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I MIGRANTI MERIDIONALI NEL NORD ITALIA dal dopoguerra ad oggi

Nicola Candido

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ISBN: 9788874189595

15,00 €

Costellazione Orione 107 | p.362 | ed. marzo 2017

La ricostruzione di un’avventura collettiva che riguarda tutti gli italiani, del Sud e del Nord, che si sono conosciuti e, a volte, riconosciuti, in alcuni casi scontrati. Uno sguardo sul nostro passato per portare alla luce caratteristiche generali e vicende emblematiche. Ma è soprattutto un racconto che riguarda tutti noi, gente del Sud e del Nord, che abbiamo contribuito, in misura maggiore o minore, al dispiegarsi di un’unica Storia, quella del nostro Paese

Nicola Candido nasce a Locri il 28 novembre 1978 e vive a Caulonia, in Calabria, fino alla partenza per il Nord Italia. Alla fine degli anni novanta si trasferisce a Bologna dove consegue la Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Trascorre un anno di studio e lavoro in Francia con un progetto dell’Unione Europea e dal 2005 inizia a lavorare negli uffici amministrativi dell’Università di Bologna. Oggi vive a Forlì dove da diversi anni è impegnato sul fronte politico e culturale della città. Ha collaborato con alcune riviste e quotidiani, in Calabria e in Emilia Romagna, pubblicando articoli e recensioni

Nicola Candido, emigrato come tanti negli anni novanta, è di Caulonia e ha scritto un libro proprio sull’esperienza e le vicende di milioni di nostri concittadini che hanno lasciato la Calabria e il Mezzogiorno per studiare o cercare lavoro al Nord.
Uscito qualche settimana fa “I Migranti Meridionali nel Nord Italia, dal dopoguerra ad oggi”, edito da Prospettiva Editrice, 362 pagine, 15,00 euro è un libro denso di informazioni che ripercorre la storia, ancora poco conosciuta, dell’emigrazione meridionale verso il Nord Italia. I Migranti Meridionali vengono considerati, in modo originale, come un “popolo” che emigra verso Nord alla ricerca di una vita migliore e di riscatto e diventano i protagonisti di una delle stagioni più straordinarie della storia italiana, quella del boom economico e delle successive lotte operaie e studentesche.

La prima domanda, una mia curiosità, come mai un libro sui Migranti Meridionali nel Nord Italia? Sono partito dal mio desiderio, da Meridionale che vive al Nord, di capire quanto ci fosse di vero sui luoghi comuni che circondano i Meridionali e in che misura questi descrivono realmente quello che si dice su di “Noi”. E poi da un dato di fatto: i migranti meridionali sono molto numerosi e spesso, quando ci si incontra, c’è il riconoscimento di una sorta di appartenenza comune, un’identità condivisa che si potrebbe anche assimilare ad una subcultura particolare. Del resto, è un meccanismo che condividiamo con tutti i Migranti, siano essi interni o internazionali. Volevo raccontare di un piccolo “mondo” poco conosciuto e che mi piaceva portare alla luce. Però, non è un libro “generico” sui Meridionali, mi sono concentrato sul ruolo che i Meridionali ebbero nelle lotte operaie e generazionali che si svolsero in Italia negli Sessanta e Settanta. In particolare, nelle città più importanti del cosiddetto Triangolo industriale, tuttavia sebbene abbia considerato soprattutto gli arrivi a Torino, Milano e Genova penso che tale movimento migratorio fosse rappresentativo del fenomeno generale delle migrazioni Sud-Nord e facesse parte dell’avanguardia del vasto Movimento di protesta che genericamente chiamiamo del ‘68.

E quindi quanto c’è di vero nei tanti luoghi comuni che circolano sui Meridionali? In qualche modo, lungo l’intero libro c’è una decostruzione di molti pregiudizi sui Meridionali, come l’apatia, il poco senso civico, la remissività, ecc. Ho cercato di raccontare una storia collettiva (anche tramite alcune vicende individuali) diversa da quella che spesso si conosce o che viene narrata sull’emigrazione dei Meridionali. In quegli anni, al contrario di quello che normalmente si ritiene, siamo stati i protagonisti di un cambiamento positivo che ha lasciato ricadute profonde e positive nella cultura, nella politica e nella legislazione italiana.

