BERESHÌT il Principio Vedi a schermo intero

BERESHÌT il Principio

Marco Ridolfi

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ISBN: 9788874189779

18,00 €

Foglio 72 | p. 410 | ed. agosto 2017 

Firenze 21 Marzo 2012.
Kevlin osservava spesso quelle succose melagrane nei negozi del centro di Firenze; sapeva bene che provenivano da Israele…
Secondo lui, per qualcuno era stato fin troppo facile scrivere l’inizio della storia del mondo con la parola “Bereshìt” (In principio), come se l’uomo dovesse credere incondizionatamente che tutto avesse avuto un inizio. Kevlin Tomberli però non aveva mai accettato la semplicità di certe affermazioni senza conoscerne il carico emotivo. Voleva sapere quando e perché erano nati i sentimenti che rendono così bella e affascinante la vita, e quali forze primordiali aleggiassero lungo il pozzo dell’Eternità profondo miliardi e miliardi di anni.
In fondo era la sua professione e dentro a quel pozzo, intuiva dovesse celarsi la chiave di ogni cosa che esiste, che si muove e che pensa. Non immaginava che il solo modo per scoprirlo fosse quello di finirci dentro e cadere giù fino al Bereshìt del nulla. Ma fu così! C’era poi lei, Alessandra, la sua piccola stella caduta dal cielo, capace di dare armonia e serenità ad ogni cosa che la circondava.
Tutto sembrava andare per il meglio, fino a quel tardo pomeriggio di inizio primavera in cui Dio si mise nel mezzo… La sua vita non sarebbe stata più la stessa.

marco ridolfi

Marco Ridolfi è nato nel 1967 a Firenze, dove attualmente vive e lavora. L'amore per la sua città e per la vita, la passione per la fotografia e la psicologia, due viaggi a Gerusalemme, nonché un'approfondita conoscenza dei testi biblici sono le fonti da cui Marco trae ispirazione per il suo primo romanzo. La sua attuale professione nell’ambito della sicurezza nei musei Fiorentini lo ha portato a conoscere luoghi inaccessibili al grande pubblico e ad approfondire tematiche con esperti del settore che si sono rivelati indispensabili per la stesura di "Bereshìt il Principio".

