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MUSSOLINI E LA SUA “ORCHESTRA” Radio e musica nell’Italia fascista

Gioachino Lanotte

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ISBN: 9788874189588

13,00 €

Costellazione Orione 111 | p.216 | ed. novembre 2016

E’ ormai noto come il regime abbia “corteggiato” canzoni e radio per la loro indiscutibile aderenza sociale e come, viceversa, abbia osteggiato con ogni mezzo la diffusione di materiali dal contenuto ideologico alieno ai principi fascisti o disfattista dell’immagine nazionale. Meno conosciuti, invece, sono gli esiti prodotti da queste azioni. Rispetto agli innumerevoli saggi che si sono occupati di accompagnare il lettore attraverso la società del Ventennio, questo libro torna sul tema del “consenso” con alcune peculiarità: l’utilizzo dei materiali dell’intrattenimento interrogati come veri e propri documenti; uno scrupoloso lavoro sulle fonti archivistiche; l’attenzione all’impatto e ai risultati – pur senza trascurare le strategie e le modalità organizzative – di “propaganda cantata” da una parte e censura dall’altra. Ma, al di là delle ingerenze di uno Stato che ambiva ad essere totalitario, fino a che punto i ceti medi, serbatoio sociale privilegiato da Mussolini per la costruzione del consenso, percepirono queste manovre come i disegni di un regime pronto ad usare ogni mezzo per imporre il conformismo? Fino a che punto avvertirono questa manipolazione di elementi del tempo libero come un limite alla libertà stessa? Fino a che punto vissero il tentativo politico di definire paradigmi culturali attraverso il coinvolgimento emotivo come una subdola operazione di “ingegneria sociale”? In definitiva, gli italiani sentirono il peso della dittatura o furono colpevoli di averlo alleggerito con la loro acquiescenza? Questo libro cerca di dare una risposta a queste domande e, anche se solo come lavoro di sintesi, ricostruisce un tratto di percorso importante di storia della radio e della musica leggera in Italia.

Foto di copertina: Balilla, 1930

Insegnante di Lettere e dottore di ricerca in “Società Europea e Vita internazionale nell’Età Moderna e Contemporanea”. Docente di Storia Contemporanea presso la facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica (Milano). Ha pubblicato: Segnale radio. Musica e propaganda radiofonica nell’Italia nazifascista (1943-1945), Morlacchi, Perugia, 2014; Il fantasma rosso. La stampa italiana e il maccartismo, Morlacchi, Perugia, 2013; Il quarto fronte. Musica e propaganda radiofonica nell’Italia liberata (1943-1945), Morlacchi, Perugia, 2012: La corsa del secolo. Cent’anni di storia italiana attraverso il Giro, Mondadori, Milano, 2009 (con P. Colombo); Fred Buscaglione. Cronache swing dagli anni ’50, Editori Riuniti, Roma, 2007; Cantalo forte. La Resistenza raccontata dalle canzoni, Stampa Altenativa, Viterbo, 2006; Luigi Tenco. Un miracolo breve, Ricordi, Milano, 2004 (con M. Peroni).
gioachino.lanotte@unicatt.it
www.gioachinolanotte.it

