno scrittore deve stimolare quella fame infantile di storie che tutti noi abbiamo. Prima di essere uno scrittore sono soprattutto un lettore famelico e smanioso. Cerco di soddisfare quell’appetito infantile, ma non sento mai sazio.

Quali sono gli autori che più hanno influenza su di lei?

Ce ne sono tanti e ognuno per un aspetto particolare. Mi piacciono molto gli scrittori ebrei americani per la loro capacità riflessive, per il loro modo di imbastire una trama basata su uno spessore interiore senza mai scadere nell’inutile pathos. Mi riferisco a Philip Roth, Bernard Malamud, Saul Bellow, J.D. Salinger, ma quello a cui mi avvicino di più come stile è Paul Auster, probabilmente perché è un autore contemporaneo

Cosa pensi della letteratura e del mondo dell’editoria contemporanei?

Leggo quasi esclusivamente letteratura americana considerando il mio percorso di studi. Qualche volta mi capitano sottomano autori europei, ma molto raramente sono italiani. Credo che il mondo dell’editoria italiana sia intasato da troppa cattiva letteratura, una letteratura più legata allo ‘scrittore personaggio’ che ai personaggi di uno scrittore. Ci sono molti bravi scrittore che fanno fatica a trovare spazio perché hanno poco appeal dal punto di vista del marketing.

Qual è lo scrittore che più invidi professionalmente?

Cormac Maccarty. Maccarty è lo scrittore perfetto perché è in grado di parlarti d’amore senza mai usare la parola “amore”.

Hodges Place, Mansfield

Era il luglio del 1970 e il caldo torrido aveva prosciugato lo stagno in fondo a Hodges Place nel quartiere di New Haven a Mansfield. Lungo il viale, un rumore sincopato di un piccolo motore ronzava incessantemente. Un uomo con una camicia a quadri rossi e bianchi stava tosando l’erba del suo prato. Ogni tanto spegneva il tagliaerba, si fermava e ammirava il lavoro fatto. In quei brevi momenti un assordante canto di cicale invadeva l’aria secca. Sulla cassetta delle lettere di quella proprietà c’era scritto Generale E. J. McWatters. In testa quell’uomo portava un berretto da golf bianco.
In strada tre ragazzini giocavano con un pallone da basket e si rincorrevano lungo i larghi marciapiedi. Continuavano a fare il giro dell’isolato senza sosta. Dal fondo della strada stavano arrivando due uomini a bordo di due Harley Davidson.
Procedevano lentamente. Si urlavano qualcosa l’un l’altro.
All’apparenza sembrava stessero litigando, in realtà facevano solo conversazione. Il rombo dei motori delle motociclette spaventò una cornacchia che era appollaiata sul sicomoro della casa di Jake Shelley. L’uccello gracchiò e subito dopo volò via.
In quel momento Jake Shelley stava masticando tabacco sul dondolo del patio e aveva tra le mani una copia del National Geographic. Sulla copertina c’era una grossa scimmia dal grugno nero. Il titolo della rivista diceva: Gorilla di Montagna.
Jake guardò la cornacchia svolazzare oltre il tetto di casa sua, dopodiché ripose la rivista sul tavolo. Si alzò dal dondolo e si diresse verso il garage. Il suo prato era piuttosto brullo mentre sui muri della sua villetta c’erano larghi tratti dove l’intonaco si era staccato. Camminava con una leggera zoppia. Aveva le gambe un po’ arcuate. Nonostante fosse piuttosto benestante, indossava un paio di Levi’s strappati sul didietro e una maglietta bianca sporca di grasso nero. L’abbigliamento giovanile lo faceva apparire disinvolto, anche se i suoi movimenti erano quelli di un vecchio. Dopo aver rovistato nel garage, venne fuori con in testa un cappello da cowboy grigio topo e un fucile in braccio. Un Remington 700. Si asciugò il sudore della fronte usando il lembo della manica della sua t-shirt. Appoggiò il calcio della carabina perpendicolarmente su un piede. Dalla tasca posteriore trasse un silenziatore e lo avvitò alla canna del fucile. Tirò su la falda del cappello e annusò l’aria. Gli occhi azzurri e freddi. Aveva una barba di due giorni e i peli neri e bianchi gli ornavano la mascella quadrata. Sotto l’occhio destro, una cicatrice lunga fino alla tempia. Fece una smorfia tirando su un angolo della bocca, subito dopo sputò un grumo di saliva nera sull’erba gialla. Tirò su il fucile, se lo appoggiò sulle spalle e si avviò verso casa. Il suo modo di camminare somigliava a quello di James Arness. Alcuni minuti dopo si affacciò alla finestra della sua stanza da letto e puntò il suo Remington in direzione del vicino.

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