INTRECCI DI VITE Figli adottivi adulti si raccontano Vedi a schermo intero

INTRECCI DI VITE Figli adottivi adulti si raccontano

Giulia Zuppichini

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ISBN: 9788874188857

14,00 €

Costellazione Orione 95 | p. 172 | ed. aprile 2016

«“Ciao, sono tua madre”. Ed io: “Pronto?”. No, ho pensato, non è possibile: questa è una che mi sta facendo uno scherzo. Faccio: “Cosa desidera?” e lei: “Ma perché mi dai del lei… Sono tua madre, dammi del tu”.»
NORA, adottata a tre anni.

«A due anni… Mi ricordo approdare in questa mansarda, senza il pavimento. C’era una gettata di cemento, una gabbietta di canarini e questa persona anziana, vestita di nero… presumo nonna, non so se di parte materna o paterna. So che vivevo con lei e un giorno mi sono svegliata, ho cercato di chiamare la nonna, ma la nonna non si muoveva... l’ho vista sul letto di morte.»
AURORA, adottata a nove anni.

«Mia madre me lo dice sempre: “Sei testarda, vuoi fare tutto da 
sola, te ne freghi di tutto e di tutti”, però sono convintissima che sia una questione... che sia un qualcosa che è rimasto là.» 
SHAILAJA, indiana, adottata a sei anni.

Il romanzo della vita che si dispiega, sorprendentemente, ad ogni 
intervista. Offrendo risposte originali che l’autrice, con le sue riflessioni interpretative, ripone al centro del dibattito sempre attuale nell’universo multiforme delle adozioni.

Giulia Zuppichini si è laureata in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli Studi di Torino, con una tesi di ricerca sulla normativa e i processi psicodinamici del percorso adottivo nazionale ed internazionale. Specializzata con il massimo dei voti presso l’Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica di Torino, con una tesi sul sostegno alla maternità, attualmente lavora in ambito privato, sperimentando nuove modalità di offrire accoglienza e supporto alle complesse dinamiche relazionali che sorreggono il sistema famiglia.

Prefazione
di Michele Giulio Avigliano


Vieni vicino al mio petto, più stretto:
nascere, piccolo, é cadere nel tempo.
nascere – é cadere nel corpo!
nascere – é cadere nel giorno!
é cadere – nell’alto.
Marina Cvetáeva

I bambini persi
elle notti nei boschi
i bambini persi chiamavano per essere trovati.
on c’erano le stelle?
Le stelle erano gli occhi dei lupi.
on c’era la luna?
La luna era le fauci dei lupi.
I bambini persi erano spaventati?
Sì, chiamavano tanto.
Svegliavano gli animali addormentati.
Vivian Lamarqe

La ferita dell’abbandono di cui si parla in questo libro riguarda la domanda che prima o poi tutti i figli adottivi, a cui non è concesso di conoscere la propria storia, si pongono. La domanda è la seguente: “Perché i miei genitori mi hanno abbandonato? Perché non mi hanno ritenuto degno del loro amore?”. Domande angoscianti che, se non trovano risposta, creano un trauma difficilmente sanabile. A tali domande si aggiunge sovente l’ulteriore trauma della mancata identificazione con i nuovi genitori, trattandosi oramai di adozioni quasi esclusivamente internazionali e spesso addirittura extracontinentali, che ancor di più accentuano il trauma suddetto, non potendo questi bambini condividere con i genitori adottivi nemmeno i tratti somatici.
Consiglio a tutti, esperti del settore, periti che si occupano di adozioni e genitori, di leggere questo libro, perché esplora a fondo il mondo dell’inconscio, deposito di memorie, ricordi nascosti che emergono in forma diversa. Bambini che nelle loro parole, in parte consciamente e in parte in modo, appunto, inconscio fanno trasparire parte del loro mondo lontano. Lontano nei ricordi e lontano geograficamente. Un mondo dell’inconscio che, in alcuni casi, si fa strada con forza, quasi con violenza, a sorpresa, a svelare realtà che di fatto non erano nemmeno immaginabili.
Questo testo approfondisce in modo esaustivo le tematiche del trauma e della difficoltà di identificazione; in particolare, la ferita dell’abbandono, perché l’esperienza con il mondo adottivo ci ha convinti sempre di più dell’importanza che, per i figli adottivi, riveste, durante l’arco di tutta la vita, il fatto di essere stati abbandonati.
Occuparsi di famiglie adottive comporta, quindi, la necessità di conoscere quali possano essere gli effetti di un trauma anche originario sullo sviluppo di queste persone.
Solo un cenno per dire che, inoltre, quasi sempre un trauma c’è anche nella storia dei genitori adottivi, che adottano per non essere stati in grado di generare figli naturali. È sufficiente che noi oggi teniamo presente come anche i genitori adottivi siano spesso persone sofferenti o che hanno sofferto per una loro diversità.
Il Trauma, come esplica l’Enciclopedia di psicoanalisi di Laplanche e Pontalis, viene dal greco e significa una ferita grave con effetti permanenti.
È importante, nel nostro lavoro, indagare dentro, ossia nella mente e nei sentimenti di questi ragazzi, quale importanza continui a rivestire nel loro essere persone, il fatto dell’abbandono. Non importa se le ragioni che hanno provocato gli allontanamenti di figli dai genitori naturali possano essere state giustificate e talvolta persino provvidenziali. Resta il fatto che il bambino, la cui personalità si va formando, sente la necessità di una completezza di riferimenti, di conoscenze – quando sia possibile – delle vicende della sua origine particolare. E questo perché l’immagine mentale della propria origine costituisce un elemento fondamentale del suo senso di identità. Dice Kaes (2002) a proposito dell’identità: è un problema che ha a che fare con la possibilità di riconoscersi come appartenenti a qualcosa, qualcuno da cui si ha avuto, appunto, origine. Il senso della propria origine, quindi, insieme all’ambiente che ci ha allevato e che continua a circondarci con le sue relazioni e i suoi affetti, è essenziale per la completezza della propria identità.
Una ferita così terrificante non guarisce mai.

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