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Son cose che càpitano

Francesco Trippodo

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ISBN: 9788874188819

12,00 €

Lettere 259 ! p.188 | ed. aprile 2015

Questo libro nasce dalla volontà di raccogliere alcuni aneddoti accaduti durante lo svolgimento dei tanti turni di servizio e che nel tempo ho raccontato ad amici e parenti. Narra di fatti realmente accaduti e da me vissuti in prima persona. Ovviamente si tratta solo di episodi raccontabili, capaci di stuzzicare un sorriso e, magari, di stimolare delle riflessioni su come sia cambiata la Polizia ma anche di come siamo cambiati e di come sia cambiata la stessa società nel giro di soli tre decenni. Per garantire l’anonimato ai soggetti protagonisti, assieme a me, dei fatti narrati, sono stati cambiati tutti i loro nomi, e per rendere meno volgari certe espressioni “da camerata” tipiche in un contesto fatto di uomini e caserme, si è talvolta reso necessario qualche adattamento senza, però, alterare la realtà dei fatti.

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Sono nato a Palermo 53 anni fa e quando ne avevo appena 18 mi arruolai nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, oggi Polizia di Stato; cominciai come Allievo-Guardia e adesso sono un Sostituto Commissario ed esperto di Informatica. Ho svolto il mio servizio per oltre 10 anni a Roma, per poi fare  ritorno a Palermo giusto in tempo per le stragi del ’92. Amo la musica e suono diversi strumenti. Mi piace leggere ma soprattutto scrivere bene, qualunque cosa, sia essa un atto di Polizia che un ordinario sms.

Prefazione di Roberto Scarpinato
Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Palermo

Con questo volume Francesco Trippodo offre al lettore un compendio di aneddoti vissuti nel corso della sua esperienza professionale nella Polizia di Stato nei cui ranghi fece ingresso agli inizi degli anni ’80. Grazie ad una piena padronanza della tecnica narrativa, l’autore intreccia i fili del proprio vissuto personale con quelli della vicenda collettiva, tessendoli in un’unica trama che avvince il lettore per la sapiente miscela di piacevole intrattenimento e di stimolanti spunti di riflessione. L’inestricabile intreccio tra dimensione privata e pubblica è declinato sin dall’incipit con il quale l’autore rivela le motivazioni che lo spinsero ad arruolarsi: “Il mio nome è Francesco […] uno qualunque dei tanti che per cercare fortuna altrove, hanno lasciato la propria terra e i propri affetti per approdare in qualcuna delle nostre fabbriche del Nord oppure della Germania piuttosto che della Svizzera. O di quei tanti che partiti per il servizio di leva finirono per rimanervi, divenendo effettivi dell’esercito o dei carabinieri”. Questo immediato dichiararsi come figlio del popolo – “...mio padre fornaio, umile e instancabile lavoratore...” – non è informazione biografica neutra, ma implicita e portante chiave di lettura globale della storia che l’autore ha vissuto e dalla quale è stato vissuto. Quale era infatti il destino di tanti figli del popolo nell’immobile palude del sistema politico-mafioso ancora egemone nella Palermo degli anni ’70/’80? Un destino per molti versi già scritto e con poche varianti: o la condanna a restare nuddru ammiscatu cu nenti, cioè nessuno mescolato con niente, detto popolare che sintetizza un destino di totale anonimato sociale, di irrilevanza esistenziale, o tentare la scalata dei gradini della piramide sociale infeudandosi a qualche padrino politico o mafioso, o, ancora, andare via per cercare fortuna altrove. Per sfuggire a una storia che sembrava già scritta, per non lasciarsi vivere, Trippodo si arruola nella Polizia di Stato: “…dovevo assolutamente farlo per non soccombere in una città che nulla aveva da offrire ai giovani, ieri come oggi. Stavo giocandomi la carta per il mio futuro...”. Il figlio del popolo diviene così “allievo sbirro”, come l’autore definisce il suo improvviso e radicale cambiamento di status. Ancora in quegli anni la parola “sbirro”, definizione dialettale spregiativa degli esponenti delle Forze di Polizia, aveva pieno corso non solo negli ambienti malavitosi, ma anche in larghe fasce degli strati popolari segnati da una plurisecolare esperienza negativa nel rapporto con i tutori dell’ordine costituito, vissuti non come garanti di una legge uguale per tutti a difesa dei diritti di cittadinanza, ma piuttosto come braccio armato di un padronato agrario e classista che manteneva in vita un sistema sociale di sfruttamento imperniato sulla pietra angolare del rapporto servo-padrone. Erano vive nella memoria popolare le cariche armate, talora con morti e feriti, contro i braccianti che occupavano le terre, gli scioperanti che rivendicavano salari migliori, i minatori che protestavano per le morti dei loro compagni a causa della mancanza di misure di sicurezza in miniera. Trippodo appartiene alla generazione di figli del popolo che entrano nelle Forze di Polizia in una fase storica travagliata ma feconda della nostra democrazia nella quale i nuovi valori di legalità e di giustizia sociale proclamati, dopo il crollo della dittatura fascista, nella Costituzione del 1948, si inverano progressivamente nel tessuto istituzionale e sociale divenendo il fecondo lievito di una straordinaria crescita culturale e democratica che attraversa tutti i corpi dello Stato, e tra essi la magistratura e le Forze di Polizia che portano a compimento un vero mutamento del proprio DNA culturale, cambiando così di segno la percezione popolare del proprio ruolo sociale. Tra i primi a cogliere i segni di questo straordinario mutamento fu Pier Paolo Pasolini, disorganico e anticonformista intellettuale di sinistra, il quale in occasione della c.d. battaglia di Valle Giulia, uno scontro di piazza che il 1° marzo 1968 vide contrapporsi all’Università di Roma manifestanti universitari e polizia nell’ambito delle manifestazioni legate al movimento sessantottino, non esitò a criticare le violenze degli studenti e le loro manifestazioni di disprezzo contro i poliziotti definiti appunto come “sbirri”, lasciando alla nostra memoria versi che per la loro forza espressiva e contenutistica vanno ricordati:

Voto 
Francesco T
19/01/2016

Vincitore del premio "Ninni Cassarà"

Il 10 dicembre 2015, presso il Teatro "Aiello" di Carini (PA), il libro è stato premiato al XVI Premio Ninni Cassarà, il Vice Questore della Polizia di Stato ucciso per mano mafiosa in un vile agguato il 6 agosto 1985 a Palermo. Il premio è stato indetto dallo stesso comune e tra la giuria, oltre a presidi, attori, scrittori e poeti, vi era anche la sorella di Ninni Cassarà.

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