Le strade raccontano. Roma 1943-1944 Vedi a schermo intero

Le strade raccontano. Roma 1943-1944

Claudio Beghelli

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ISBN: 978 88 7418 883 3

12,00 €

Libri fuori collana | p.116 | ed. novembre 2014

«Può darsi che oggi i tempi siano maturi per riprendere le fila di quel racconto pieno di coraggio, di idealità, di sacrificio eroico, di fede nel futuro: la Resistenza. Il testo di Claudio Beghelli ci dice che una nuova generazione si sta facendo avanti e ci prova: nel suo caso con linguaggio piano, mai retorico anche se commosso, e con una visione che potremmo definire “panoramica”: la Resistenza qui non appare come un movimento “di parte” ma come un fenomeno veramente patriottico, di respiro risorgimentale.» -dalla prefazione di Vittorio Franceschi (attore, drammaturgo, poeta)-

Claudio Beghelli è nato a Bologna nel 1982. Parallelamente agli studi in filosofia, coltiva, da qualche anno, un multiforme lavoro culturale. Dal 2004 al 2011 ha collaborato con il Prof. Celli anche in qualità di segretario e addetto stampa e organizzatore culturale. Interessato al teatro di narrazione, nel 2005 crea la compagnia Teatro delle Ceneri (ora ribattezzata in Compagnia Cincopan-Beghelli), ed è co-regista e interprete di numerosi spettacoli. Tra le sue pubblicazioni: i contributi critici al volume di Giorgio Celli “La zattera di Vesalio e altri drammi” (Tre Lune, 2007); il dramma psicoanalitico “Il caso dell’uomo dei lupi” (Prospettivaeditrice, 2010). Nel 2013 dà alle stampe il volume “L’animale che immagina - Frammenti di un’autobiografia intellettuale” (Prospettivaeditrice), che contiene alcune conversazioni, sinora inedite, avvenute tra l’Autore e Giorgio Celli, di cui si è conservata registrazione per volere del Professore stesso. Sempre nel 2013, cura il saggio “Le parole con il loro dolore. Il poeta è un artigiano. Appunti sulla scrittura poetica” di Vittorio Franceschi, apparso come prefazione alla libro di versi dello stesso Franceschi “Tre ballate da cantare ubriachi e altre canzoni” (Pendragon, 2013). Nel 2014 scrive con Matteo Cincopan “Il Centenario” (Prospettivaeditrice). Altri suoi lavori (soggetti, recensioni, racconti) sono comparsi su diverse riviste.

