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Il Gioco dell’Oca. I retroscena segreti del processo al riformatore Jan Hus

Pietro Ratto

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ISBN: 9788874189069

13,00 €

Costellazione Orione 101 | p.108 | ed. agosto 2015

Per prima cosa, fammelo dire. Sono letteralmente allibito!
Se sei arrivato fin qui e proprio in questo preciso momento stai cominciando a leggere queste mie stesse parole, significa che ho fallito; vuol dire che quel diavolo di un ratto è riuscito di nuovo a farsi pubblicare da qualche pazzo. E questo non va! Non va affatto bene!
Di come realmente andarono le cose, in quel lontano 1415; di come quel vecchio impenitente di Hus fu turlupinato, umiliato e messo al rogo, mai avremmo voluto che qualcuno di voi venisse a sapere, nei dettagli. Per non parlar dei crimini di Giovanni XXIII, dell’assassinio di Alessandro V... Abbiamo lavorato duro, per nasconderne le tracce. E cosa credi, tu? Pensi che il nostro lavoro sia davvero così semplice? No. Non sono per nulla contento che tu ti trovi in mano questo libraccio. Posso solo prometterti, però, che farò tutto il possibile affinché di gente come il ratto, e come te, ce ne sia sempre di meno.
Il tuo affezionatissimo Inquisitore 


Immagine di copertina: “Feuertod des Jan Hus in Konstanz” di Diebold Schilling il Vecchio.

Recensione

http://www.labottegadelbarbieri.org/nei-corridoi-della-storia-jan-hus-e-altri-roghi/

Pietro Ratto, professore di Filosofia, Psicologia e Storia, giornalista e saggista, ha vinto diversi premi letterari di Narrativa e di Giornalismo. Amministra i siti IN-CONTRO/STORIA - che analizza molti fenomeni storici tentando di ripulirli dalle logiche di potere - e BoscoCeduo.it, in cui raccoglie molte sue riflessioni filosofiche e svariati suoi articoli su Scuola e Società. L’omonima pagina Facebook è ormai punto di riferimento per molti insegnanti italiani. Nel 2014 è uscito il suo Le pagine strappate, intrigante saggio finalista al Premio Letterario Carver 2014, che rimette in gioco la veridicità storica della Papessa Giovanna sulla base dell'analisi di uno scritto del Quattrocento sfuggito alla censura del Concilio di Trento. Dello stesso anno anche la sua monografia La Passeggiata al tramonto. Vita e scritti di Immanuel Kant. Nel 2015 è uscito il suo I Rothschild e gli altri, illuminante analisi della storia della famiglia di banchieri più potente del mondo e delle alleanze familiari grazie a cui essa, attualmente, monopolizza l’intera economia mondiale.

Professor Ratto, come nasce l’idea di scrivere un libro su Jan Hus?
L’idea nasce su un banchetto di un mercatino dell’antiquariato, a Lucca.Un libro in un’edizione non comune, scritto nientemeno che da un giovane ed anticlericale Benito Mussolini, mi finisce tra le mani e cattura la mia attenzione. E’ la storia di Jan Hus e della sua battaglia per la libertà, narrata da un promettente e infervorato giornalista che - in sintonia col riformatore boemo di cui racconta la morte sul rogo -  si definisce “eretico”, e che non sa ancora che lo aspetta un futuro da spietato dittatore.Uno stimolo affascinante, insomma, che mi spinge a cercare tra le righe di quel testo nuovi indizi sulla vicenda del processo e della condanna a morte di Hus. Nuove tracce, nuovi dettagli che mi permettono, così, di riportare alla luce alcuni particolari inquietanti, successivamente occultati dalla censura ecclesiastica. Per la seconda volta, dunque, si tratta di “un libro che parla di un libro”. Come era già accaduto nel 2014, con il mio Le Pagine strappate.

