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LA PRIMAVERA DELLE CONSAPEVOLEZZE

Franco Serpi

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ISBN: 9788874189953

12,00 €

Lettere 308 | p.120 | ed. dicembre 2017

Raccontavo il dualismo della nostra storia, la parte chiara e quella scura come la notte. I ritorni e gli abbandoni. Le parole cattive gridate nel silenzio e le parole d’amore non dette. Raccontavo il nostro amore segreto, lo descrivevo minuziosamente e più lo portavo alla luce più imparavo a conoscerlo…

Franco Serpi è nato a Viareggio nel 1981 e vive a Massa.
Già autore dell’apprezzato romanzo di lancio, intitolato “La sopravvivenza inutile”, che ha ottenuto buoni consensi di critica e pubblico.
Torna con “La primavera delle consapevolezze”, un testo poetico ed introspettivo, ritenuto da molti il romanzo rivelazione dell’anno.

CAPITOLO UNO

Se avessi avuto almeno la capacità di contraddirti, di oppormi con il mio corpo per non farti oltrepassare la porta che ti sei chiuso alle spalle senza aggiungere una parola come se tra di noi fosse inutile ogni tentativo, forse oggi saresti ancora qui, nella tua casa, con tua moglie e i tuoi figli che chiedono di te. Dove ti trovi non lo so, sono due giorni che manchi da casa ed altrettanti che non rispondi al telefono.
Ho provato a chiamarti, ma il tuo telefono è sempre spento. Sembra quasi che tu sia stato inghiottito dalla terra. Ti ammetto che per me siano giorni di ansia, ore interminabili che si consumano nella tua assenza che per me ha lo stesso sapore del sangue in bocca.
Tua moglie mi ha chiamato poco fa, è disperata e ti sta cercando ovunque. La polizia ti cerca. Alla tv locale oggi hanno parlato di te.
Quella donna ti vuole bene, aveva la voce frantumata da un pianto che divora.
Il vostro matrimonio sta in piedi da circa quindici anni, veli di sole tiepido alternati a piogge violente che al primo nuovo sole sembrano asciugarsi.
Lei non si lamenta di te, quando al lavoro ci ritroviamo davanti al box del caffè mi racconta sempre della sua famiglia, dei suoi figli, di suo marito che la sera al ritorno a casa l’abbraccia e la fa sentire la donna più felice del mondo.
L’ascolto sempre con minuziosa pazienza, anche se sono consapevole che dello stesso uomo si abbiano due ovvie visioni differenti.
Luigi Pirandello scriveva che nella vita si incontreranno molte maschere ma pochi volti.
Ecco, per anni io e te abbiamo indossato una maschera.
Ogni giorno l’abbiamo ritoccata per renderla più credibile e più vera, le abbiamo perfezionato il colore, il contorno degli occhi, gli angoli della bocca. L’abbiamo massaggiata accuratamente così che il tempo che passa non la invecchiasse, le abbiamo assicurato una forma costante. Quella maschera ci aderiva così bene alla pelle che ad un certo punto si era appiccicata al nostro volto.
Non ci siamo lamentati, perché ci faceva comodo. Ci sentivamo protetti dalla riservatezza che questa faccia pigiata contro la nostra faccia riusciva ad assicurarci anche nei momenti di pioggia, in quei momenti dove sembra che l’universo si incrini e tutto vada a puttane.
Quella maschera aderiva come una seconda pelle e la sua morbidezza davvero era comparabile a quella di un volto vero.
Un volto giovane però.
Perché la menzogna deve sempre essere giovane, non può puzzare di vecchio.
Quando gli altri ci guardavano dritti in volto ci sentivamo sicuri come chi ha nascosto il cadavere in un posto irraggiungibile, come chi non vacilla, non inciampa.
Il palcoscenico dei nostri giorni ci aveva permesso di accumulare esperienza, eravamo divenuti bravi teatranti, avevamo studiato bene la parte e non vi era incertezza alcuna nei nostri passi.
Così, come mossi da un regista invisibile che sceglieva per noi le espressioni e i gesti, che sceglieva per noi quanti passi dovessimo compiere prima di pronunciare l’ennesima battuta, noi ci lasciavamo cullare dalle movenze dei nostri passi che calpestavano il suono sordo del pavimento di legno del nostro teatro di vita.

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