LA PIETRA GREZZA Vedi a schermo intero

LA PIETRA GREZZA

GAVINO PALA E ADRIANO SIAS

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ISBN: 9788874189854

14,00 €

Il foglio noir 74 | p.263 | ed. settembre 2017

Verdaga è un ricco ed importante imprenditore milanese che per motivi di lavoro oramai passa più giorni nella capitale che a casa. Ma quel venerdì non ha preso il solito aereo per Milano. Il suo corpo viene ritrovato riverso nel suo ufficio, la pistola vicino al corpo. Sotto una pietra grezza sulla sua scrivania una lunga lettera di addio nella quale confessa una serie di crimini che lo hanno spinto a togliersi la vita. Per
il commissario Monardi chiudere quel caso sarebbe estremamente facile, basterebbe scrivere suicidio e tutto verrebbe archiviato. Ma Monardi non sopporta non avere le risposte ad una serie di interrogativi evidenti ed insieme alla sua squadra decide di proseguire le indagini. Ma non è il solo ad interessarsi a quella storia: Valerio Conadio è un giornalista di cronaca che viene spedito dal suo capo redattore a seguire quel suicidio ed inizia ad interessarsi a quella storia. Monardi e Conadio indagano parallelamente cercando di mettere insieme i pezzi ma solo quando le loro strade si incontrano e iniziano a lavorare insieme riescono a risolvere definitivamente il caso.

In copertina “From the Back Window – 291” from Alfred Stieglitz Collection, 1949

Gavino Pala è nato a Roma nel 1980. Studi in ambito storici ed in particolare in storia contemporanea. Redattore e producer televisivo, dopo le prime esperienze nella Redazione del Maurizio Costanzo Show dal 2007 in forza al canale televisivo TV2000 (la televisione della Conferenza Episcopale Italiana), occupandosi di Politica, sociale e cronaca.
Adriano Sias: nato a Tarquinia nel 1980, di origini sarde vive a Roma ed opera nel settore dei servizi sociali da circa 12 anni. Attivo nel mondo del volontariato. Appassionato di romanzi storici e gialli, attualmente è tollerato come minoranza nella sua casa, dove vive con una moglie tre figlie ed una gatta.

UNO

Se i morti ritornassero non si saprebbe assolutamente cosa fare di loro.
Alfred Hitchcock