Quale quadro emerge dell’intera vicenda relativa al processo e al rogo del riformatore boemo?
Il quadro di un uomo buono, coerente, innamorato di Cristo e coraggioso. Un uomo che non esita a difendere, anche a costo della propria vita, il messaggio evangelico originario ed autentico, ormai accantonato, dimenticato dalla Chiesa corrotta e dispotica di inizio Quattrocento. Un uomo che, a differenza di quanto affermano i libri di Storia, viene tradito da tutti, in primis dallo stesso Imperatore, che lo induce a recarsi “sotto la sua protezione” al Concilio di Costanza per difendere le sue ragioni. E che, così facendo, lo spinge invece nelle fauci dell’Inquisizione.Per non parlare dei particolari inediti, particolarmente raccapriccianti, che emergono relativamente alla viziosa vita del Papa che, di fatto, bolla ufficialmente Jan Hus come eretico, consegnandolo definitivamente ai suoi carnefici.

Quali sono gli elementi inediti che il suo studio rivela?
Chiaramente li lascio alla curiosità del lettore. Posso però anticipare che, nel corso dello studio, saltano fuori diversi elementi che provano, ad esempio, gravi crimini commessi da pontefici. O particolari tali da suggerire agli storici “seri” di riconsiderare seriamente i rapporti tra Jan Hus e Sigismondo di Lussemburgo.

Che cosa lega questo suo ultimo saggio ai suoi precedenti libri? 
Ancora una volta si tratta di farecontro-storia, con quella stessa filosofia con cui, nel 2010, ho dato il via al mio progetto, IN-CONTRO/STORIA, appunto. Significa, cioè, mettere in dubbio le verità ufficiali della storiografia dominante sulla base di un’analisi più indipendente e libera delle fonti, non accontentandosi della solita “Storia dei vincitori”. Ancora una volta, così come in tutti i miei scritti, il lettore si imbatte in una fortissima difesa della libertà di ogni uomo, e in un deciso rifiuto nei confronti di qualsiasi censura.

Per quale motivo un lettore dovrebbe comprare il suo Il Gioco dell’Oca
Ritengo Il Gioco dell’Oca il libro migliore che io abbia scritto. Penso che possa piacere, coinvolgere, a tratti anche commuovere. Anche se reputo che il lettore più adatto a questo tipo di scritto sia un individuo libero da pregiudizi, rispettoso delle idee di tutti e appassionato ad un’autentica ricerca di verità.

