Furisia, la profezia. Il segreto della Sindone Vedi a schermo intero

Furisia, la profezia. Il segreto della Sindone

Claudio Cantore

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ISBN: 978 88 7418 973 1

12,00 €

Lettere 301 | p.212 | ed. luglio 2017

«Dio, il Signore, ordinò all’uomo: “Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dall’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai”»
(Genesi 2:16-17)


Il brano citato racchiude il significato di questo racconto che nasce dalla volontà di far conoscere il grande pericolo che incombe sull’uomo se la stoltezza supererà le sue conoscenze. L’uomo non si potrà mai paragonare a Dio, anche se saprà piegare al suo volere le bestie e la natura; egli dovrà restare sempre sotto il Suo timore o Furisia si scatenerà. 
Questo è il segreto custodito nella Sindone, chi l’ha svelato non può raccontarlo al mondo; è un mistero che non si deve rivelare; il potere temporale ha troppa influenza, ma io lo conosco! Io Federico de Vignola non lo posso riferire, un segreto libro ne contiene gli arcani, però voglio che sappiate la vera storia e il rischio che l’uomo corre per colpa della propria arroganza.
Tutto ebbe inizio nella primavera del 1578. Un cavaliere, il suo scudiero e due some cariche di mercanzia, si stavano avvicinando a Torino da est, lasciando alle spalle la valle del Canavese, la valle del Re Arduino, il primo re d’Italia.
Questa città stava rinascendo ed era la nuova capitale del regno dei Savoia.

Tarda primavera del 1578

Il Duca mi ha mandato a chiamare; è sempre un grande onore per me servirlo.
Nella missiva chiedeva di mettermi nuovamente a servigio per un’importante e segreta missione da svolgere. Ero ormai al suo comando da oltre vent’anni ed avevo condiviso con lui molte delle più importanti fasi della sua strabiliante vita.
Grazie ai tanti compiti che ho svolto, sono stato ripagato con un ottimo feudo che amministro e mi dà da vivere, ottimamente!
Sono ben voluto dai miei sottoposti e tutti insieme siamo ligi e fedeli al nostro Sovrano.
Ormai sono passati diciott’anni da quell’importante evento che ha cambiato le sorti del Piemonte e rivoluzionato la mia vita: La battaglia di San Quintino!
Io c’ero e l’ho combattuta al fianco del Duca che allora era un giovane Principe Savoia; non che ora sia vecchio, me ne guardi bene Dio che non lo dica in sua presenza, ma a quell’epoca era un erede al trono senza terra, tuttavia valoroso comandante dell’esercito del grande Imperatore Carlo V.
L’importanza di questa battaglia, che ormai è diventata storia, è data dalla strabiliante vittoria ottenuta contro l’esercito francese e tutto questo proprio grazie alla capacità, alla testardaggine e un po’ alla fortuna, che non guasta mai, del Principe che seppe sfruttare al meglio le sue forze, anche se erano di molto inferiori rispetto al nemico.
Con questa vittoria, fu stabilita la pace tanto attesa. Quella che avrebbe acceso le speranze di una nuova Europa: un nuovo Sacro Romano Impero.
Fu il trattato di Cateau-Cambrèsis del 1559 che ridisegnò i confini dei nuovi Stati ed aprì finalmente la porta al nuovo regno del Piemonte, non più soggiogato, facendolo ridiventare una nazione indipendente. I feudi smembrati dagli zoccoli di troppi cavalli e troppi eserciti conquistatori furono raggruppati sotto un unico Sovrano.
Il Piemonte diventò uno degli Stati più strategici della nuova Europa e l’ago della bilancia nei conflitti europei.
Sarà la spina nel fianco dei Francesi, troppo spesso brutali invasori; si presenterà come punto di riferimento per la Spagna e il confine occidentale per l’Austria, ma soprattutto dovrà pacificare e dare sviluppo a quel territorio alpino, fin troppo spesso lasciato in balia degli eventi, che s’impoveriva e chiedeva giustizia per i soprusi subiti.
Alla guida di questo nuovo Stato non poteva quindi che esserci una persona influente e capace… e chi se non Emanuele Filiberto; che ne era, peraltro, il discendente diretto della famiglia Savoia la quale ne aveva, in passato, già guidato le sorti?
In questo modo da Principe, Emanuele Filiberto, divenne Duca del Piemonte.
Anche se sconfitti, i Francesi imposero un matrimonio che legasse le sorti del piccolo stato alla Francia. Prescrissero, come clausola, l’unione di Emanuele Filiberto con Margherita di Valois Duchessa di Berry e sorella del re francese Enrico II, imponendo anche un tempo per la progenie.
Emanuele Filiberto era così testardo e volenteroso che riuscirà nell’intento ed ebbe il figlio atteso che sarebbe diventato l’erede della nazione: Carlo Emanuele.
Impose inoltre al nuovo Stato una propria struttura, rafforzando le istituzioni, creando un esercito e facendo riforme innovative.
Io, congedatomi dall’esercito, fui nominato Signore di Pertugio e mi dettero un piccolo castello feudale. Il Duca, durante l’investitura, mi disse che sarei stato un buon “Amministratore” e che dovevo, con la riappacificazione di quei territori, dare uno sviluppo e benessere a quelle terre. Era ancora molto diffuso il banditismo e la mancanza di un controllo forte e capillare, ma non autoritario, avrebbe evitato la rinascita, sempre latente in quei luoghi, del movimento dei Tuchini, i ribelli al potere, che soggiogavano la popolazione
appena un secolo prima.
In fondo io mi trovavo bene: il paese era piccolo, ma redditizio e riuscivo a ben amministrare.
Il benessere, se non proprio l’opulenza, si stava espandendo.
Poche erano le abitazioni e tutte costruite all’intorno di un santuario dedicato a san Firmino, il protettore dei militari e soldati. Era una strana ubicazione per quel monastero, incassato in una valle non così importante e transitata. Solitamente si richiede l’intercessione di santi che sorveglino il territorio o le bestie da soma, ma non i soldati. Era stato proprio un ufficiale francese, di ritorno dopo la sconfitta di Pavia contro il grande Carlo V, a fondarlo, un nostro ex-nemico. I paesani anziani raccontano che egli cadde gravemente ammalato proprio in quel luogo e il Santo venne a soccorrerlo.
Per ricordare quell’evento fu eretto quell’edificio sacro. 

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