PREFAZIONE
La musica come fonte per la storia culturale e sociale


Anche se per un lungo periodo la storia della musica è rimasta relegata ai recinti degli specialisti che ne hanno esplorato le mille sfaccettature del genere, la ricerca storiografica ha poi allargato l’orizzonte, utilizzando la musica come un terreno di analisi fecondo dove recuperare le tracce di processi politici, culturali e sociali complessi ma ricchi di interesse. La musica non tanto e solo come specchio del tempo, ma come fenomeno culturale, capace di inserirsi e dialogare con una società in fermento. Non è un caso che uno storico lungimirante come Eric J. Hobsbawm abbia scritto una storia sociale del jazz, rifiutando di studiare un genere chiuso in sé a favore invece del jazz “come elemento della vita moderna. A rendere questo filone storiografico ancora più ricco ha contribuito lo sviluppo della storia del tempo libero, al cui interno ben si colloca anche la musica. Sono passati molti decenni da quando, a partire dalla metà degli anni ’80, la storiografia italiana ha cominciato a occuparsi del tempo libero, soprattutto a partire dalle sollecitazioni della storiografia francese. Come tutti i corsi e i riflussi delle mode – anche nel campo della ricerca storica –, molto è stato prodotto (con risultati alterni), ma soprattutto il tempo libero è uscito dal predominio della sociologia, dell’antropologia e della psico-pedagogia, per diventare oggetto storico e storiografico a tutti gli effetti. La traduzione anche in Italia del libro curato da Alain Corbin sui modi di utilizzo del tempo libero  nelle società occidentali nel corso di cento anni3, ha innescato una tendenza che continua ancora a presentare piste innovative. Studiare il tempo libero ha significato per la ricerca storica orientarsi verso molteplici percorsi: 1) i luoghi della socialità, dove si trascorrono le ore dedicate all’aggregazione; 2) i soggetti coinvolti, chi sono e come cambiano i fruitori di tempo libero; 3) i riti e i consumi relativi alle varie forme di divertimento; 4) le politiche del tempo libero, con le conseguenze che riguardano gli indirizzi, i provvedimenti, le leggi e i divieti. Questi vari approcci si sono tradotti in studi che hanno investito di volta in volta la storia sociale (anche nella forma della sociabilità che ha avuto tanta fortuna negli anni ’80-’904), la storia politica e, recentemente, la storia culturale che pare aver riscoperto il tempo libero per la capacità di far coniugare le norme sociali e culturali con la costruzione del senso comune e della mentalità, soffermandosi anche sulle “connessioni sentimentali”, per usare un’espressione gramsciana, insite nel rito dell’evasione. 
Dentro questa cornice si collocano anche i lavori sulla storia della musica che sono andati al di là del genere e della disciplina, considerando la musica come una chiave d’accesso privilegiato alla comprensione delle culture politiche, dei termini della rappresentazione, dei riti e degli spazi dedicati all’evento, dei meccanismi della fruizione collettiva, dello sviluppo del mercato e del fenomeno musicale nel suo complesso. Tutti snodi centrali che hanno permesso di inserire la musica in una prospettiva storica, cercando di analizzarne le radici sociali, la struttura economica, il potere di attrazione e fascinazione. Uno dei campi più originali e produttivi, anche sul piano dell’analisi storica, riguarda il nesso tra musica e politica che si  muove su diversi piani fra loro collegati, ma che evidenzia come la musica possa seguire suggestioni in grado di mettere in risalto un coinvolgimento emotivo capace di rispecchiare differenti sensibilità ed etiche e di codificare gli schemi culturali e politici del tempo.
Inserire il discorso musicale dentro le categorie interpretative della storia politica vuol dire cercare di capire quanto e come una cultura politica sia in grado di tradursi in una strategia che tenga conto delle passioni, dei gusti, delle volontà di aggregare e socializzare, finanche di un’estetica della musica, senza mai dimenticare però il potere di vigilanza e controllo. Si è così di fronte a una storia sociale e culturale della musica che interseca mentalità, costume, genere, memoria, con l’obiettivo di aprire nuove finestre su un mondo in evoluzione, e quindi su una storia – macro o micro – che le contenga. Questo filo rosso che accompagna le varie scansioni cronologiche, con proprie specificità a seconda dei contesti storici e sociali, trova nel fascismo un terreno particolarmente fertile dove intrecciare le varie prospettive di analisi. Se si vuole prendere a pretesto il profilo dell’homo ludens che Huizinga equiparava all’homo faber nel fortunato volume scritto nel 19386, si può sostenere che il fascismo utilizza le forme artistiche, e quindi anche la musica, come imprescindibile arma di consenso. Dai pionieristici e mai superati studi di Victoria De Grazia, sappiamo che la politica del tempo libero intrapresa da Mussolini rappresenta uno dei mezzi più efficaci di organizzazione del consenso7. La musica, insieme al cinema, allo sport, alle vacanze, costituisce il veicolo attraverso il quale si fonda la volontà di partecipazione e di conseguenza il riconoscimento delle masse al regime stesso.

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