Il racconto della storia dei migranti Meridionali inizia molto prima, addirittura, nel primo capitolo, si parte dall’Unità d’Italia… Si, è vero. C’è un’ampia descrizione della storia del Mezzogiorno prendendo in considerazione la recente storiografia che ha rivisitato in maniera critica il processo di unificazione italiana, mettendo in evidenza anche le ombre di quel periodo, sebbene molti aspetti fossero già noti da tempo. Mi riferisco, soprattutto, alle ragioni economiche e sociali che fecero sorgere, dopo l’Unità, la cosiddetta “questione meridionale” o le conseguenze, nefaste e devastanti, delle politiche autarchiche del fascismo o di quelle inflazionistiche degli Alleati o l’inizio della Guerra Fredda, subito dopo la Liberazione. Oppure dall’altra parte, l’influenza avuta dal movimento per l’occupazione delle terre incolte e della successiva, e parziale, Riforma agraria. Tutte vicende che ebbero un peso notevole sulla storia, la cultura, oserei dire, la mentalità e gli atteggiamenti dei Migranti meridionali.

Veniamo al tema centrale del libro, che ruolo ebbero i Meridionali nelle lotte degli anni Sessanta e Settanta nel Nord Italia? Io penso, e credo d’averlo anche dimostrato, che abbiano avuto un ruolo fondamentale se non decisivo. Innanzitutto, contribuirono ad avviare, e poi ne divennero una componente essenziale, quel ciclo di lotte cominciato all’inizio degli anni Sessanta, e protrattosi fino alla fine dei Settanta, che ha cambiato profondamente la società italiana sia da un punto di vista sociale che politico. Per intenderci, i Migranti meridionali sono stati i protagonisti delle lotte alla FIAT e nelle grandi fabbriche del Nord Italia nel biennio 1968-69, innovando sia le modalità di scioperare, sia legando il tema dei diritti dei lavoratori a quello sociale, ovvero dei diritti di tutti i cittadini. Hanno generalizzato le lotte e connesso la vertenza operaia con i bisogni generali dei cittadini e con il movimento studentesco e, quindi, con le rivendicazioni, per cosi dire, generazionali. Del resto, i Meridionali all’epoca incarnavano tutte queste caratteristiche. Erano gli operai più sfruttati, per la maggior parte molto giovani e vivevano in condizioni sociali drammatiche. E, ad un certo punto, si sono ribellati, portando in quella ribellione tutto il bagaglio culturale e di esperienza delle loro terre di origine. Unendo, anche in questa occasione, la spinta ribellista, l’esperienza delle lotte per la Riforma agraria con il movimento operaio del Nord Italia, sindacalizzato, politicizzato, composto soprattutto da quadri operai specializzati che avevano fatto la Resistenza e vissuto fin dall’inizio la nascita del mondo della grande fabbrica di tipo fordista.

Parlavi di conquiste, quali sono state le più importanti? Direi che il punto di svolta fu il contratto degli operai metalmeccanici del gennaio del 1970, arrivato dopo otto mesi di scioperi durissimi e dopo la strage di Piazza Fontana, con il quale si ottennero aumenti salariali significativi e molti diritti, fino ad allora sconosciuti. Dalle libertà sindacali, al miglioramento delle condizioni di lavoro negli stabilimenti, ma soprattutto si ottenne la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali (passate in un decennio da 48 a 40), piccole e grandi conquiste, che elevarono i lavoratori a cittadini anche nelle fabbriche. Poi sull’onda di questa mobilitazione e grazie alla forza acquisita in quegli anni dai lavoratori a giugno di quell’anno venne approvato lo Statuto dei lavoratori con il quale la democrazia e la Costituzione Repubblicana entrarono, per la prima volta, in fabbrica creando un clima di partecipazione democratica che investi tutti gli ambiti della società. Furono anni straordinari di lotta e i migranti Meridionali furono i protagonisti di quei conflitti.

