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Il grande cacciatore

Maria Bartocci

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ISBN: 9788874188840

12,00 €

Lettere 261 | p.97 | ed. marzo 2015

Un gatto è un essere libero e cocciuto, sa quello che vuole e lo fa; se per lui è molto importante, lo farà per tutta la vita; potrai sbraitare, arrabbiarti quanto vorrai, ma lui continuerà a farlo e se ti ascolterà è perché avrà deciso che forse vale la pena di venirti incontro. Ti farà un favore.
Questa è la storia di Maxi, un gatto guerriero, emotivo, tirannico, egoista, commediante nato, dolce e solenne…un gatto.

…il gatto
soltanto il gatto
apparve completo
e orgoglioso
nacque completamente rifinito
cammina solo
e sa quello che vuole.

da : ODE AL GATTO di PABLO NERUDA

Nata a Milano, si è diplomata al Liceo Artistico e ha svolto tre anni di Facoltà di Architettura. Successivamente ha frequentato corsi di grafica, fotografia e decorazione. La sua attività si è sviluppata nel settore pubblicitario, come Art director, alla Young & Rubicam e alla Fabbri Editori. La sua professione si è estesa poi a diverse collaborazioni come libera professionista,come illustratrice di libri per ragazzi e decoratrice d’interni con la realizzazione di trompe l’oeil, inoltre si è cimentata con successo nella ritrattistica di animali,ricavandosi così un settore di nicchia specializzato. Negli anni recenti la sua ricerca artistica si è orientata verso il linguaggio della fotografia.
www.stioidee.it
bartocci@sitoidee.it