Capitolo I


Firenze 21 Marzo 2012 ore 18:20

Nel suo studio, all’ultimo piano di un signorile palazzo del centro di Firenze, Kevlin Tomberli stava ascoltando la sua paziente preferita.
Era un tranquillo pomeriggio d’inizio primavera e dalla grande finestra sull’Arno si scorgevano i gabbiani volare in cerchio sul fiume. Ormai da anni, a seguito dei cambiamenti climatici e della difficile reperibilità di cibo sulle coste toscane, si erano spostati nell’entroterra, trovando l’habitat ideale grazie alle vicine discariche di periferia. Nel cielo il luminare maggiore con i suoi raggi dorati aveva già percorso più di due terzi del suo curvo viaggio, ma ciò che lo rendeva speciale, in quello che di fatto era solo un moto apparente per un osservatore dalla Terra, era «quel suo potente cammino silenzioso…». Così pensava Kevlin tra sé, mentre un po’ distratto udiva la donna dai capelli rossi distesa sul divano passare in rassegna
pagine sparse della sua vita.
Per Kevlin, quella grande sfera infuocata da sempre aveva suscitato emozioni profonde nell’animo degli uomini, aveva ispirato un’infinità di pensatori nell’esprimere i loro sentimenti attraverso poesie, saggi, racconti e storie dai contorni coloriti. Era affascinante vedere come quella fonte di luce e calore fosse stata da sempre disegnata con i suoi raggi, più o meno lunghi e rigorosamente gialli, nei quaderni di scuola. Oppure in solchi dallo spessore di un dito sulla sabbia del mare o con gessi sopra i muri delle case, da bambini di ogni parte del mondo come simbolo di gioia e voglia di vivere. Sapeva bene come quella grande stella portatrice di vita per la Terra fosse stata costantemente osservata, misurata e studiata da antichi sacerdoti prima e da uomini di scienza poi, vissuti in ogni epoca della storia.
Come accadeva spesso in Kevlin, quel perpetuo sorgere e tramontare del Sole aveva da sempre incantato anche semplici uomini di ogni angolo della Terra.
Da lì a poche ore, i suoi raggi sarebbero infatti diventati più rossi producendo i classici riflessi giallo, arancio ed oro sull’acqua del fiume Arno, ed avrebbero così messo in rilievo quelle tinte color pesca, salmone e rosa delle caratteristiche botteghe orafe appese al Ponte Vecchio.
Erano anni che Kevlin Tomberli ammirava lo stesso scenario, ma ogni volta, quando i rossi raggi del Sole iniziavano a penetrare obliqui dalla sua finestra, allora scostava con un dito la lunga tenda in canapa bianca e cominciava a fissare quel mistico panorama incantato, facendosi coccolare dai suoi pensieri. Quei colori pastello che colpivano gli angoli della sua Firenze sembravano avere il potere di rilassargli la mente procurandogli la stessa sensazione di un dolce sottofondo musicale. Sapeva che in qualche modo quelle sfumature gli sarebbero servite per mantenere il giusto equilibrio psicofisico, fondamentale per ascoltare le preoccupazioni dei suoi pazienti, mentre restavano comodamente distesi sul divano.
Rimaneva strabiliato al pensiero di come miliardi di persone di ogni età e ceto sociale rimanessero affascinate all’immagine di un’alba o di un tramonto. Da quella finestra sull’Arno sorrideva nel vedere le giovani coppie mentre approfittavano di quei momenti romantici per mettere i loro lucchetti dell’amore sulla ringhiera di protezione del busto del “Cellini” e per farsi qualche selfie tra gli archi arrossati di Ponte Vecchio. Molti altri, invece, arrivavano attrezzati di cavalletto e macchina fotografica ultimo modello per dare il via alla cattura di ogni attimo magico che quel panorama regalava ogni giorno, ogni volta come se fosse l’ultimo.
La percezione di come il suo amato Sole ed i colori che sapeva disegnare ogni giorno possedessero una forza invisibile era di per sé qualcosa di rassicurante. Tutto gli confermava, ancora una volta, quanto la bellezza tanto effimera come quella di un tramonto, trascendesse le parti più profonde dei sentimenti umani spesso riflessi negli sguardi della gente. 
Altre volte invece gli era capitato che i suoi pensieri aleggiassero sopra la sua amata città. Accadeva quando si affacciava dalle alte feritoie della torre di “Palazzo Vecchio” e la osservava nel suo colore rosso antico dei tetti che, incastrati l’uno all’altro, sembravano le pennellate di un artista. Con l’Arno che faceva da cornice su uno sfondo che spaziava dalle Apuane agli Appennini e l’azzurro del cielo, gli capitava spesso di pensare con una punta di orgoglio: «Questo è il posto più bello del mondo in cui potevo vivere!» In fondo era nato lì e questo era ciò che realmente provava dentro. 
Spesso si chiedeva da dove nascessero quelle sue emozioni e quali sentimenti si celassero nel profondo del suo cuore. Voleva capire se anche in lui si potesse nascondere un occultato senso patriottico o nazionalistico. Ma Kevlin non aveva di questi pregiudizi. La sua era un’emozione forte che amava definire “geografica”.
Credeva infatti, e ne avrebbe trovato le prove, che tali sensazioni venissero impostate dalla natura stessa, o per meglio dire, scritte nei geni e nel DNA di ogni persona non solo per discendenza naturale dai propri genitori, ma anche dal luogo fisico e geografico dove si era nati.
D’altronde, chi poteva negare quell’innato attaccamento dell’essere umano al proprio luogo di nascita? Da sempre l’uomo aveva lottato per la sua terra, vi aveva fatto le guerre, sparso il sangue e seppellito i propri cari. Da sempre vi aveva costruito le proprie abitazioni abbellendole con gli elementi che la natura offriva ed intorno ad esse vi aveva potuto seminare tutto ciò di cui aveva bisogno per nutrirsi, in modo da perpetuare la sua vita e quella dei propri figli.
Proprio i vecchi dei paeselli lì attorno alla sua Firenze, ancora dopo generazioni, Kevlin li sentiva affermare con orgoglio frasi in dialetto fiorentino del tipo: «L’olio dell’Antella ell’è migliore di quello di Montespertoli!», oppure «Il mio, quello di Grassina l’è meglio di quello di Greve!». Per non parlare poi del vino e dei prodotti originari della propria zona.
Sapeva che nessuno di loro avrebbe mai gettato la spugna sul raccolto della propria terra natia; «Quest’anno l’è speciale, vieni a casa mia e te lo fò assaggiare!» dicevano mentre giocavano a briscola seduti al tavolo del circolo del paese. Anche quelli erano sentimenti veramente forti e ben radicati nelle zolle di quella terra.

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