Prefazione dell’Inquisitore
Per prima cosa, fammelo dire. Sono letteralmente allibito! Se sei arrivato fin qui e proprio in questo preciso momento stai cominciando a leggere queste mie stesse parole, significa che ho fallito. Mai Prefazione, infatti, fu scritta nella certezza - o quanto meno nella speranza - di non esser letta, come questa mia. E non solo perché si tratta, appunto, di una Prefazione. Ma perché a scriverla sono io, l’Inquisitore, colui che aveva il compito di impedire in tutti i modi che questo libro venisse letto da chicchessia. aturalmente incluso te.
Non creder mica che sia un lavoro facile, il mio.
All’inizio ci facevano imbastir processi nelle zone stesse in cui risiedevamo ed esercitavamo il nostro potere. Conoscevamo benissimo accusati e accusatori. Bastava far la faccia un po’ cattiva, torturarli un poco e il gioco era fatto. Molti abiuravano, pochissimi resistevano e finivano arrosto. Ma in tutti i casi riuscivamo a far piazza pulita di manoscritti e libri blasfemi, con scenografici e incandescenti roghi. Certo, già che c’eravamo ci facevamo anche un po’ i fatti nostri. Qualche rivale un po’ troppo scomodo, qualche testimone eccessivamente ingombrante... Li facevamo tutti sparire facilmente, infilandoli nel calderone degli eretici. Presente quei cinque in più delle Fosse Ardeatine? Ecco, così. Cinque più cinque meno, dopotutto...
Proprio per questo venne allora deciso che l’Inquisitore dovesse venir da fuori, essere forestiero, insomma. Un po’ come gli arbitri di calcio o i commissari esterni agli Esami di Maturità. on era male: nessuno ti conosceva, nessuno sapeva cosa aspettarsi da te, quando arrivavi nei luoghi in cui si era sviluppata una certa eresia da radere al suolo. Ti temevano parecchio, già solo per il fatto di non conoscerti. Questa novità, però, aveva comportato un sacco di lavoro in più, perché la gente andava esaminata tutta da zero. Sempre più complicato, se non impossibile, insomma, giudicare frettolosamente sulla base di pregiudizi coltivati in decenni e decenni di convivenza. Che noia! Bisognava proprio ascoltarli tutti ‘sti testimoni, a quel punto.
on bastò neppure questo. Ci volevano anche i Manuali dell’Inquisitore, accidenti. “È per la trasparenza!”, ci dissero ai corsi di aggiornamento. Così le incombenze aumentarono. Bisognava studiare, applicare regole ferree, attenersi ai dettami dei cosiddetti “esperti”. umero minimo di testimoni, certificati medici per imputati inabili alle torture... Una follia. Un’autentica follia!
Da Bernardo Gui a Torquemada, da Bellarmino a Ratzinger ne abbiamo fatta di strada, in questa direzione. L’inquisizione ha subito nei secoli una lunga serie di modifiche, passando - senza soluzione di continuità - dal concreto all’astratto, dal materiale all’ideale, dal corpo alla psiche. Per questo, ora mi infastidisce alquanto il fatto stesso che tu mi stia leggendo. Il nostro lavoro si è complicato incredibilmente nel Novecento.
Da Freud in poi, insomma. Si è fatto più subdolo, più sottile, per giunta in concomitanza con la crescente alleanza tra la Chiesa e Stati - laici di facciata ma confessionali di fatto - come l’Italia. Lavoro doppio, tutto sommato, non dovendo occuparci solo più di eretici religiosi ma anche “politici”. Non bastavano le moderne teorie della psicanalisi a renderlo difficile, capisci? Ci si è messa anche la comunanza di intenti di Papi e Presidenti ad affollare incredibilmente di cartacce le nostre già fin troppo ingombre scrivanie. Così abbiamo dovuto tornare tra i banchi, e imparare concetti a dir poco ostici come quello di “rimozione”, di “sublimazione”, “inconscio”, “Es”, “Super Io”. Abbiamo fatto il pieno delle teorie psicologiche più bizzarre, imparando a manipolare dottrine come quella dell’“inconscio collettivo” di Jung o a impratichirci con le dinamiche tipiche dei famosi “messaggi subliminali”. Parallelamente abbiamo dovuto far tesoro della filosofia hegeliana o delle allarmanti allucinazioni di Nietzsche; c’è toccato prender confidenza con la mostruosa Volontà di Schopenhauer o con le riflessioni estetiche sulla sensualità di Kierkegaard; abbiamo analizzato e approfondito con attenzione la tecnica sottile della propaganda di Hitler o dell’intimidazione stalinista. Soprattutto, ci siamo dovuti sparare integralmente 1984 di Orwell. E quello ci ha aperto davvero gli occhi su come sarebbe cambiato, di lì in poi, il nostro lavoro. Oggi teniamo continuamente in considerazione tutti questi preziosi insegnamenti. Oggi sappiamo che il vero censore non deve mai perdere il sostegno e l’approvazione delle masse; oggi siamo consapevoli del fatto che la prima censura debba essere quella che ogni soggetto si auto-impone inconsapevolmente, grazie alle sofisticate tecniche di comunicazione di massa con cui manipoliamo l’inconscio dei nostri popoli. 
