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Tra Ares e Afrodite. Viaggi e storie dal Mediterraneo al Mar Nero

Claudia Berton

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ISBN: 9788874188895

18,00 €

Costellazione Orione 97 | p. 368 | ed. agosto 2015

Frutto di molti viaggi dell’autrice tra il Mediterraneo e il Mar Nero, il testo -raccontando la Storia dei luoghi e le storie di persone che li hanno amati e cantati- sottolinea il contrasto tra la bellezza stupefacente dei paesaggi e l’incessante trama di guerre, deportazioni, sangue di cui le terre che su questi mari si affacciano sono intrise. Una Storia che non può essere giustificata dall’insensato termine “scontro di civiltà” e tantomeno esorcizzata dalla dicotomia buoni-cattivi, civiltà-barbarie, ma che testimonia piuttosto la perdurante voragine di oscurità presente nell’animo umano. Lo sguardo dell’autrice/viaggiatrice -addestrato dai libri in varie lingue che
l’hanno aiutata a delineare i suoi percorsi- cerca di sfatare il pregiudizio eurocentrico che informa il racconto dei conflitti del recente passato e di quelli tuttora in corso e, potenziato dai mezzi di comunicazione di massa, distorce la percezione delle vicende minimizzando o addirittura non tenendo conto delle ragioni di chi si è opposto alle perenni interferenze europee e occidentali. Più forte del fragore dei conflitti, dei gorghi della violenza e della sopraffazione, emerge comunque da queste pagine la voce degli artisti e dei poeti a tenere accesa la fiamma della consapevolezza e dell’umanità anche nelle circostanze più disperate.


Che non siano, l’arte e la cultura che la coltiva, la trascendenza,
l’Altrove? Perché la cultura -se è veramente tale- mette al centro
l’uomo, e l’arte sublima il dolore e lo trasforma in canto.


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Claudia Berton, laureata in Lingue e letterature straniere, ha insegnato inglese al liceo per una ventina d’anni. E’ un’appassionata viaggiatrice e studiosa di storia e cultura dei paesi mediorientali e di letteratura di viaggio, argomenti sui quali tiene conferenze per varie istituzioni e università del tempo libero.
Ha pubblicato nel 2003 Sulle vie del Levante. Alla ricerca di lady Hester Stanhope (ed. Stampa alternativa/ Nuovi equilibri); nel 2006 Frontiere di sabbia (ed. CdA &Vivalda); nel 2010 Ponti sull’Egeo. Viaggi e storie tra Grecia e Turchia (ed. Diabasis); nel 2011 Cavalieri del deserto. Sulle tracce della nipote di Byron dall’Inghilterra vittoriana alle sabbie arabe (ed. Irfan); nel 2011 Gli spinosi cactus di Palestina e Israele (ed. Zambon).

 