Nell’ultimo capitolo del libro affronti da una parte la ripresa, a partire dagli anni Novanta, delle Migrazioni interne, dall’altra dai uno sguardo sulle seconde generazioni e alle attuali migrazioni dall’estero verso l’Italia… Negli anni Ottanta si è pensato che l’emigrazione dal Sud verso il Centro Nord fosse sparita, ma in realtà era solo in buona misura “nascosta” alle statistiche anche se molti di noi sanno benissimo che non si era mai arrestata. Tuttavia, questa “sparizione” era avvenuta per diversi motivi. I rientri dei primi emigranti e il cambiamento della tipologia di emigrazione, infatti, avevano portato ad una riduzione notevole dei saldi negativi del fenomeno migratorio, tuttavia ciò non ha certo significato la fine delle partenze. Molti sono ritornati al Sud da pensionati, ma i giovani sono continuati a partire e a spogliare il Meridione della sua risorsa più preziosa: il capitale umano. D’altro canto, l’emigrazione ha smesso di essere un fenomeno sociale eclatante. Non si vedono più “i treni del sole” che portano intere famiglie con tutti i loro averi. Perciò, da una parte è cambiata la tipologia di migranti, oggi i migranti meridionali hanno un livello di istruzione medio-alto, si spostano senza famiglia e sono più precari, perciò meno “identificabili” come migranti in cerca di fortuna. Dall’altra, ha assunto una portata notevole anche il pendolarismo di lungo raggio, ovvero la possibilità di rimanere ancorati alla propria famiglia d’origine e di fare il pendolare dal Sud a Nord, con maggiore turn-over e senza spostare la propria residenza. Sta di fatto, tuttavia, che dalla metà degli Novanta fino ad oggi il fenomeno migratorio ha assunto proporzioni paragonabili agli anni Sessanta se non superiori. 
I Meridionali che lasciano ogni anno la propria terra sono decine di migliaia.
Per le seconde generazioni la situazione non è stata facile. Tranne qualche caso eclatante, ma raro, i giovani nati al Nord da emigranti meridionali hanno dovuto risalire l’intera scala sociale e affrontare molte difficoltà per inserirsi nei circuiti economici e professionali. I lavoratori Meridionali, infatti, partivano dai gradini più bassi della società e nonostante gli enormi sacrifici il loro percorso di emancipazione non è stato breve. Le analogie con le attuali migrazioni internazionali sono numerose. Le difficoltà, salvo la questione della cittadinanza, e le discriminazioni che vivono sono le medesime di quelle dei Meridionali e i pregiudizi e il meccanismo del “capro espiatorio” si stanno ripetendo con sconcertante similitudine. I Meridionali venivano, infatti, accusati delle peggiori nefandezze e oggi con gli stranieri sta accadendo la stessa cosa.

Infine, progetti per il futuro? Mi piacerebbe approfondire proprio quest’ultimo aspetto delle seconde generazioni. Studiare meglio i percorsi sociali e capire meglio quali sono state le traiettorie personali di questi milioni di Meridionali. Se hanno mantenuto un legame “sentimentale” con il Sud e quali sono i percorsi delle ormai terze generazioni. E poi, perché no, mi piacerebbe indagare anche sui percorsi migratori dei Cauloniesi.

www.meridionalialnord.it

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Prefazione
di Giovanni Russo Spena


