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La cortina di celluloide. La questione di Trieste nella cinematografia degli anni della guerra fredda

ISBN: 9788874187980

14,00 €

Costellazione Orione 96 | p.115 | ed giugno 2015

È stato detto che il cinema costituisce uno straordinario strumento di riflessione collettiva su un avvenimento o addirittura su un intero periodo storico. Per chi dunque studia la storia, la produzione cinematografica di una determinata epoca può rappresentare una testimonianza privilegiata per addentrarsi nel clima ideologico e culturale di quell'epoca. Con tali finalità, in questo libro si è voluto ripercorrere la produzione filmica, italiana ed estera, ispirata ad una delle maggiori controversie internazionali che scandirono i momenti iniziali della cosiddetta guerra fredda, ossia la questione di Trieste (1945-1954).

In copertina alcuni elementi delle forze militari anglo-americane e iugoslave a Trieste nel maggio del 1945



WALTER ZELE Docente di Filosofia e Storia nei Licei, ha pubblicato alcune ricerche di storia sulla rivista «Studi Veneziani» della Fondazione “Giorgio Cini” di Venezia e sulla rivista «Friuli Venezia Giulia. Scuola e Cultura». Assieme a Carlo Genzo, ha realizzato i volumi Il racconto del Carso e Il racconto delle Dolomiti. Ha collaborato con la sede RAI del Friuli Venezia Giulia in qualità di autore di testi espositivi per i programmi radiofonici.
Con il presente lavoro, per la prima volta ha cercato di coniugare quella che dovrebbe essere la sua conoscenza di storico con quella che è la sua irrefrenabile curiosità di cinefilo.

