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Terra oltre mare

Giuseppe Bomboi

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ISBN: 9788874187799

20,00 €

Lettere 266 | p. 600 | ed. maggio 2015

Figlio, fatto forte e maturo,
slanciarsi da solo nel vortice della vita,
fra le rose e le spine,
le gioie e i disinganni,
la bontà nei pochi e la perfidia nei molti.


Così scriveva un carrista dell’Ariete alla fine della campagna del Nordafrica della Seconda Guerra Mondiale: gli italo-tedeschi erano stati sconfitti.
Era il maggio del 1943 e lui era a bordo della nave che lo avrebbe portato in prigionia in America.
Ma aveva un assurdo particolare: era americano. E aveva una missione, che non conosceva ancora, da compiere dall’altra parte dell’oceano in un luogo chiamato Santa Marinella.
Quell’uomo era mio nonno. Questo romanzo è la sua storia. 

Giuseppe Bomboi è nato a Civitavecchia (Roma) nel 1978.
Scrittore, medico specialista in neurologia e dottore di ricerca in neuroscienze, ha pubblicato vari articoli di carattere medico-scientifico ed il libro Vento e Polvere nel 2010.
Un dettaglio: lo chiamano Jay, ma non è uno pseudonimo.

 


In copertina: G. Bomboi. Tobruk 1942

All’ombra del sogno americano


Non so se girò, non era il tipo d’uomo che si perde in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.
Francesco Guccini

Gli occhi guardavano verso l’orizzonte oltre la finestra, cercando invano di vedere il mare troppo lontano. Ancora per poco lontano. Soltanto fino al giorno dopo. Così si volsero prima in alto, verso le nuvole scure, e poi in basso, verso la via innevata sottostante, persa tra i rami gelati degli alberi che, mossi dal vento, arrivavano quasi a contatto con la finestra: laggiù due uccelli neri stavano saltellando su una staccionata coperta di neve.
Quegli occhi, dietro al vetro, continuavano ad osservare la strada bianca su cui, ad un tratto, apparvero, piccole e lontane, alcune sagome indistinte e, dopo un po’, una folla di uomini avvolti in pesanti cappotti neri e di donne con la testa coperta da un velo scuro. Più d’una donna aveva un bambino attaccato al braccio. Avanzavano tutti nella stessa direzione. Il cielo era sempre cupo. Poi, all’improvviso, il sole scese al di sotto delle nuvole e la strada si tinse dei colori del tramonto, proprio mentre iniziavano ad illuminarsi le finestre di alcune case circostanti, come se tutto si opponesse alla necessità che quel bianco dovesse, da un momento all’altro, diventare notte senza lasciare spazio ai colori. I suoi occhi fissarono allora la folla che continuava a camminare con passo affrettato dal freddo. Si dirigevano tutti verso le proprie case: era sicuramente finita la messa alla Saint Francis of Assisi Parish. Tanti volti senza nome. Anzi, non tutti. Ecco Tamás Szabó, il vecchio ungherese, che stava aprendo il portone della sua casa là di fronte. Aveva il solito cappotto marrone e si scaldava le mani con l’alito: era proprio freddo là fuori. Ed ecco passare la famiglia Sweeney con le bambine dai capelli rossi: non si perderebbero una messa neanche a pagarli oro questi irlandesi! E Rosiński, il polacco di Cracovia, con la divisa blu da lavoro anche in quel giorno di festa.
Se la dovevano passare ancora male a casa: forse non avevano neanche mangiato il pranzo domenicale! Ed ora la famiglia Giaconelli: il figlio più grande indossava una giacca verde e si era lasciato crescere la barba, ma era sempre la copia sputata del padre. I Giaconelli erano stati i primi italiani ad arrivare là: in Italia non erano più tornati e non avevano intenzione di farlo… Ed ecco Mrs Krueger, la tedesca, che rincasava là di fronte: lei di certo non tornava dalla chiesa cattolica, ma dalla Immanuel Evangelical Lutheran Church, la chiesa protestante che si trovava non lontano da là.
Gli occhi di Andrea si soffermarono quindi sulle impronte lasciate da tutti quei passi sulla neve finché gli ultimi raggi illuminarono la strada. Allora la sua attenzione fu attirata dal suono dolce e malinconico del flauto traverso di James Maher che abitava nella casa vicina e che, come ogni sera, proprio in quel momento, aveva iniziato a suonare. Era una domenica. Una domenica di fine gennaio del 1916. C’era tanto mondo in quell’angolo di strada. Tante storie.
Tanti viaggi. E passavano là, davanti alla sua finestra. L’America era questo in fondo. Così pensò. E intanto continuava a guardare la strada bianca, anche se le sue palpebre volevano cadere giù. Già, cadere, ma lentamente, come quel sole che ormai stava quasi scomparendo tra gli alberi. Cadere giù. Chiudersi al sonno. Era stanco. D’altra parte la notte precedente non era riuscito a chiudere occhio. Le sue palpebre volevano proprio cadere giù come quella neve che, da qualche minuto, era iniziata a scendere di nuovo: in quel periodo dell’anno il New England era quasi sempre candido. E anche la New Haven County, in Connecticut, nonostante il grigiore delle fabbriche della gomma, brillava adesso, per quegli ultimi istanti, di neve al tramonto. Tutto era avvolto da un manto bianco e soffice come quello di certe capre. Già, proprio come quello di certe capre…
Andrea, nonostante il sonno stesse per vincere la sua battaglia serale, rimase ancora davanti alla finestra finché tutto non divenne quasi buio e avvolto dalla musica del flauto. Voleva imprimere dentro di sé quell’immagine perché non sapeva se l’avrebbe rivista di nuovo. Voleva imprimere dentro di sé l’America del suo presente che ora iniziava e finiva là, fuori dalla finestra della sala da pranzo, al numero civico 105 di Coen Street, nella città di Naugatuck. Da poco era rientrato in casa, dopo essere stato alla Behlman's Tavern in Main Street con Antonio e Domenico per un ultimo brindisi con birra fresca. Già, birra fresca. Cinque anni prima, infatti, Philip Behlman ed il suo socio in affari, Edward Fahey, avevano installato un sistema di refrigerazione della birra, pagando la folle cifra di millesettecentosessanta dollari!
Andrea pensava… pensava ed aveva negli occhi una strana inquietudine… ed il sorriso enigmatico sotto i lunghi baffi: quel sorriso che se ne stava là, beffardo e sprezzante, a sfidare il futuro più incerto. Quel sorriso che tutti i Bomboi portano addosso. Erano passati tanti anni: la Sardegna era lontana... Aveva trentaquattro anni ormai: i capelli erano sempre neri, ma, da alcuni anni, la fronte era divenuta più ampia. Pensava Andrea. Poi si voltò per un attimo verso l’interno della casa. Nella sala il camino era acceso ed una luce traballante ora allungava ed ora accorciava le ombre della sedia di legno, delle gambe del tavolo e del vaso di vetro dietro di lui. Si voltò di nuovo e rapidamente verso la finestra. Si toccò i baffi col pollice e l’indice per tre volte, lasciando scivolare infine il palmo sul mento. Nevicava e lui rimase così a fissare il cielo ormai sempre più scuro dalla finestra della casa di legno. Perché, nonostante i suoi occhi lo volessero portare tra le lenzuola, quella sera si sentiva troppo teso per andare a letto. D’altra parte il pensiero di quello che lo avrebbe atteso l’indomani mattina lo rendeva inquieto. Così iniziò a pensare al suo passato, sognando il mare che, dopo tanto tempo, il giorno dopo, avrebbe finalmente rivisto.
Pensava…

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