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La memoria dell'acqua

Marcella De Rubertis

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ISBN: 9788874189144

14,00 €

Lettere 277 | p. 271 | ed. dicembre 2015

Sudore e fatica, rinunce e sacrifici, ma anche tanto amore per la propria terra: ecco di cosa vive la gente della "bassa padana", fino agli inizi degli anni '50.
L'esondazione del "grande fiume", però, segna l'esistenza di tutti coloro che abitano lungo le sue rive.
Anche Francesco (simpatico monello di quel microcosmo) e la sua famiglia sono colpiti dal dolore e dalla tragedia: cercheranno, così, di ricostruire la propria vita in una nuova realtà. Per Francesco il periodo di adattamento è lungo e faticoso; riceverà, però, aiuto e sostegno da Giorgio, figlio del conte, proprietario dell'immensa azienda agricola, in cui la famiglia ha trovato lavoro.
Col passare del tempo, però, la scoperta di alcune sconvolgenti verità, imprimerà una svolta imprevista alla vita di Francesco, ormai giovane uomo.

Nata in Camposampiero (PD), il 12-3-'50, ha trascorso la prima giovinezza nella regione natia. Trasferitasi in seguito in Puglia, terra d'origine dei suoi genitori, ha completato gli studi universitari, presso l'università di Lecce, città in cui attualmente vive con la sua famiglia. Ha scritto brevi racconti e poesie, per fruizione, esclusivamente, personale. Terminata l'attività di insegnamento, si è dedicata alla stesura del romanzo "La memoria dell'acqua", concepito sull'onda dei ricordi e delle esperienze della sua infanzia.

Come mai solo così tardivamente ha deciso di dedicarsi alla stesura di questo romanzo?
Ho sempre pensato come ad un privilegio l'aver vissuto gli anni di transizione dalla vecchia civiltà contadina a quella caratterizzata dal boom economico- tecnologico e l'aver conosciuto, dunque, le sostanziali differenze e i punti di forza di ognuna di queste due realtà.Nel momento in cui, poi, col passar del tempo e, quindi, con l'avanzare dell'età, tutti i ricordi si sono sublimati e persino la conoscenza del dolore è sfumata nella pacatezza del rimpianto, mi sono sentita pronta a cimentarmi in questo tentativo.

Nel suo racconto emergono, sia pur larvatamente, problematiche di forte impatto sociale come l'omosessualità e l'aborto...
E' da sempre che, prima a livello quasi istintivo ed epidermico, poi, via via, conscio e razionale, ho considerato necessario affrontare tali problematiche con animo aperto e scevro da pregiudizi o tabù. In special modo i preconcetti riguardanti l'omosessualità mi sono sembrati ledere il diritto fondamentale dell'uomo alla felicità, diritto sancito persino dalla costituzione di un grande paese come l'America.

Quanto nella sua narrazione vi è di autobiografico?
In verità non molto, forse solo le parti riferite alla "famiglia patriarcale", alla semplicità del vivere quotidiano, ai giochi infantili. Quasi tutte le altre emozioni sono state vissute  solo empaticamente, tramite una sorta di transfert psicologico.

Concludendo: perchè un lettore dovrebbe trovare interessante il suo libro?
Ho dedicato il libro ai miei nipotini, nella speranza che attraverso le sue pagine possano conoscere, almeno in parte, l'epoca in cui  hanno trascorso l'infanzia e la giovinezza i loro nonni. Se, poi, qualche adulto potrà riconoscere, sempre attraverso di esse, il profumo della propria gioventù, potrò dire di ver colpito nel segno.

