Il giorno in cui Antonia Pozzi morì e altri racconti Vedi a schermo intero

Il giorno in cui Antonia Pozzi morì e altri racconti

Rino Gualtieri

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ISBN: 9788874188789

12,00 €

Lettere 256 | p.133 | ed. febbraio 2015

Protagoniste dei racconti sono sogni e fantasmi di donne dall’ambivalente natura, che talvolta ritornano a tormentare gli uomini che hanno amato. Esse sono figure inquietanti, che percorrono giardini e città privilegiando i crepuscoli e vivono nei luoghi limite, in un tempo che si dilata e restringe nello spazio della follia e della morte.

Rino Gualtieri è docente di filosofia e scrittore, ha condotto rubriche radiofoniche di carattere storico e letterario

Non avrei saputo dire da quanto tempo durasse quel dormiveglia, ma non avevo la forza d’alzarmi. Dalla finestra, che ogni notte tenevo socchiusa, entrava un’aria fredda che non mi dava alcun fastidio, coperto com’ero dalla trapunta; al contrario, era piacevole respirarla e prolungare quello stato di torpore nel quale da qualche ora ero caduto. Infine, mi alzai e vestii in modo meccanico; all’improvviso ebbi fretta di uscire, ma non sapevo per quale scopo. Quando fui nella strada mi sentii profondamente turbato; ero preda di una curiosa forma di straniamento; infatti, percepivo i miei movimenti come se fossero compiuti da un altro; avevo inoltre, la “sgradevole” sensazione, che il tempo passasse più lentamente, rispetto a come usualmente avvertivo questa dimensione. Captavo una distanza fra me e la realtà, ma soprattutto, avevo l’inequivocabile certezza di non essere padrone della mia volontà. Cominciai a vagare con la bicicletta lungo un viale della città, vicino al quartiere nel quale vivevo. Mentre lo percorrevo, colsi con lo sguardo, sulla sinistra, delle villette basse non più alte di un piano, la cui architettura, almeno così mi sembrava, era d’epoca. Poi mi infilai in una via che mi avrebbe condotto nel centro della città, peraltro non lontano dal quartiere nel quale vivevo. Intuì che stavo percorrendo via Mascheroni, impossibile sbagliarsi; ma nel sogno era diversa rispetto alla realtà, perché ai lati c’erano dei giardini incolti e rare erano le abitazioni; mentre l’attuale via Mascheroni ha case d’epoca molto eleganti, sorte all’inizio del Novecento e non è disseminata di prati, per giunta trascurati. Non sentivo alcun suono e non incrociai automobili, ma non mi pareva strano; procedetti piuttosto lentamente, perché amavo volgere lo sguardo all’interno dei portoni, che immettevano in graziosi cortiletti, quasi tutti ricoperti da un acciottolato che sembrava bianchissimo, incontaminato. Mentre percorrevo quella via, ebbi la sensazione di vivere un’esperienza già precedentemente provata, in un’età adolescenziale o forse ancor prima, quand’ero un bambino. Ero colto da un sentimento di struggente nostalgia, ma non avrei saputo dire quale fosse la causa; era come se fossi stato sul punto di afferrare qualcosa di decisivo, di essenziale, ma mi sfuggiva il nesso che collegava quella via alla mia infanzia. Quando fui a metà della strada, mi fermai davanti a un bel palazzo, costruito in uno stile pretenzioso ed eclettico, secondo gli stilemi del primo ‘900. Di fronte ad esso sorgeva una caserma dalla quale uscivano ed entravano militari. La maggior parte dei soldati, appena nella strada, si accendeva una sigaretta. Non sapevo perché mi fossi fermato in quel punto, ma avevo la netta percezione che qualcosa sarebbe accaduto da un momento all’altro. Scorsi sulla parete destra del corridoio, che immetteva ad una breve scala, un mosaico che riproduceva delle figure muliebri. Un bell’edificio indubbiamente, forse ridondante per l’eccesso di fregi, di ottoni e per la fattura dei cornicioni delle finestre, che davano a quel palazzo un che di lugubre.

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