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CERTE DONNE ANCORA CON LE CALZE

Charles Krevigoskji

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ISBN: 9788874189908

10,00 €

Lettere 305 | p.69 | ed. dicembre 2017

L'amore ha mille facce, anche quella di uno scrittore squattrinato che si ritrova all'improvviso innamorato di una
donna quasi all'antica che veste ancora le calze della nonna.
Tra mille grottesche e divertenti avventure, a tratti anche romantiche, con l'improvviso successo e quando lei si è finalmente innamorata di lui, prende la via della fuga!

Charles Krevigoskji esule (nel senso che è proprio solo contro tutti) operaio scrittore, oriundo da un paese sconosciuto, ricorda poco della sua vita già trascorsa, e forse è meglio così. Ha già pubblicato "L'enorme uccello rosso" con prefazione di Remo Remotti e raccolte di poesie.

Erano giornate di noia. Rimanevo ore a guardare fuori il tempo grigio, malato, sventrato dalle nuvole nere, oppure giravo per casa in mutande senza sapere che cosa fare eppure avevo una montagna di carte da scrivere o da trascrivere. Migliaia di libri comprati e ancora da leggere. Avevo dato, un po’ di mesi prima, un mio manoscritto a John perché lo desse ad una sua amica di cui mi aveva parlato per farlo editare.
Scrivevo un sacco di roba quando c’avevo voglia e soprattutto quando ero incazzato, perché nessuno meglio della mia macchina da scrivere sapeva come prendermi. Ma il difetto più grande che avevo era una certa apatia nel rivedere quello che avevo buttato giù. Una pagina appena scritta, era per me già vecchia. Guardavo sempre a quella successiva, al giorno dopo, alla novità nella mia vita, e la mia vita aveva bisogno di cose nuove: freschezze di cose, freschezze di rose, nuove cose di… anche di carne insomma, per poter vivere soddisfatta la propria esistenza. Certe volte mi veniva il complesso di Minerva, e quasi mi si doveva spaccare la testa come a Giove, per far uscire tutto in una volta quello che pensavo. E la mia emicrania mi passava solamente quando svuotavo il cervello di tutti i miei pensieri, ed anche quando svuotavo qualcos’altro. Ma lasciamo perdere il sesso per una volta e fatemi apparire anche come un romantico.
Avevo pensato molte volte a Garcia Marquez e a tutti quelli come lui, e quello che gli avevo invidiato di più oltre che la fama, era il fatto che ogni cazzata che scrivevano veniva corretta e riveduta da una schiera di gente che forse manco conoscevano. Ogni loro scritto era vangelo.
Allora dicevo, questo mio amico John in una giornata inondata di sole (il sole quando vuole ti fa nascere la giornata sotto la sua benefica luce) mi chiama dicendomi che la sua amica mi vuole parlare per portare avanti l’editing che mi sta facendo.
La noia mi appesantiva le caviglie, e la voce di John a telefono è così piatta che mi fa odiare ogni raggio che il sole dalla finestra opaca mi spara dentro agli occhi. “John, vengo giusto perché si tratta di una donna, fosse per me... è da giorni che non mi interessa un cazzo di nulla, che andasse tutto in pasto alle cavallette di quanto finora ho scritto” gli faccio.
Arrivo allora a casa di John aspettandomi di trovare qualche vecchia rana seduta sul suo consunto sofà, con le spalle curve ed i capelli gialli come la stoppa attorno ai tubi aspettandomi con i miei fogli sulle ginocchia. Ed invece vedo qualcosa, qualcuno, qualcuna, lì in un angolo, che parla, che muove la bocca, che muove le braccia, le braccia così immense che abbracciano l’intero sole, lei, una nuvola a forma di collo, a forma di
mani, a forma di orecchie, una nuvola con due occhi, con due occhi senza fondo, un fondo di cose buone … Tirai una manata sul petto di John come per riprendermi e con l’altra mano feci segno che il manoscritto già non mi interessava più un cazzo, poi ce ne saremmo occupati perché ora c’era lei, ora quelle mani, ora quella bocca e quegli occhi, “Per pietà John non ora!” gridai.
John mi guardò stupito come se lo stessi supplicando di baciarmi.
“Tranquillo John, ho già uno zio checca, non mi ci metto pure io” gli faccio.
Gli angeli non si sono mai fatti udire da me, e nemmeno le campane, forse anche col cuore ero troppo lontano da questi affari religiosi, ma in quel momento udivo tutto del resto del mondo: il canto degli uccellini, il fruscio dei ruscelli, il belato dei caprettini...
“John… sento i caprettini” gli dissi con aria trasognata. Fruscii di cascate, zoccoli battenti sulla terra nuda di cervi e gazzelle, il suono delle foglie tra il leggero vento d’agosto, mi sembra pure una mezza canzone degli Abba che diceva “S.O.S.”, e insomma non sto qui a dirvi tutto il resto della lista perché basta immaginare la bellezza dell’universo intero senza la palla al piede della terra. E mentre voi ci provate solo a immaginarlo quest’universo di beatitudine, io sono stato più fortunato di voi, perché posso dire di averlo provato, dopo aver visto e parlato con la mia nuova editor.

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