Introduzione:Trieste nel cinema

A chi vive a Trieste, o è solito recarvisi, sarà capitato da un po’ di tempo in qua di vedere le vie e le piazze cittadine trasformate in un teatro di posa all’aperto per le riprese di qualche film. Negli ultimi anni, infatti, la città è tornata ad ospitare troupe cinematografiche italiane ed estere che hanno tramutato i principali spazi urbani in tanti set animati e variopinti. Dopo essere stata a lungo trascurata dal mondo del cinema, sembra che improvvisamente la città sia stata riscoperta come luogo – ma forse dovremmo dire location – ideale in cui girare un film. Per dare l’idea del fenomeno, se vogliamo limitarci alle produzioni italiane, ricordiamo come tra il 2012 e il 2014 la città abbia visto all’opera quattro registi: Giuseppe Tornatore, che a Trieste aveva diretto nel 2006 La sconosciuta, ed è tornato per girarvi La migliore offerta, Rodolfo Bisatti con Voci nel buio, Gabriele Salvatores per Il ragazzo invisibile, Mimmo Calopresti con Uno per tutti. In un’intervista rilasciata durante i sopralluoghi per girare La sconosciuta, il regista Giuseppe Tornatore dichiarò di essere rimasto affascinato da Trieste soprattutto per la sua magica luminosità. La peculiarità della luce e dei colori di Trieste è un’osservazione che compare sovente non solo nelle dichiarazioni di cineasti come appunto Tornatore, ma anche in quelle di numerosi artisti e scrittori di ogni tempo che, attratti da un’atmosfera ritenuta unica, hanno cercato di catturarla e soffonderla nelle loro opere. Un comune denominatore dei film girati negli anni recenti a Trieste potrebbe essere quello per cui la città viene rappresentata non per i suoi miti culturali e letterari – peraltro l’impressione è che già da tempo si sia alienata dalla sua immagine letteraria – ma come luogo del presente in cui agiscono dei personaggi la cui drammaticità risulta emblematica proprio in quanto si muovono in uno spazio delineato eppure elusivo. In effetti, se consideriamo la posizione in cui sorge, ci verrebbe da dire – con le parole di Daniele Del Giudice tratte dal suo raffinatissimo romanzo d’esordio Lo stadio di Wimbledon – che questa città ci disorienta per «la posizione del sole rispetto all’acqua e il tipo di luce e di colore». Se pensiamo poi a Trieste come ad una realtà di frontiera, ecco che, rubando l’ispirazione ad un regista o ad uno scrittore, saremmo indotti a simboleggiare nell’atto di valicare il confine un rito di passaggio necessario per dare avvio ad un cambiamento. Insomma, pure noi, che non siamo in alcun modo degli artisti, se ci lasciamo avvincere dalla sua atmosfera, finiamo col persuaderci che questa città possa costituire uno scenario ideale in cui raccontare di viaggi che si tramutano in fuga e smarrimento, di abbandoni e di ricongiungimenti, di illusioni e di solitudini dei nostri giorni. A pensarci bene, sono temi avvertibili perlomeno in due dei film da noi precedentemente menzionati tra le produzioni di questi ultimi anni, ovvero La sconosciuta di Giuseppe Tornatore e Voci nel buio di Rodolfo Bisatti. A proposito di confini, all’indomani della dissoluzione di quel confine che per troppo tempo ha gravato alle spalle della città e ne ha inciso la storia dal secondo dopoguerra fino quasi a ieri, ci piacerebbe scoprire come Trieste nel prossimo futuro potrà rivelarsi allo sguardo di un ispirato autore di cinema. Vorremmo sapere quali storie di uomini e di donne si potranno ambientare in una città dolorosamente segnata dalle traversie del Novecento – il secolo dominato dalla lotta fra totalitarismo e democrazia secondo la formulazione di Tzvetan Todorov nel suo Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico – e che, agli albori del XXI secolo, ha iniziato ad emanciparsi dai fantasmi del proprio passato, condizione ineludibile per ambire ad una collocazione non marginale negli scenari ridisegnati dalla nuova Europa unita. Ma lasciamo l’incombenza a chi, diciamo fra mezzo secolo, si troverà a riprendere queste nostre annotazioni. Nell’immediato, poiché nel 2014 ricorrono i sessant’anni dalla firma del Memorandum di Londra con il quale Trieste ritornava all’Italia, restiamo in attesa di nuovi significativi contributi storiografici sulle tormentate vicende del confine orientale nel secondo dopoguerra. Per quanto ci riguarda, con l’intento di apportare un piccolo contributo al dibattito storiografico, la nostra attenzione si è indirizzata alla produzione cinematografica, italiana ed internazionale, appartenente ad un periodo cruciale della storia di quel secolo da cui ci siamo appena congedati, ovvero gli anni della cosiddetta questione di Trieste e della controversia sulla ridefinizione dei confini tra l’Italia e la Iugoslavia con la fine della seconda guerra mondiale. Abbiamo cercato, infatti, di evidenziare in quali forme, con quali finalità e con quali esiti alcune pellicole dell’epoca abbiano rielaborato, attraverso le specifiche componenti del linguaggio cinematografico, gli eventi che fra il 1945 e il 1954 segnarono la storia di questo lembo nordorientale d’Italia. Sul piano squisitamente metodologico, nella nostra ricerca abbiamo adottato quale linea interpretativa quanto l’autorevole storico e teorico del cinema Siegfried Kracauer aveva sostenuto già nel 1947: «Il film non è mai prodotto da un individuo, ma è un’opera collettiva e socialmente influenzata, in cui passato e presente si rincorrono continuamente e in cui si nascondono le tendenze, i modi di pensare, l’immaginario di una società». Nel seguire tale osservazione, nonché quanto teorizzato sull’uso della produzione cinematografica per finalità storiografiche dalla celebre scuola delle «Annales» (con un particolare riferimento ai lavori di Marc Ferro e di Pierre Sorlin), abbiamo dunque deciso di considerare i film dei documenti storici di pregnante importanza per le nostre finalità: addentrarci nella temperie ideologica e culturale dell’epoca in cui questi film furono realizzati, nonché proiettati nelle sale italiane, e in tal modo ripercorrere il problema del nuovo assetto dei confini orientali dell’Italia nel contesto geopolitico del secondo dopoguerra.

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