“Sei sempre il solito” continuava a gridare da più di un’ora Filomena, mentre camminava nervosamente per il pianerottolo.
Il povero Gianni non ricordava neanche il motivo di quel nuovo litigio, lei aveva iniziato a urlare dalla mattina presto, poco dopo il caffè, e avrebbe continuato fino a quando non avesse preso l’ascensore per dirigersi all’ultimo piano del palazzo.
Quel brusìo continuava a suonargli nelle orecchie mentre vegetava dentro il gabbiotto, con un’unica voglia, quella di leggere le notizie della sua squadra impegnata nel classico anticipo del sabato sera.
“Hai promesso di portarmi a pranzo fuori domani, spero che te ne ricordi, non come al solito.” Gianni aveva trovato il bandolo della matassa, ora sapeva il motivo per il quale la moglie continuava a gridare con tanta insistenza.
Lui rispose quasi con un filo di voce, sperando di riuscire a calmare i malumori della moglie. “Ti ho detto che ti porto al lago e ti ci porto.” E, abbassando la voce, quasi con un sospiro, aggiunse “Ed è la volta buona che ti ci lascio.” Ma si pentì di averlo detto, sperava solo che lei non avesse sentito il commento.
Filomena si accorse di non sopportare più del marito quella perdurante pigrizia mentre lei era sempre pronta a correre a destra e a manca alla continua ricerca di cose da fare. Il massimo godimento per Gianni era leggere in santa pace il Corriere dello Sport dopo l’orario di lavoro o, come in quella mattina di assoluta calma, durante il lavoro.
Mentre faceva quei pochi passi che separavano la porta di casa dall’ascensore, passando davanti al marito, si limitò a minacciarlo “ne riparliamo a casa, dopo, a pranzo.” Gianni odiava quella frase, ma spesso era solo una minaccia che non aveva seguito, infatti Filomena, ritornando dal lavoro, aveva mille cose da raccontare, come i molti pettegolezzi della signora Maria, la memoria storica dello stabile.
Aveva iniziato il giro negli uffici, come di consueto, partendo dall’ultimo piano, lo studio degli avvocati. Era entrata ed aveva spolverato la grande sala dove i clienti erano abituati ad attendere il proprio turno per parlare con uno dei molti “Principi del Foro” che esercitavano nello studio; aveva lavato con molta cura ogni stanza dell’appartamento cercando di mettere a posto le scrivanie per poter curiosare tra fogli.
Una volta chiusa la porta dello studio scese al quarto piano e, passando, si fermò per qualche minuto nella casa della signora Maria che, mentre preparava un buon caffè accompagnato da biscotti al cioccolato appena sfornati, riuscì a riassumere i fatti salienti che erano accaduti in tutto il quartiere negli ultimi giorni: “Ti ricordi la domestica della signora Adele…” iniziò a raccontare e, sorseggiando il caffè, cercava di ricordare il nome della protagonista del racconto “si Assunta, quella signora sud americana…; beh dicono che mentre la signora non c’è fa entrare un uomo, un tipo… moro, mi sa che è straniero, ma non ci giurerei. Sai io non amo spettegolare…” ma quella mattina Filomena aveva fretta e non era molto interessata a quella storia. Con una scusa abbandonò l’appartamento per continuare il suo giro.
Dopo più di un’ora di lavoro mancava solo l’ufficio di Verdaga al secondo piano. Poi sarebbe tornata a casa per il pranzo che, come buona abitudine, aveva iniziato a preparare già la mattina presto,
Infilò la chiave nella serratura e sgattaiolò nell’appartamento. Sopra la porta dell’ufficio, che le si era chiusa alle spalle, c’era una grossa targa che riassumeva le società di proprietà di Verdaga e i molti campi nei quali lavorava.
Entrata nell’appartamento si diresse, come al solito, nella piccola stanza di Cristina, la segretaria particolare di Verdaga, una ragazza sulla ventina che si occupava scrupolosamente di tutto quello che interessava, anche lontanamente, il suo datore di lavoro. Una volta messa a posto quella stanza, si sarebbe potuta occupare dell’ufficio dell’avvocato Marcello Ghermina, un anziano siciliano trapiantato per lavoro a Milano. All’inizio della sua carriera Ghermina era considerato uno dei più promettenti oratori del foro messinese ma, dopo una lunga gavetta e diverse vittorie in importanti processi, si era trasferito a Milano, dove era diventato il rappresentante legale di diverse multinazionali. Era stato con l’incontro con Verdaga, circa 10 anni prima, che la sua vita aveva preso una vera svolta professionale e finanziaria: era diventato, infatti, non solo il suo avvocato personale, ma anche il migliore amico, consulente economico e, addirittura, socio in molti lavori. I due avevano costituito anche diverse società e alla fine Ghermina aveva deciso di abbandonare l’avvocatura per concentrarsi esclusivamente sui suoi nuovi interessi, svolgendo la semplice attività di consulente per questioni di dritto per le loro aziende. Verdaga e Ghermina erano una coppia d’affari ben assortita, con il primo che aveva messo a disposizione ingenti somme di denaro e idee all’avanguardia e il secondo contatti influenti tra i suoi vecchi clienti.
Nella stanza di Verdaga, in fondo ad un lungo corridoio, la donna non aveva mai avuto il piacere di entrare, semplicemente perché la stanza non era mai aperta, si vociferava che neanche la sua segretaria potesse accedervi senza il permesso dell’industriale, ma questo era solo un altro pettegolezzo della signora Maria.
Stava già per imboccare l’uscita quando un raggio di sole che lacerava il buio del corridoio colpì la sua attenzione. Proveniva dalla porta, stranamente socchiusa, dell’ufficio di Verdaga. Si avvicinò per verificare la sua impressione e notò quell’insolita novità. Sapeva che non sarebbe dovuta entrare ma era curiosa di vedere come fosse l’interno di quella stanza.
L’urlo rimbalzò per tutte le pareti del palazzo.
Il grido della moglie richiamò il povero Gianni, che, risvegliato dai suoi “profondi” pensieri, corse per le scale alla sua ricerca. Il batticuore per la preoccupazione dell’urlo e per la fatica nel percorrere velocemente le scale, lo portò con il fiatone davanti alla porta dell’ufficio di Verdaga. Entrò chiamando a voce alta la moglie, ma non ricevette nessuna risposta. Poi la trovò, accasciata, sul pavimento in lacrime. Lei cercò di dire qualche cosa senza riuscirci, mugugnò solo parole senza senso indicando la scrivania.
Il corpo esanime era accasciato sulla scrivania, il computer era ancora acceso, alcune carte sotto la testa del povero uomo d’affari erano ormai illeggibili, completamente ricoperte di sangue. La solita camicia bianca si stava macchiando di rosso mentre la sua giacca era accuratamente poggiata su una sedia. La testa era china sulla scrivania come se stesse riposando. Le braccia, percorse da un rivolo di sangue, erano protese verso il pavimento completamente ricoperto da documenti in un disordine surreale. Il resto della stanza era in penombra, quasi al buio, e un unico raggio di sole si rifletteva sulla pistola a terra poco sotto le mani di Verdaga. Gianni non sapeva cosa fare, era sconvolto da quella visione, non avrebbe mai immaginato che nel suo palazzo si sarebbe potuto trovare un cadavere, era spaventato ma anche preoccupato per la moglie che aveva scoperto il corpo.
Maria, accorsa lì per capire cosa fosse successo, compose il numero della polizia cercando di spiegare “sinteticamente” ciò che era accaduto nell’elegante palazzo di Prati.

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