Eroici pensieri e poetici furori Vedi a schermo intero

Eroici pensieri e poetici furori

Paolo Giardi

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ISBN: 9788874189519

10,00 €

Fiori 67 | p.116 | ed. settembre 2016

Questa mia settima silloge poetica si alimenta alla sfera metafisica oltrepassando il limite naturale psico-somatico (affettivo, ideativo, volitivo, intuitivo) che circoscrive la "vissutezza (=esistenza quotidiana sofferta fino al destruente "male di vivere") nella disperazione della terra desolata di T.S. Eliot (poeta) e nell’aridità della terra isolata di Emanuele Severino (filosofo). La scelta letteraria mi proietta nel soprannaturale, nel trascendente, alle soglie del mistico "dove l’umano spirito si purga" per poi tuffarsi nella luce inestinguibile dell’Empireo: regno del divino salvifico, gaudioso, eterno. Nelle liriche non c’è esaltazione narcisistica né eroismo superomistico né furore concettuale presunto o melodrammatico. Mi offro alla fruizione di chi ama il messaggio lirico esplicito e netto e di chi vuole accompagnarmi nella lotta contro la vacuità, la caducità, le apparenze erronee, la bruta carnalità: fiori del male che intossicano l’epoca post-moderna asservita al relativismo etico e preda del nichilismo diabolico." 

Paolo Giardi nato a Vejano (VT) il 28/09/1937, esercita la professione medica. Nel 2004 ha pubblicato la prima silloge poetica “Dal Caos al Cosmos” per le Edizioni Rosati. Nel 2008 ha pubblicato la seconda silloge “Le dolci Muse” presso l’Editore - Il libro Italiano. Nel 2010 - in piena autonomia editoriale - esce con la terza silloge dal titolo “Oltre il velo di Maya”. Nel 2011 ha pubblicato con Prospettiva “Et in Arcadia ego”; “Poesie filosofiche” (2012) e “Il pensiero diventa poesia” (2014).

PREFAZIONE
prof. Luciano Pranzetti


“O voi ch’avete l’intelletti sani/ mirate la dottrina che s’asconde/sotto il velame de li versi strani” (Inf. IX, 61/63): questo potrebbe essere l’incipit e l’avvìo della nostra ricognizione recensoria sulla presente silloge poetica – la settima – che la fervida, inesausta e pregiata creatività di Paolo Giardi ha prodotto nella consonanza al bruniano “eroico furore” e non meno sotto il sigillo di alta e profonda concettualità espressa mediante un raffinato periodare di severa sintassi e di lessico raro. Ma non è da mettere in sorpresa: il lettore, che ha già assaggiato, molato e assimilato le precedenti opere, sa che il nostro autore non ama passeggiar solivago, e per molto, sui prati morbidi, pettinati e laccati e lunghesso i limpidi, divini ruscelli dell’Arcadia pastorelliera - anche se, quando l’uzzolo gli prende la mano, non vi disdegna qualche incursione come già fece nella sua quarta silloge intitolata, appunto, “Et in Arcadia ego – Prospettiva ed. 2011” dove, ad onor del vero, le tematiche suonano tutt’altro che zuccherose, idilliche e bucoliche, dove non
tenui zefiri ed aure etesie spirano ma rigide boree e rapinosi maestrali, se diamo credito all’iconografìa della prima di copertina (Guercino: Memento mori) e al preludio (pag. 18) dove si sconfessa il “beffardo miraggio” della stessa Arcadia – non ama, dicevamo, le cicalate curtensi di Filli e di Clori, congenita in lui essendo una complessione caratteriale verso il robusto e pensoso attendere all’essenza della realtà; un intelletto, insomma, che ragiona in termini ontologici col fare propria la metodologìa della discesa nell’intimità delle cose con lo strumento dell’aristotelico-tomistico sensus communis.
Ma erra tuttavìa chi, leggendo questa nota, volesse farsi dell’autore l’immagine di uno spirito e di un intelletto tipicamente indagatore, perso nelle proprie alate astrazioni metafisiche, un esploratore delle profondità mitologiche e psichiche – esemplare l’indagine sul mito di Diana/Atteone – perché, nello scorrere le opere precedenti e questa, si avverte la completa sua adesione a quel principio spirituale, estetico e psicologico che la nostra maggior Musa, Dante, fissò quando, affermando la preminenza dell’idealità sentimentale sull’arida ragionerìa, scrisse: “I’ mi son un che quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ch’e’ ditta dentro vo significando” (Purg. XXV, 52/54) e si sa che “Amore”, colui che signoreggia l’ispirazione e di cui il poeta è “fatto scriba” (Par. X, 27), si veste talvolta di umorismo e di sorriso, tratti che sono più che frequenti nelle liriche di Giardi.
I suoi itinerarî preferiti si articolano nel sacro cortile degli affetti familiari, si inoltrano e si diramano nella labirintica viabilità sociale, per territorî alpestri, per selve ombrose e verdi, per gli acherontei formicai umani, per lande deserte dove il pensiero diventa specchio a se stesso nella propria nudità, per vallate fonde ove scroscia, scorre, fluisce il fiume della storia, della mitologìa, della religione, della filosofìa e per litorali su cui l’onda romantica flagella talora e talora quella elegiaca accarezza.
Una solidità culturale e un formidabile “depositum scientiae” gli permettono escursioni poetiche nella sfera dell’Essere, del Bello, del Vero e del Buono, raccontate e cesellate ora con luminosità apollinea, ora con equilibrio atenaico ed ora con frenesìa dionisiaca, e tutte fuse nel flusso di un’intima armonìa che conferisce alle parole e ai versi coerenza logica e discorsiva, serenità di spirito, fascino, turbamento, scossa, compiacimento e quiete spirituale.
Questa volta Paolo ha voluto “astutamente”, e con effetto efficacissimo, giocare con l’intitolazione della sua opera in cui ha disposto, secondo un meccanismo di traslazioni – o metaplasmi concettuali – sintagmi tratti
dalla galassia bruniana e dalla propria creatività che si posson leggere secondo un criterio matematico di cui ci appresteremo ad illustrare la semantica. “Gli eroici pensieri e i poetici furori”: questo il titolo, questa la scansione ideale con cui Giardi ha infuso vita alla sua raccolta e in cui è racchiusa una mirabile sintesi della stessa. Ora, di questa sintesi poco diremo se non il semplice citarla dacché l’autore ha già, del suo, dato ampia e densa esposizione critica ed ermeneutica tanto nell’introduzione generale che nelle singole apposte alle due sezioni, ma ci soffermeremo su una prospettiva logico-matematica che concluderà dimostrando come l’autore abbia impinguato e impreziosito, con questa sua ultima – in ordine di tempo – fatica genitoriale, il valore del suo patrimonio sapienziale, espresso nella dimensione dell’armonìa e nella corrispondenza dei termini medi – estremi della propria poetica e profuso con lo strumento di una perfetta ed incontaminata italica lingua.

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