Basta roghi, impiccagioni, ghigliottine. La censura va fatta in modo pulito, a cominciare dall’educazione e dalla scuola. Oggi formiamo persone che pensano pochissimo e che, quando capita, lo fanno come vogliamo noi. È molto difficile che ci sfugga qualcuno: la tentazione di farsi accettare dal gruppo, la paura di restare isolati nella grande era della Comunicazione, è troppo forte per tutti. Quando però capita, quando qualcuno “diverge”, deraglia dai rigorosi binari che abbiamo accuratamente preparato al suo inconscio, ricorriamo a nuovi, sofisticati strumenti. Uno di questi è l’ISBN.
Prevenire è meglio che curare, no? Perché mai dover risultare impopolari distruggendo libri? Perché mai rischiare di veder crollare il nostro livello di gradimento, la nostra “audience”? La censura, di questi tempi, l’abbiamo collocata all’inizio. Centinaia e centinaia di nuovi autori rivolgono ogni giorno le loro proposte alle Case editrici, sentendosi rifiutare il proprio manoscritto o, la maggior parte delle volte, non ricevendo nemmeno una misera risposta. Il segreto sta nel Marketing, caro mio; un’invenzione strepitosa che privilegia il successo economico al valore artistico delle opere. Chi esercita la censura per nostro conto, insomma, siede alle scrivanie delle grandi Compagnie editoriali, scartando tutto ciò che “non è in linea”, che non è “in sintonia” coi gusti del pubblico. E i gusti del pubblico, con le nostre televisioni ed i nostri giornali, li creiamo noi! Insomma, l’ISBN è la chiave d’accesso. Se non lo ottieni (e non puoi farlo se non grazie a qualche editore che decida di pubblicarti), puoi pure scordarti di venir letto da qualcuno. Sì, è vero. Ultimamente sta tentando di farsi strada l’auto-pubblicazione. Ma son sciocchezze, bazzeccole. Soldi e tempo buttati via, senza le nostre catene di distribuzione, senza la nostra promozione, senza le nostre televisioni. Così, se proprio qui e proprio adesso stai leggendo queste mie indispettite parole, vuol dire che quel diavolo di un ratto è riuscito di nuovo a farsi pubblicare da qualche pazzo. E questo non va, non va affatto bene. Tanto più relativamente a un libro come questo, che un po’ troppi passi falsi di chi tira i fili del teatrino osa denunciare. Per giunta, non mi sfugge certo la coincidenza tra il 1413, l’anno in cui comincia la clandestinità del protagonista, il 1913, in cui vien pubblicato il libro da cui questo studio prende spunto, e il 2013, in cui il suddetto libro finisce nelle mani dell’autore e in cui egli effettua la sua scomoda ricerca. Troppe coincidenze legate a ‘sto numero 13. Troppe, per non incoraggiar qualcuno a chissà quali mistiche considerazioni.
Certo, abbiamo ancora mille carte da giocargli contro. Zero pubblicità, zero considerazione dei media. Un pizzico (o anche un po’ di più, va’) di discredito... Se proprio non funzionano neanche queste, abbiamo altre armi, più potenti. Potremmo fargli perdere inavvertitamente il suo lavoro di professore, ad esempio. Una società in cui chi perde il lavoro si suicida la dice lunga su quanta importanza rivesta ormai la vita rispetto all’occupazione lavorativa, no? E chi credi che se la sia inventata questa cosa, se non noi? Ci ha dato una mano Hegel, certo... “Il lavoro rende liberi”. Ma bisogna ammettere che abbiamo sviluppato - e soprattutto applicato - piuttosto bene il concetto. Oggi il lavoro è tutto, lo sai bene anche tu. Per giunta converrai con me che lasciar sul lastrico qualche dissidente sia pratica certo meno impopolare, piuttosto che arrostirlo su una catasta di legna.
Riassumendo, non sono per nulla contento che tu ti trovi in mano questo libraccio.
Dal canto mio, posso solo prometterti, però, che farò tutto il possibile affinché di gente come il ratto, e come te, ce ne sia sempre di meno.


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