DA FINSBURY A DANTE non un santo, non un eroe, un uomo Vedi a schermo intero

DA FINSBURY A DANTE non un santo, non un eroe, un uomo

Domenico Astuti

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ISBN: 9788874188314

14,00 €

Lettere 267 | p.230 | ed. marzo 2015

Una Londra abitata da squatters, avventurieri, musicisti jazz,viaggiatori e ribelli. E’ qui che vive Marco Filangieri, è da qui che parte una volta ancora nella vita, senza una mèta. Con un presente da inventare, incurante dell’età e delle possibilità. Vaga per Parigi, attraversa la Francia, giunge in Italia. Torna nella sua città, Napoli, per riallacciare una volta per tutte i fili con il suo passato e per conciliarsi con la figura del padre. In un muoversi così sospeso che sembra viaggiare tra le note di uno spartito di Charles Mingus.
In questo romanzo si celebrano personaggi che non appartengono a nessuna moda letteraria, che guardano il mondo senza alcuna regola prestabilita. Sempre ai margini per scelta, con nessuno briciolo di eroismo o di santità, antieroi mai domi né sconfitti dalla vita.

 

Astuti

Domenico Astuti nasce a Napoli, dove si laurea in Filosofia. Ha abitato a Parigi, Londra, Città del Messico, San Pedro Atitlan. Ha viaggiato per circa cento Paesi, vivendo per due anni in America Latina e per uno in India e Indocina. Ha seguito corsi di regia e di montaggio al Centro di cinema UNAM - Città del Messico, stage di regia (con J. M. Straub e D. Huillet, Istvan Szabo e Nanny Loy, di sceneggiatura con Giorgio Arlorio, Leo Benvenuti, Suso Cecchi D’Amico,Tonino Guerra, Ugo Pirro, Stefano Rulli, di produzione con Clemente Fracassi.
Ha frequentato l’Università di giornalismo di Roma-Camerino. Per due anni borsista nel laboratorio teatrale diretto da Eduardo De Filippo. Per due anni alla Scuola di Cinema di Bassano diretta da Olmi e Brenta.  Ha seguito lezioni di teatro con Barba e Fo. 
Ha scritto sceneggiature per il cinema e per la televisione. Ha collaborato a documentari in America Centrale, ha diretto film, ha realizzato numeri-zero per la Televisione e per la Radio. Ha collaborato per vari giornali e vari blog,  Ha pubblicato la raccolta di poesie Scie Interiori, i racconti Pulque e il romanzo Grand' Hotel des Bains.
P
er otto anni nel Consiglio d’Amministrazione C.C.D. con cui ha prodotto lavori per Rai3, il film Allullo Drom e corsi di sceneggiatura e regia.  Ha ricevuto vari premi per soggetti, sceneggiature e regia. Per tre volte finalista al Premio Solinas. Oggi vive a Roma, dirige il blog trafficodiparole.com, insegna, collabora con altri blog di cinema e narrativa. E viaggia.

L'intervista mi è stata fatta da una free lance francese che vive in Guatemala: Christine Mattèra.