Volevo un cucciolo piccolo, tenero, dolce. Avevo già una coniglietta di nome Kika, due acquari con pesci tropicali, tredici uccellini nati da una coppia di padda molto prolifica, ma erano tutti grandi e io volevo un cucciolo. Volevo un cane, uno qualsiasi, anche abbandonato. Angelo, mio marito, non era d’accordo e io obbedivo a malincuore. Sapevo di non poterlo comprare senza il suo consenso, ma se lo avessi trovato, piccolo e indifeso, ero sicura che non mi avrebbe detto di no. Il vero problema era Kika, la mia coniglietta, forse non avrebbe gradito un intruso. Cane e coniglio non vanno molto d’accordo e Kika era particolarmente scontrosa. Malgrado tutti questi ostacoli, cercavo cagnolini, ma non ne avevo mai visto uno. Quel giorno decisi di andare in un parco dove i cani corrono in libertà in un’area a loro dedicata; c’erano cani di tutti i tipi, ma con tanto di padrone e molto soddisfatti; incontrai una signora con una bella cagnolona e quattro cuccioli; mi fermai, parlammo, tutta la famiglia, felicissima, non intendeva dividersi. Ero molto triste. Un angolo del parco era dedicato a un rifugio per gatti senza famiglia. Andavo spesso lì; mi piacciono gli animali e mi piace osservarli; non capisco come le persone possano abbandonare delle creature così indifese, non capisco come possano considerare degli esseri belli e intelligenti alla stregua di cose da buttar via; non capisco gli uomini, buttano di tutto, dalla lavatrice ai bambini, non hanno rispetto per nulla. Insomma ero lì, e guardavo quei bei gattoni sdraiati al sole. Non avevo mai avuto gatti; il mio zoo familiare aveva ospitato nel corso della vita cani, conigli, pappagallini, pesci, padda, canarini, criceti, tartarughe. Blacky, il mio primo cane, era entrato nella nostra casa quando avevo cinque anni; aveva travolto persone e cose; non era un cane, era un guastatore di professione. Così piccolo riuscì a distruggere quasi tutti i mobili, mangiò i detersivi e rosicchiò con gran gusto un mio triciclo di legno. Blacky era inarrestabile, ma tanto simpatico. Mi ricordo che in montagna faceva corse pazze nei prati scomparendo nell’erba; ogni tanto spuntavano dei peli neri e degli occhietti furbi che subito si rituffavano in quel mare di delizie. Blacky visse poco; si ammalò di cimurro a nove mesi e morì. Lasciò un grande vuoto e per anni non prendemmo nessun altro cane. Scout mi fu regalata al mio diciottesimo compleanno, anche lei una barboncina come Blacky, ma color castagna. L’avevo scelta perché dimostrava un certo carattere: dava zampate sulla testa di un suo fratello troppo sottomesso per reagire. Mi piacciono gli animali con personalità; non sopporto i cani da salotto profumati e agghindati; ognuno deve comportarsi secondo la sua natura: il cane fa il cane, il coniglio fa il coniglio, il gatto fa il gatto, l’uomo fa l’uomo. Scout si chiamò così perché avevo letto “Il buio oltre la siepe” dove la protagonista era soprannominata Scout, e mai nessun nome fu più azzeccato. Era una cagnolina esploratrice, le piaceva andare a visitare gli appartamenti e i bar, aveva una curiosità vivissima e un’intelligenza acuta. Visse con noi per quindici anni, fu un membro importante della famiglia, ci amò e noi l’amammo con tutto il cuore. Fece pochissimi disastri, fu un’amica fidata e una compagna di giochi e di allegria. Studiavamo insieme; sdraiate sul letto, Scout mi aiutava a girare le pagine dei libri leccandole con molto impegno. Condividevamo panini al prosciutto e gioia di vivere. Come tutti i cani dormiva con me, distesa lungo il mio corpo, un’abitudine che aveva preso a S.Maria Maggiore, un paesino di montagna nella Val Vigezzo. Aveva allora cinque mesi appena, la casa era fredda, non poteva dormire sola in quelle stanze umide. Stavamo vicine; al mattino mi svegliava con una leccatina sul naso e un soffocato bau. Diventò la mascotte del paese. Avevo imparato a cavalcare e Scout mi seguiva al maneggio, per nulla impressionata da quei grandi cavalli che guardavano quell’esserino con sufficienza. Come tutti i proprietari di animali, da allora programmammo le ferie in luoghi dove potesse venire anche lei, spesso in montagna, a Bormio o in Liguria, non troppo lontano da Milano, Scout soffriva il mal d’auto. I viaggi erano un vero incubo, ma quando arrivavamo a destinazione la mia indomita esploratrice dimenticava tutte le traversie e si buttava estasiata alla scoperta delle nuove case. Non era un cane, ma un agente immobiliare. Diventammo grandi insieme, passammo le bufere che la vita spesso manda. Non ci lasciammo mai. Se io ero la sua amica del cuore, mia madre era la procacciatrice di cibo e mio padre il capobranco; a lui andava rispetto e sottomissione. Non sono mai riuscita però a fare di lei una brava compagna di passeggiate, tirava… e sì, devo ammetterlo, era lei che portava a spasso noi, o meglio portava a spasso mia mamma e me; con mio padre non si permetteva. Ora so che questo comportamento è dovuto alla convinzione di essere più in alto nella scala sociale del branco; prima veniva mio padre, poi lei...e, in coda, io. Negli ultimi tempi della sua vita, a causa di un tumore, non riusciva più ad alzarsi dalla cuccia, ma, quando tornava mio padre la sera, con grande sforzo andava alla porta per salutarlo. Quale essere umano lo farebbe? Su consiglio del veterinario dovetti abbatterla, un arbitrio che noi umani ci arroghiamo col pretesto di non fare soffrire gli animali, ma sarà così o Scout avrebbe preferito andare a salutare ancora per un po’ il suo padrone? Dopo di lei non presi più un cane, mi sembrava di farle un torto, comprai uccellini, pesci e coniglietti, Kizzy e Kika, ma cani non ne volli più. Era passato tanto tempo, volevo l’amore che sa dare un cane; mi piacevano anche i gatti, ma non li conoscevo, pensavo che fossero poco domestici. Poi lo vidi in quel rifugio. Era piccolo, grigio, cercava in tutti i modi di entrare nel recinto, ma gli altri gatti sembravano non gradire la sua presenza.

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