Di origine veneta, abito ormai da molti anni a Verona, dove ho frequentato il Liceo classico “Scipione Maffei”. Mi sono laureata in Lingue e letterature straniere all’Università di Padova, e ho lavorato per più di vent'anni come insegnante di Lingua e Letteratura inglese nei Licei Scientifici della città. Nel mio insegnamento, privilegiavo – secondo i miei interessi – la storia e la letteratura del periodo vittoriano, con particolare  attenzione per le vicende dell’impero britannico. 
A un certo punto, pur avendo molto amato la scuola e aver stretto durevoli rapporti con molti miei alunni, ho deciso di andare in pensione anzitempo (allora era possibile!). Sentivo infatti un profondo desiderio di “cambiare vita”. Da piccola sognavo di diventare, in futuro, mamma e scrittrice. Realizzato pienamente il primo desiderio – ho tre figlie e, ora, anche cinque nipoti – cercavo un altro spazio in cui esprimermi, che per me era naturalmente la scrittura (Sono una grafomane nata: scrivo il diario dall’età di nove anni). Ero insomma, per così dire, un potenziale autore in cerca di un personaggio. E così, poiché non è raro che i sogni sognati con forza si avverino, nel corso di un viaggio in Messico, nella nota a piè di pagina di un libro sulla scoperta della civiltà maya che stavo leggendo, “incontrai”lady Hester Stanhope, la “bianca sibilla del Libano”: così la definiva la nota, tanto laconica quanto intrigante. Ed è stata proprio lady Hester il tramite verso  la mia  seconda vita.
Nata alla fine del Settecento in una famiglia dell’alta aristocrazia britannica – era nipote del primo ministro Pitt il Giovane – alla morte dello zio lady Hester lasciò per sempre l’Inghilterra e, dopo aver a lungo viaggiato nel Mediterraneo al tempo delle guerre napoleoniche, si stabilì nei domini del sultano ottomano, che rispettava profondamente, in un diroccato e isolato ex-monastero sul Monte Libano, orientalizzandosi e divenendo una sorta di profetessa che tutti i viaggiatori europei in quelle regioni cercavano di incontrare. Tra questi, il poeta Lamartine scrisse intense pagine sul loro incontro, e fu solo uno dei tanti.
Così – dopo aver ricavato (concretamente e metaforicamente) nella mia casa la famosa “stanza tutta per sé” di cui parla Virginia Woolf, cominciai a scrivere e a viaggiare nelle biblioteche di Londra e in quelle italiane in particolare, tra cui la splendida Marciana in piazza san Marco. E scrissi, a mano, centinaia di pagine sulla vita e i viaggi di quella che è considerata l’archetipo della viaggiatrice. Anche trovare un editore fu un’impresa epica, un’avventura travagliata che durò una decina di anni e implicò, fra l’altro, il sacrificio di due terzi del mio scritto. Nel frattempo però avevo anche cominciato a viaggiare – con la mia figlia minore, Marianna, allora bambina: una bambina acuta e deliziosa, la migliore compagna di viaggio che io abbia mai avuto – sulle tracce di lady Hester. Viaggiando nei paesi intorno al Mediterraneo orientale e meridionale, ripercorrendo itinerari di viaggi già fatti in precedenza, e nel “Levante”,  giunsi nel deserto siriano, nella magica Palmira dove lady Hester era stata incoronata regina dalle bambine beduine. Invitata nel palazzo di Chevening nel Kent, dove la nobildonna era nata, vi ho portato il mio libro, finalmente pubblicato, “Sulle tracce di lady Hester Stanhope”,  che ora si trova esposto in una vetrina – l'unico in italiano - tra altri scritti in varie lingue su di lei.
Viaggiando in Medio Oriente, cominciai a studiarne la storia e la civiltà, e mi impegnai anche con costanza nell’apprendimento della splendida lingua araba. Il dono più duraturo di lady Hester è stato questo, assieme al fatto che, guardando all’Occidente da una prospettiva mediorientale, è mutata irrevocabilmente la mia percezione del mondo in cui sono nata. Rendendomi conto dell’assurdità delle frontiere mediorientali – disegnate dalle potenze europee imperialiste secondo i loro interessi –  ho “scoperto” che per tutte le espressioni dello spirito umano (l’arte, la poesia, la musica, le tradizioni, le leggende, e persino la cucina) le frontiere sono permeabili: “Frontiere di sabbia”, appunto. E questo è il titolo del mio secondo libro, illustrato con le foto dei miei viaggi “da Palermo a Samarcanda”.
Intrigata dai forzati spostamenti di popolazioni, dagli sradicamenti dolorosi, dall’oblio nel mondo d’oggi di antiche convivenze pacifiche e spesso feconde, ho viaggiato a lungo in Turchia e in Grecia – sento quest’ultima come la mia “patria del cuore”- cercando in Turchia tracce di villaggi greci e di chiese in rovina e in Grecia di minareti decapitati. E’ nato così il mio “Ponti sull’Egeo”, sulle tracce del doloroso scambio di popolazioni greco-turco seguito al Trattato di Losanna che, nel 1923, mise fine alla guerra greco-turca, guerra fomentata – e combattuta “per procura” – da Gran Bretagna e Francia.
Ormai “addentro” nella letteratura di viaggio dal Mediterraneo all’India, sono tornata ai vecchi amori, scrivendo la biografia di una coppia di vittoriani, lady Anne e Wilfred Blunt. Lady Anne era la nipote di Byron (un mio “vecchio amore”) che, dopo aver percorso alla ricerca di purosangue arabi il deserto siriano e il Nejd, nel cuore di quella che è ora l’Arabia Saudita, si stabilì in un’oasi alla periferia del Cairo. Da qui, con il marito – poeta, donnaiolo scatenato e politologo – sostenne la rivoluzione di Ahmed Arabi contro il corrotto khedivè e la potenza  britannica che lo sosteneva, e che finì per occupare l’Egitto. E’ un Egitto sconosciuto, quello che ho scoperto: un paese fiero e ricco di fermenti culturali e politici – già nel 1919 non erano poche le “femministe” che uscirono a manifestare contro gli occupanti inglesi – e la cui storia contemporanea non si può comprendere senza cercarne le radici nel passato coloniale. Tutto questo è raccontato nel mio “Cavalieri del Deserto: la nipote di Byron dall’Inghilterra vittoriana alle sabbie arabe”.
Uno dei drammi più spaventosi dell’imperialismo europeo in Medio Oriente si è svolto in Palestina: è questo un argomento di cui mi occupo ormai da due decenni, con una indignata costanza che mi ha portata a raccogliere più di un centinaio di libri e centinaia di articoli. Da questo lavoro è nato – frutto anche di una vicenda personale - il mio sofferto e molto documentato “Gli spinosi cactus di Palestina e Israele”.
Studiando e viaggiando dal Mediterraneo verso Oriente – i libri suggeriscono i viaggi e i viaggi integrano i libri con l’esperienza personale – ho registrato il filo rosso di sangue e sofferenza che traspare da luoghi di una bellezza stupefacente, luoghi che amo e in cui sento presenti le mie vere radici. E’ ben vero che “più si conosce più si comprende”. E’ nato così il mio intenso “Tra Ares e Afrodite: viaggi e storie dal Mediterraneo al Mar Nero”, per il quale rimando a una scheda a parte.
 Da molti anni svolgo un’attività di volontariato per migranti presso un ambulatorio Caritas della mia città, e le storie che vi ho ascoltato – e che continuo a raccogliere - mi hanno suggerito un testo che ho appena completato: “Nel mondo alla rovescia: appunti da un ambulatorio per migranti in una città del Nordest”.
Quando non sono occupata a far da babysitter ai miei nipoti e non sto scrivendo, trascorro tutto il mio tempo studiando e leggendo:  in media di sette/otto libri al mese. Leggo soprattutto saggi storico-politici e testi sul Medio Oriente. Ho una casa sepolta nel verde, traboccante di piante e di animali di vario tipo. Amo i gatti: ne ho tre, che mi tengono in ostaggio. 

