I labirinti e la memoria. Scritti sul cinema. Vol. 1 Vedi a schermo intero

I labirinti e la memoria. Scritti sul cinema. Vol. 1

Beniamino Biondi

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ISBN: 9788874189076

12,00 €

Costellazione Orione 102 | p.143 | ed. settembre 2015

Questo libro raccoglie una serie di scritti che pur avendo trovato nell’occasione la loro nascita – come saggi di collaborazione per riviste, premesse a volumi in proprio, interventi per monografie collettanee –, seguono a loro modo una logica della continuità che si inserisce in un omogeneo discorso culturale sul cinema d’autore.
Trovano allora in esso conseguente collocazione taluni scritti che hanno accompagnato nell’arco di alcuni anni i percorsi di relazione del cinema come pratica visionaria nel rapporto tra le sue zone d’ombra e le più felici intuizioni dello sguardo.

Beniamino Biondi è nato e risiede ad Agrigento. Ha compiuto studi classici e si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Palermo. Scrittore e saggista, si occupa di poesia e di cinema. Collabora con riviste di letteratura e critica cinematografica, cura rassegne di cinema d’autore e ed è direttore di collana per alcuni editori. Come relatore partecipa a numerosi convegni e giornate di studio. Ha curato l’edizione delle poesie complete del filosofo Aldo Braibanti – nella cui casa a Roma ha vissuto per lungo tempo - ed ha pubblicato numerose opere di letteratura e di saggistica critica e teorica. È membro del Sindacato Nazionale dei Critici Cinematografici.

Ivan Zulueta martire underground


Ivan Zulueta è a tutti gli effetti il solo cineasta underground spagnolo caduto vittima della sua stessa opera. Letteralmente. Ma Arrebato, il suo (quasi) unico film, ha un valore storico assai superiore al suo valore estetico, in quanto è il lavoro che meglio rappresenta il cinema del postfranchismo – oltrepassando le adozioni simboliche della crisi del racconto filmico – come inquietante parabola sul potere del cinema e sulla relazione
fra immagini e realtà, procurata coniugando gli stereotipi del cinema di genere con il linguaggio concentrazionario del cinema sperimentale, anticipando in questo modo lavori come Videodrome, il (comunque) sopravvalutato film di David Cronenberg, e Strade perdute e Inland empire di David Lynch. La solitudine del film di Zulueta è posta sotto il segno della differenza: arroccato su se stesso, emana la follia terminale di un significato che sconvolge gli archetipi del fantastico, celebrando il cinema fino alle estreme conseguenze del delirio. Arrebato collutta violentemente col linguaggio convenzionale modificando gli stessi dispositivi mentali della percezione, descrivendo il suo tragitto come un percorso di smarrimento, come una sconfitta ontologica del cinema stesso. 

Il film è la storia di José Sirgado, regista horror in profonda crisi professionale e personale, che un giorno riceve un pacco con dentro un nastro girato da un ragazzo, Pedro, il quale da anni filma ossessivamente ogni cosa con una cinepresa in super8 alla ricerca dell’essenza stessa del cinema e della creazione, o, come la chiama lui, de «la pausa creativa». É la stessa pausa che appare in uno dei filmini di Pedro, che nel frattempo
hanno letteralmente rapito José attraverso un’estasi fulminea (un rapimento mistico, un’estasi improvvisa sono i due termini entro i quali si potrebbe tradurre il titolo del film), una pausa che si manifesta attraverso un fotogramma di colore rosso che con il passare del tempo si allarga sempre più fino ad avviluppare l’intero film. Intanto Pedro si ammala chiudendosi completamente al mondo esterno: a questo punto José si reca a casa sua per visionare il materiale girato da Pedro, ma trova solamente una cinepresa accesa con la pellicola completamente piena di fotogrammi rossi, a parte una brevissima sequenza nella quale appare lo stesso Pedro. Intanto che la cinepresa continua a riprendere, José viene fagocitato dalla pellicola, e, nel finale, lo scatto dell’obiettivo diventa un colpo di mitragliatrice che fa scomparire definitivamente dalla vita reale il regista.

Zulueta riflette sul mezzo cinematografico e sulle ragioni dell’epifania emozionale che lo hanno condotto ad avvicinarsi al cinema come luogo ossessivo dell’espressione, finendo tragicamente per replicare il medesimo destino di Sirgado. In modo inquietante, il regista ha generato una presunta «maledizione di Arrebato» nel momento in cui, inghiottito dal suo stesso film, ha finito la sua vita consumato dalle droghe nella solitudine della casa paterna di San Sebastián, disegnando manifesti per film d’altri – escluso da tutto e completamente ai margini dell’esistenza comune – fino alla morte. Arrebato si rivolge agli stereotipi dell’horror vampirista – la sola metafora possibile della monomania dello sguardo –, e il film è a tutti gli effetti una speculazione accecante sul potere eversivo del cinema, sulla dipendenza e sullo stato di trance, sugli stati alterati di coscienza e sul loro rapporto con i mutamenti della percezione: in sostanza sul tema mistico delle condizioni di trascendenza della realtà materiale in favore di quello spazio altro della visione come luogo dello smarrimento sul nulla.
Schivando gli artifici dell’utopismo psichico, Zulueta osserva i suoi personaggi nascosti nel loro spazio chiuso e quasi li divora con la macchina da presa sino a farli diventare vittime della loro stessa ossessione. Arrebato ha creato da sé i principi della sua esistenza sullo schermo: dopotutto, anche il cinema conclude nella morte.

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