Il lavoro di Nicola Candido affronta temi di fondo, a cui accennerò, sul piano storico/analitico, ma anche problemi di stringente attualità, in un tornante storico, come l’attuale, di ricollocazione dei poteri nazionali ed internazionali, a più di 150 anni dall’Unità d’Italia. Fin dal 1920, infatti, Gramsci tratta la “questione meridionale” come specifica determinazione del capitalismo e considera la necessità di «dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non soltanto come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale». È essenziale, argomenta Gramsci, che il partito si muova su due fronti: «è necessario che distrugga nell’operaio industriale il pregiudizio, inculcatogli dalla propaganda borghese, che il Mezzogiorno sia una palla di piombo che si oppone ai più grandi sviluppi dell’economia nazionale, e distrugga nel contadino meridionale il pregiudizio ancora più pericoloso per cui egli vede nel Nord d’Italia un solo blocco di nemici di classe». Il tema, dunque, ripetutamente posto da Gramsci, è quello di superare l’unità nazionale risorgimentale, gravemente reazionaria, basata sull’annessione delle regioni del Sud, per sviluppare un reale senso della nazione fondato «sull’alleanza politica tra operai del Nord e contadini del Sud per rovesciare la borghesia dal potere di Stato». Oltrepassando, quindi, il Risorgimento, fondato sul ruolo passivo e subalterno delle masse meridionali. È un tema di grande attualità perché si ricolloca, oggi, nella nuova divisione internazionale dei lavori, delle produzioni, dei saperi, dei poteri (di cui la grande questione dei nuovi flussi migratori è la proiezione sul piano della formazione sociale). Anche perché la crisi recessiva sta avendo effetti asimmetrici tra le regioni italiane ed europee. Colpisce molto più il Mezzogiorno, perché più dipendente dalla domanda interna e perché l’austerità (aumento delle tasse, tagli alla spesa, mancati investimenti pubblici, precarizzazione totale del mercato del lavoro) è stata molto più intensa al Sud. E mancano assolutamente prospettive di politiche economiche espansive, per lo meno nel medio periodo. Né le strategie europee (il “piano Juncker” e la “connecting europe facility”) individuano risorse e criteri per rilevanti investimenti pubblici (bloccati, sostanzialmente, dai vincoli alla spesa collegati alle regole europee e al patto di stabilità). Ritornano di grande attualità i tratti fondamentali degli interrogativi gramsciani sul che cosa, come, per chi produrre? Cosa significa, oggi, nel Sud, sviluppo autocentrato, collegato alle risorse territoriali, dopo decenni di distruttivo gigantismo industriale (oggi, tra l’altro, in crisi e in fase di destrutturazione)? Abbiamo di nuovo dunque, ha ragione Candido, il grande tema: “cosa è l’identità meridionale”? Come si configura un territorio che è “a Sud di nessun Nord”? La domanda allude alla contraddizione tra capitale e vita, come bene spiega Candido. Essa, infatti, ricostruisce la filiera dei territori, che non sono nicchie di arretratezza ma epifenomeno della globalizzazione, pratica totalizzante di vite precarizzate, di nuovi migranti, portatori di saperi collettivi che vengono sottratti ai territori meridionali. Penso che queste siano le forme inedite della nuova dipendenza, dello “sviluppo diseguale”, che si configura anche come un violento rapporto di dominio biopolitico. Sono le vite stesse dei giovani e delle ragazze meridionali ad essere messe al servizio del capitale, in una pendolare oscillazione tra tradizione e modernità. La “nuova questione meridionale”, quindi, non deve subire cadute economiciste; perché è, insieme, crisi della democrazia, critica dell’economia politica, questione geopolitica euromediterranea. Per questo occorre ricostruire una rete democratica dal basso. Resistenza conflittuale, “mutualismo” autogestione sono profondamente in connessione politica ma, soprattutto, sociale. Bisogna ricostruire la società meridionale, che recessione, poteri criminali, abbandono governativo hanno frantumato.
Se il Nord, insomma, guarda alla Baviera, alla Carinzia, all’inserimento subalterno del proprio sistema produttivo di piccole e medie aziende nel capitale mitteleuropeo, dal Sud deve partire una serrata critica a questa Unione Europea. Grecia, Portogallo, Spagna ci insegnano che occorre cambiare baricentro, equilibri, priorità. Il Sud non è l’appendice marginale di una Unione Europea sempre più oligarchica, a conduzione tedesca e francese, con un Euro a doppia velocità che subordina sempre più l’Europa mediterranea ai poteri finanziari mitteleuropei (con l’ulteriore ricatto della City londinese).
Giustamente Candido ripropone, rovesciando lo schema, la centralità del Sud come cerniera privilegiata (storicamente oltre che geopoliticamente) tra Europa e Mediterraneo. Entrambe le aree, peraltro, vivono contesti convulsi (ed anche bellici). Dobbiamo progettare, definire segmenti di programma, affinché lo sviluppo autocentrato sulle risorse dei diversi territori (i tanti Sud dentro il Mezzogiorno) diventi una vera e propria proposta di politica economica alternativa, fondamento della regione euromediterranea. Forse dovremmo rivisitare ed approfondire i temi produttivi, sociali, perfino antropologici (pensiamo alle grandi migrazioni) che 30 anni fa un grande studioso, Samir Amin, chiamò “parziale sganciamento”. Penso al sindacalismo sociale territoriale, ad esempio, da costruire all’interno delle lotte per l’occupazione ed il reddito, di smilitarizzazione e denuclearizzazione, di mediazione culturale transnazionale, di esperienze di cooperazione Nord/Sud ma, soprattutto, Sud/Sud, per costruire nuove ragioni di scambio e nuove aree economiche integrate tra i popoli delle varie sponde del Mediterraneo. Per ricostruire una nuova sinistra meridionale occorre “fare la fatica” di ricominciare ad analizzare le sconvolgenti novità e di riorganizzarsi nei luoghi di lavoro e di vita.

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