“Questo libro non vuol essere che una serie di leggeri riflessi – vere ombre sull’acqua – di luoghi che hanno, in maggiore o minor grado, un’attrattiva per l’immaginazione di moltissimi; di luoghi fra i quali la mia ha vissuto per anni e anni…”
(Charles Dickens)

“Ah, sì, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie senza senso, / sacrifici e sconfitte, e altre battaglie, per cose / che ormai erano state decise da altri in nostra assenza. E gli uomini, innocenti, / a infilarsi le forcine negli occhi, a sbattere la testa / contro il muro altissimo, ben sapendo che il muro non cede / né men si fende, per consentirgli di vedere almeno da una fessura / un po’ d’azzurro non offuscato dalla loro ombra e dal tempo. Eppure, chissà, / là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia / la storia umana, come la chiamano, e la bellezza dell’uomo”

(Yannis Ritsos)

“Feci l’alba avendo percorso la storia della morte della Storia o piuttosto la storia della Storia della Morte (e questo non è un gioco di parole)”
(O. Elytis)

“La guerra e i preparativi per la guerra vanno insieme con: trucchi della diplomazia, sospensione della morale, elusione della verità, e trionfo del cinismo”
(Stanley Baldwin, primo ministro britannico, 1936)

Viaggiando a lungo tra il Mediterraneo e il Mar Nero ho cominciato a sentire intensamente 
- con l’avanzare della mia età e l’interesse per la Storia - il contrasto tra la bellezza stupefacente dei luoghi e l’incessante storia di guerre, deportazioni, sangue di cui le terre che su questi mari si affacciano sono intrise. Una Storia che non può essere giustificata dall’insensato termine “scontro di civiltà” e tantomeno esorcizzata dalla dicotomia buoni-cattivi, civiltà-barbarie, ma che testimonia piuttosto la perdurante voragine di oscurità presente nell’animo umano.
Tuttavia, la natura cancella le tracce della distruzione con la sua generosa noncuranza, con il suo incessante, misterioso rigoglio, e in ogni circostanza la sublime virtù dell’uomo che è la capacità di cogliere la bellezza, di creare un sogno, elevandosi al di sopra della contingenza anche nelle circostanze più tragiche e trovando un senso più alto anche nell’avversità e nella disperazione, sono una traccia che spesso – in questi luoghi che amo – ho percepito in modo palpabile: un riflesso cangiante ma persistente, che mi consola mentre seguo il filo rosso registrando lo scoraggiante, continuo ripetersi di conflitti, di aggressioni e prevaricazioni, di morti violente, di tragici sradicamenti. Un riflesso che avvolge e ricrea questi eventi nella trama impalpabile di chi li ha interpretati con il linguaggio dell’arte, additando un disegno trascendente anche nell’oscurità, nella tragedia. Che non siano, l’arte stessa e la cultura che la coltiva, la trascendenza, l’Altrove? Perché la cultura - se è veramente tale - mette al centro l’uomo, e l’arte sublima il dolore e lo trasforma in canto.

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