Chiudo lo sportello con forza e scendo dal taxi con furia. Allungo al tassista una cifra forse spropositata, visto il sorriso a 360 gradi che mi tributa prima di ripartire a tutto gas, per mettere tra me e lui una distanza incolmabile, a scanso di miei eventuali ripensamenti.
Ma questa è l’ultima delle mie preoccupazioni. Ho una fretta terribile: il ritardo dell’aereo mi ha spiazzato e ora sono qui, con un abito assolutamente inadeguato e giacca a vento, a correre su per la scalinata di uno dei più bei teatri del mondo, nel tentativo di non far tardi. Mi trascino appresso questa gamba matta, che mi fa zoppicare solo impercettibilmente quando cammino, ma che fa le bizze, quando pretendo da lei prestazioni straordinarie. Attraverso trafelato il foyer, esibendo il mio invito sotto lo sguardo di severa disapprovazione del personale, che, però, non osa fermarmi, vista la firma di chi lo ha vergato. Ignoro il guardaroba, non avendo da perdere tempo in depositi e scontrini.
Resto indifferente alla maestosità dell’ambiente, anche se, in altri momenti, ne ho subito il fascino, fino ad essere sconvolto da un’emozione viscerale. Altre scale, altri corridoi e, finalmente, mi ritrovo nell’immensa
sala dall’incredibile soffitto, illuminato da monumentali lampadari, che giocano con i colori e le dorature dei suoi intarsi in modo quasi sensuale, inebriando occhi e mente di chi ha tempo ed interesse per sollevare il capo per ammirarli.
Arrivo nel momento magico in cui questa luce sfolgorante, quasi impercettibilmente, si attenua, si affievolisce, togliendo ad ogni cosa i suoi colori, avvolgendo tutto con una opaca grigiosità, fino a risucchiarlo, per un attimo, in una dimensione fatta di tenebra, ma vibrante di aspettativa.
Sfilo il giaccone e lo schiaccio parossisticamente sotto il braccio, nel vano tentativo di mimetizzarlo.
Attraverso la sala e raggiungo il mio posto in prima fila, dispensando sorrisi accattivanti di scusa a destra e a manca a signore fasciate in incredibili abiti da sera e a gentiluomini compassati in smoking o rigide marsine.
Mi siedo nel momento in cui tutto piomba nel buio ed ho il cuore in gola, l’ansia mi accorcia il respiro.
Il posto accanto al mio è vuoto; lo vedo, ma non lo occupo con la mia giacca, a cui mi tengo avvinghiato come un naufrago alla sua zattera.
Si accende un riflettore puntato su una delle quinte da cui emerge, quasi dal nulla, il nostro idolo: alto, austero e distaccato, elegante nel suo frac dal taglio perfetto, già proiettato nel suo mondo pieno di musica.
Ho appena il tempo di notare che, dall’ultima volta che l’ho visto, i suoi capelli hanno acquisito un candore abbacinante, che, lungi dal conferirgli un’aria di vecchiezza, gli dona un’aura di magia.
Uno scroscio lunghissimo di applausi, di impressionante fragore, si leva da questo pubblico, solitamente così avaro di consensi; lui si piega in un impercettibile inchino di ringraziamento e sembra scrutare, per un attimo, tra il pubblico presente. Poi, senza aspettare che gli applausi si spengano, si sposta al piano, si siede allo sgabello già calibrato per lui, accomoda le code del frac con gesti lenti ed eleganti e resta in attesa, mentre la luce di una miriade di riflettori s’incrocia e converge su di lui.
È, di nuovo, improvvisamente silenzio: il pubblico adorante asseconda l’artista ed immobile attende.
Uno o due colpi di tosse, poi il silenzio è totale, tangibile, assoluto. Ed ecco che tutto ha inizio: le sue mani si sollevano lentamente e si poggiano quasi con fatica sulla tastiera, le dita sembrano trovare con difficoltà ogni singola nota ed ogni nota si libra in solitudine nell’aria, graffiandola, scolpendola con atomi di suono che esplodono senza echi, rendendo il silenzio delle pause quasi assordante.
Il disagio serpeggia nella sala: l’esordio dell’esecuzione è inatteso, non comprensibile.
Ma ecco, le mani del maestro sembrano riacquistare agilità, le dita vigore, le pause si accorciano, le note si cercano, si rincorrono, si corteggiano, si fondono in accordi sempre più complessi, creando, finalmente, musica. Il ritmo si fa più incalzante: le dita sembrano volare sulla tastiera; la dolcezza degli accordi lascia il posto ad una passione travolgente, l’aria vibra di emozioni intense: il pubblico ne è travolto. Ed ora ognuno si immerge in queste melodie, ne è avviluppato.
on è più il senso dell’udito ad essere protagonista: è il cuore che ascolta, che dialoga con se stesso e con la musica. Questa musica parla anche a me o, forse, soprattutto a me. È stormire di fronde, è soffio di vento, è carezza di sole, è mormorio di sorgente, è suono d’acqua che sgorga, è scroscio d’acqua che cade, è silenzio d’acqua che copre… È ricordo. 

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