A quasi due anni di distanza dal romanzo Grand’Hotel Des Bains, esce in queste settimane Da Finsbury a Dante.  Seconda parte di una possibile trilogia che l’autore definisce riflessione sull’inquietudine.  Ritornano le tematiche care allo scrittore, l’uomo in fuga,  vite sbandate posizionate ai margini e non riconciliate, forse stanche di vivere contro, con il bisogno di riconciliazione con il passato, con i sentimenti, con la rabbia profonda. In questo nuovo romanzo il protagonista si chiama Marco, è un musicista jazz, vive a Londra ma è pronto all’ennesima fuga, ad abbandonare una donna, degli amici, un luogo. E’ un sognatore sbandato, individualista e anarcoide, che si iscrive in quel prototipo di tutti i sognatori sbandati che hanno popolato la letteratura e il cinema in passato.  Ritornano i temi amati dall’autore, il vivere in fuga, l’odio del domicilio, della non appartenenza, della vita sulla strada, il tutto contrapposto allo sfacelo che sembra la normalità, a famiglie allo sbando, ad una società che ha accettato la sconfitta e la decadenza.  Ma questa volta in un contesto narrativo che spesso sfiora il grottesco, il banale e il tragico.  Nella storia si ritrovano i dischi di una generazione jazz, le letture contigue allo stesso autore, le citazioni che sono parte dell’animo del romanzo, il tutto narrato con una scrittura leggera ed elegante, con un tono vitale e lontano dalla narrativa corrente e dai modelli di consumo abituali.  A volte l’autore va per flussi mentali ed altre per descrizioni dettagliate.  Prova a coniugare alto e basso, semplice e complesso, superficiale e profondo, come in fondo è la vita di tutti.

Ha voglia di presentarsi ?  Ci racconta chi è Domenico Astuti ?
E’ una domanda che rischia una risposta generica e banale.  Sono nato a Napoli  e mi sono laureato in Filosofia, ho amato da sempre viaggiare ed è diventato quasi un bisogno fisiologico partire.  Ho abitato in America latina per oltre due anni, sono stato una decina di volte in India e per un periodo ho pensato di andarci a vivere.  Ho visitato il sud est asiatico, la Cina e il Giappone...  Ma ho vissuto anche molti anni lavorando come free lance, sceneggiatore e regista in Italia.  Adesso trascorro il tempo in modo molto riservato, insegno, leggo, dirigo un blog culturale e scrivo. 

Chi immagina siano i suoi lettori ?

Non ne ho idea.  Al contrario immagino che le mie storie non interessino le persone che cercano romanzi rassicuranti o che inseguono le mode o i soliti drammi familiari borghesi. 

Dopo il libro di racconti Pulque, due anni fa ha pubblicato Grand’Hotel Des Bains.  Come è stata la preparazione?

E’ stato scritto di getto, tre mesi la prima stesura. Quasi una febbre alta, non facevo altro, mi svegliavo alle cinque del mattino e iniziavo a scrivere. Anche se mi facevo una doccia o mangiavo non facevo che pensare alla stesura, prendevo appunti anche appena uscito di casa.  314 pagine scritte come in un delirio, qualcuno direbbe in una full immersion.  Poi per un anno l’ho riscritto almeno altre cinque volte.   Ma l’idea iniziale è rimasta incubata in testa per almeno quattro anni, non mi decidevo a rimettermi a scrivere, poi una sciatica presa a McLaudganj mi ha tenuto quasi immobilizzato per una settimana ed ho iniziato così.

Ha debiti narrativi?  Quali sono gli autori che l’hanno aiutata a scrivere?
Uno, nessuno e centomila.  Probabilmente la letteratura Mitteleuropea, in particolare Joseph Roth, Robert Musil ma anche Doblin.  In Grand’Hotel Des Bains il gruppo dei terroristi ha avuto qualche ispirazione dai personaggi di un grandissimo scrittore francese di romanzi polizieschi Léo Malet.  E poi c’è il magnifico Cèline, ma di lui sono solo un lettore continuo.  Vede ?  Uno, nessuno e centomila.

Li legge i romanzi che raggiungono i Premi Letterari o che sono in classifica?

Sono un lettore selettivo e distratto.  Qualche volta mi capita un libro da premio tra le mani ma dopo un paio di pagine mi arrendo.   Mi annoiano subito e qualche volta mi irritano come sono scritti.

I libri più riletti?
Fuga senza Fine, Guignol’s Band, L’uomo senza qualità…

I contemporanei, niente ?
Certo, quasi tutti i libri pubblicati da Neri Pozza, da Irvin Yalom a David Roberts.

Una domanda forse spiacevole: come mai come autore è poco letto?
Diciamo che sono sconosciuto ai più.  


