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QUEL SALTO FUORI DAL BUIO. Dalla notte del fondamentalismo all’alba della vita

Daniela Lombardi

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ISBN: 9788874189601

12,00 €

Lettere 291 | p. 105 | ed. dicembre 2016

Bilal è un ragazzo entusiasta della vita. Ama la sua famiglia, adora passare le giornate con gli amici, è innamorato della più bella ragazza del villaggio in cui abita. La sua esistenza potrebbe essere quella di tanti giovani sui vent’anni, se non fosse per un particolare. Bilal è afghano ed è nato in una provincia in cui il potere dei talebani è fortissimo. Quando questi gli ordinano di unirsi a loro per combattere il jihad, cerca di opporre resistenza.
Dopo la paura e la diffidenza iniziali, però, inizia a sentirsi affascinato dalle parole dei terroristi che lo hanno prelevato e portato in uno dei loro campi di addestramento. Saranno l’educazione ricevuta in famiglia e una fede matura, che gli consente di distinguere tra un Islam che predica il perdono e la fratellanza e la sua interpretazione estremista che invoca il “martirio”, a salvarlo.
Per uscire fuori dal buio, però, sarà necessario uno sforzo ben diverso da quello per conquistarsi un illusorio Paradiso esistente nella simbologia e nella predicazione terroristica. Uno sforzo non solo fisico, ma soprattutto interiore.

In copertina illustrazione di Lorenzo Negri

La curiosità di visitare luoghi e culture tanto diverse quanto simili in alcuni aspetti fondamentali, la voglia di raccontare fatti e accadimenti di interesse generale partendo dai particolari delle storie di vita vissuta, hanno portato Daniela Lombardi a svolgere il suo ruolo di giornalista e di scrittrice in vari teatri di guerra. Dopo aver lavorato, agli inizi della carriera, per televisioni e giornali locali, ha cominciato a scrivere per varie testate nazionali tra cui Il Tempo, i quotidiani telematici del gruppo Espresso, Avvenire, Il Giornale.
Per questi ha realizzato reportage dall’Afghanistan, da Israele, dal Libano, dal Kosovo, dall’Iraq e da altre zone di tensione, in alcune delle quali sono ancora in corso conflitti sanguinosi. La passione per la storia e la voglia di raccontare fatti e accadimenti collettivi attraverso la vita di singoli protagonisti, le hanno fatto realizzare con diverse case editrici varie pubblicazioni (saggi storici, biografie), che hanno ricevuto premi e riconoscimenti in
ambienti letterari, giornalistici e istituzionali. “Un salto fuori dal buio” è il suo primo romanzo

“Corri”.

La notte era fresca. Il bosco, nei tempi ormai passati in cui ci si poteva ancora concedere uno spensierato riposo, sarebbe stato invitante, soprattutto dopo le calde giornate che in estate rendono incandescente la provincia di Nangarhar. Nel presente, era invece solo un nemico, abitato da invisibili mostri vestiti di un verde impercepibile nel buio, pronti a ferirti mani e gambe nella fuga disperata.
“Ti ho detto che devi correre. Corri.”
Bilal non ce la faceva più, era convinto che sarebbe morto lì, tra gli alberi delle sue adorate montagne e, forse, un po’ lo desiderava anche.
“Aspettami. Sono caduto. Ho le ginocchia che sanguinano. Quell’albero grande… ci sono sbattuto contro. Non vedo nulla” disse al suo compagno che continuava a chiamarlo, con la voce rotta dalla paura e dall’affanno.
“Anch’io sto male. Ma corro lo stesso. Sbrigati o ti lascio qui.”
Bilal riprese la corsa. Non sapeva bene dove si stessero dirigendo, lui e quel ragazzo. Gli venne da pensare, in quel momento, che stava seguendo una persona della quale non conosceva neanche il nome. Gli pareva che nel campo di addestramento i talebani lo avessero chiamato Javid, ma non ne era proprio sicuro.
“Javid, non hai mira. Devi immaginare che quel barattolo sia un americano e devi sparare. Lo devi centrare, capito? Devi ucciderlo. È Allah che lo vuole.” Così aveva detto l’addestratore. Sì, il ragazzo si chiamava quasi certamente Javid.
Si rese conto che, tutto sommato, di quel nome non gli importava nulla, ma pensare a qualcosa che non fosse la morte lo faceva stare meglio. Lo aiutava persino a non sentire tutti quei rami che gli sbattevano in faccia, graffiandolo, con quelle ‘mani’ che sembravano volergli strappare gli occhi. In quel momento gli venne anche un altro dubbio. Non capiva più se quel liquido che gli scorreva sulla faccia potesse essere il sangue delle ferite o fossero lacrime di rabbia, paura, disperazione.
Rifletté sul fatto che neanche quello era un argomento interessante e continuò a correre senza più porsi domande. Seguiva solo quella voce nel buio, l’unica speranza alla quale aggrapparsi in quel vuoto e nella totale mancanza di orientamento che gli stava impedendo di prendere qualunque decisione sulla direzione da seguire. Decise di farsi forza, di stringere i denti e correre ancora di più, anche se gli sembrava fossero passate almeno tre ore dall’evasione dal campo di addestramento dei talebani. A giudicare, almeno, dal sole che era al tramonto ed invitava alla preghiera, quando lui e Javid avevano scavalcato quel cancello e si erano messi a correre a perdifiato senza sapere bene dove, e che ora aveva lasciato spazio al buio più pesto.
“Allora, ci sei o no?” gridò Javid.
“Sono qui, proprio dietro di te”, gli toccò una spalla lui, per far capire che ormai era pronto a seguire il suo stesso ‘passo’. Insieme, ripresero a correre. Le gambe quasi non reggevano più e i piedi erano nudi e doloranti. Del resto, erano scappati proprio poco prima della preghiera, quando si erano appena lavati e tolti le scarpe per rivolgere il loro pensiero ad Allah.
Entrambi, però, erano in ritardo quella sera, mentre tutti si erano già avviati a direzionarsi verso la Mecca per chiedere a Dio forza e coraggio per il jihad.
“Il jihad inteso come sforzo per uccidere un presunto nemico – stava riflettendo Bilal proprio mentre faceva le abluzioni – che grande pazzia. Mia madre non mi ha insegnato questo. Allah è misericordioso, l’omicidio è la strada per l’inferno. Così mi hanno detto i miei genitori. E questi folli, questi talebani, perché dicono che se non uccido un soldato americano vado all’inferno?”

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