Perché?
Credo per la mia totale estraneità al milieu letterario italiano. Sono lontano dalle mode e dal romanzo attuale che va per la maggiore, così come da ogni altra corrente. 

Perché? 
Perché sono un po’ come i personaggi dei miei romanzi, individualista, anarcoide, sincero, ribelle e poco salottiero.


Come mai la scelta del titolo Da Finsbury a Dante.
Cercavo un titolo semplice ma anche che poteva spiazzare il lettore.  Forse anche ironico, per rendere il racconto meno drammatico di quello che può sembrare. Termina nel modo meno poetico e più banale possibile.  Il protagonista vuole mangiare uno sciu e poi andare in Piazza Dante a Napoli. Mentre all’inizio vive nel quartiere di Finsbury park a Londra

 

Ci parli del nuovo romanzo.

Sono molto legato a questo romanzo perché ha avuto una gestazione durata anni.  Mi sembra come un fratello che è cresciuto assieme. Abbiamo trascorso molto tempo uniti, a Londra, a Parigi, a Napoli e un po’ in giro dappertutto.  L’ho curato, coccolato, tenuto compagnia.  Sono legato anche perché ha ricevuto una trentina di rifiuti nel tempo, stavo quasi per desistere quando…  Ho difficoltà nel presentarlo, come voler parlare di un figlio.  Cito a memoria il quarto di copertina: Una Londra abitata da squatters, avventurieri, musicisti jazz, viaggiatori e ribelli.  Qui vive Marco Filangieri, è da qui che parte, dopo qualche giorno di febbre esistenziale, una volta ancora, senza una mèta.  Incurante dell’età e della destinazione.  Giunge e vaga per Parigi, attraversa la Francia, giunge in Italia.  Prima al Nord, poi ritorna a Napoli.  Per riallacciare una volta per tutte i fili con il suo passato e per conciliarsi con la figura del padre.  Mi piacerebbe che si leggesse sapendo che molti di noi potrebbero essere questo tipo di persona, inquieto, con il bisogno sempre di novità, forte anche da solo e senza gli altri.  E chi vive come Marco Filangieri non si faccia fregare dall’età e dagli opportunismi.   Nessuno sconto e nessuna scorciatoia nel vivere.

Perché un lettore dovrebbe leggere questo suo romanzo ? Per leggere qualcosa che non è inutile cicaleggio ?  Prevedibile o scolastico.  Perché viene descritto un mondo e un uomo fuori dagli standard. Non lo so, è come voler chiedere perché si è fatto un tale sogno.

Vuole aggiungere qualcosa ?
E cosa ?

La chiudiamo qui?
Andiamo a bere un caffè ?

 

Premessa


In queste pagine viene raccontata la vita di Marco Filangieri, musicista jazz quarantenne. Conosciuto da molti, amico di pochi, compagno di avventure e di idee più di luoghi che dei suoi simili; anarchico, scorbutico e per questo un uomo autentico.
Per parecchio tempo alcuni dei suoi amici hanno provato a comprendere il suo modo di vivere, il suo nomadismo e i suoi errori. Hanno spesso frainteso, come se fosse uno specchio deformante delle vite altrui. Vi hanno rinunciato, accettandolo o meno, per come è; io invece ho insistito e sono giunto a conclusioni plausibili che però si sono sbriciolate dopo qualche notizia giunta da lontano. Una mattina, abbracciando mio padre e sentendone tutta la fragilità dell’età, mi è venuto in mente una conclusione plausibile che poi è solo l’inizio e non la conclusione. Marco ha lottato tutta la vita con il padre: quello reale, ma anche quello immaginario e simbolico... Ma la comprensione – come ha scritto qualcuno – non ha nulla a che fare con la vita.
Non ho immaginato né aggiunto molto a quello che so. In
fondo ciò che è necessario oggi è osservare, ascoltare, più che
inventare.

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