Prefazione di Vittorio Franceschi

A differenza della letteratura e del cinema, il teatro non s’è occupato granché della Resistenza italiana al nazifascismo. Letture di documenti e di lettere di condannati a morte in occasione di qualche manifestazione per il 25 aprile, questo sì. Ma poco altro, dal 1945 a oggi. Se qualcosa dimentico, chiedo scusa. Ma non si tratterà, credo, di una svista clamorosa. Una vera drammaturgia sul tema non esiste e se esiste è rimasta nei cassetti di qualche autore mai rappresentato e forse mai nemmeno letto. Ma una spiegazione c’è. In primo luogo, quei fatti erano – e sono ancora – molto vicini e l’argomento avrebbe portato quasi inevitabilmente a un approccio di tipo realistico: tanto sangue, tanto coraggio e tanto dolore, invece, andrebbero raccontati con un linguaggio metaforico e poetico, come il teatro principalmente richiede. Ma Shakespeare è nostro contemporaneo fino a un certo punto. Probabilmente, di poeti capaci di farlo, in giro allora non ce n’erano (e ancor meno se ne troverebbero oggi). Comunque sia, chi c’era e aveva buona penna ha preferito lavorare nel cinema, arte ritenuta “innovativa” al contrario del teatro considerato da tanti, stoltamente, “vecchio”. Inoltre, la Resistenza non è mai diventata veramente patrimonio spirituale e culturale di un’intera nazione. Ancora oggi se ne discute da posizioni non conciliate, e chissà quando si potrà leggere finalmente quell’epopea tragica da una posizione universalmente condivisa. Forse bisognerà attendere la scomparsa di due generazioni di nonni e bisnonni, in questo Paese che non sa stare senza faide, e che ancora ha pagato e paga, attraverso il fenomeno del terrorismo, un altissimo prezzo di sangue e di sempre rinnovata divisione. Infatti la destra e la sinistra, in Italia, sono “mondi” e non soltanto schieramenti politici. Tutto ciò viene da molto lontano, ma per non risalire fino a Caino e Abele, conviene ritornare semplicemente là, dentro quel triste e controverso fenomeno che ancora circola nel nostro sangue come un virus e che in certi momenti, all’improvviso, ci fa ancora sobbalzare con tutte le implicazioni politiche, religiose ed economiche che sappiamo: il fascismo. Credo che questo lascito plumbeo e rancoroso difficilmente possa essere capito da osservatori di Paesi con storie e culture diverse dalla nostra. Anche il teatro politico e di denuncia, che pure dal ’68 e per una decina di anni ha avuto un certo peso e una storia non banale – sarebbe il caso di cominciare a raccontarla – ha preferito esprimersi su tematiche diciamo post-belliche – ma solo apparentemente tali – dando per scontato che essendo irrimediabilmente la destra filofascista e la sinistra filocomunista non servisse discutere e confrontarsi ma, semmai, combattersi con virulenta reciprocità. In un certo senso, per il teatro militante di sinistra era più semplice parlare del Vietnam e degli USA, di Praga e dell’Unione Sovietica, di Mao e di Ernesto “Che” Guevara, in nome di una fede nel cambiamento “in senso socialista” di una società (quella italiana delle sezioni del PCI e delle parrocchie) che invece non ne voleva sapere di cambiare e badava piuttosto al calcio e a Mike Bongiorno. In quanto al teatro di destra, credo semplicemente che non sia mai esistito, nemmeno come formulazione. La destra, con la sua maggioranza silenziosa e il suo potere reale, non ne aveva bisogno. A dire il vero non ne aveva bisogno nemmeno il PCI, che anzi lo subiva come un fastidio nella prospettiva laboriosa e piena di ostacoli di un “compromesso storico” da costruire con la controparte. In questo quadro, anche la Resistenza – che ci costringe a parlare di valori e di etica – andava citata con cautela, una bandiera o poco più, da sventolare alle feste comandate ma senza esagerare. Vien da pensare che ci fosse una sorta di tacito accordo, mai veramente stipulato, è ovvio, ma da tutti convenientemente accettato: lasciar passare quella generazione di seccatori, considerati infantili e arroccati su posizioni populiste e di retroguardia. E quella generazione passò, e quel “teatro d’impegno sociale e politico” si perse nel cosmo come un innocuo sassolino, in un’Italia dove nel frattempo gli “opposti terrorismi” seminavano morte; un’Italia che diventava sempre più ignorante, sempre più gretta, sempre più inquinata, saccheggiata, sfigurata. E alla fine del cinico conteggio, si potrebbe dire, senza offesa per tutti quei poveri morti, che il terrorismo della speculazione, dell’immoralità, della corruttela, della cementificazione e della connivenza fin su, fino ai vertici della politica, ha fatto probabilmente più vittime delle bombe e dei mitra. Può darsi che oggi i tempi siano maturi per riprendere le fila di quel racconto pieno di coraggio, di idealità, di sacrificio eroico, di fede nel futuro: la Resistenza. Il testo di Claudio Beghelli ci dice che una nuova generazione si sta facendo avanti e ci prova: nel suo caso con linguaggio piano, mai retorico anche se commosso, e con una visione che potremmo definire “panoramica”: la Resistenza qui non appare come un movimento “di parte” ma come un fenomeno veramente patriottico, di respiro risorgimentale. Un esempio: quando ci fa conoscere l’apporto valoroso e cospicuo alla lotta antifascista del Fronte Militare Clandestino, aggiunge un tassello molto importante, che nella conoscenza comune mancava – almeno nella mia – e che gli storici, forse, non ci hanno mai spiegato bene. Grande risalto, in questo “documentario per il teatro”, ha la lotta clandestina antifascista a Roma. Una lotta che in molti casi vede in prima linea il popolo, che si solleva contro un nemico crudele senza dare a questi atti un significato politico: è il bene che si batte contro il male, semplicemente e grandiosamente. Questo, forse, è il significato più importante del testo. Cui si aggiunge una ricostruzione minuziosamente documentata, con i mille risvolti necessari per raccontarla in modo completo e obiettivo. Ne vien fuori una Roma lacerata e coraggiosa, dove il popolo si erge a protagonista della tragedia, abbandonando così il ruolo di “coscienza esterna”, di Coro, riservatogli d’abitudine e che in realtà gli stava un po’ stretto. In sostanza, gli viene restituito quel che gli spetta ma che sulle scene, di solito, è riservato ai primattori famosi. Camminare per quelle strade che oggi portano nomi sconosciuti ai più, ma dietro ai quali si celano vite così speciali, credo che sia un bel modo per riconciliarsi con se stessi, con la propria città e con la propria storia patria. A proposito: Patria non si dice quasi più ed è un peccato. L’insopportabile retorica fascista ce ne ha fatto allontanare. Leggendo questo testo, però, io più volte questa parola l’ho pronunciata. Mentalmente, perché ero solo e sono i pazzi – si dice – a parlare da soli a voce alta. Però mi piacerebbe pronunciarla a voce alta con altri, la parola Patria: riferendola a un’Italia civile, moderna, generosa, equilibrata, pacifista, giusta nelle leggi e nella loro applicazione, autenticamente democratica e autenticamente antifascista. Sarebbe un’Italia che ama se stessa, capace di guardarsi nello specchio con orgoglio. Forse non accadrà mai, ma questo testo di Beghelli, così poco “teatrale” ma nello stesso tempo così prossimo al teatro, me lo fa almeno sognare. E io credo che “sognare il bene” faccia bene. Bisognerebbe dirlo alle nuove generazioni. Bisognerebbe dirlo agli insegnanti della nostra scuola, che ne parlino nelle aule, magari partendo da quelle stesse strade che in ogni città d’Italia ci raccontano fatti così decisivi per la nostra libertà di oggi, libertà che usiamo così male, come fosse un oggetto di cui servirsi al bisogno. Sarebbe interessante creare una “carta topografica dell’antifascismo e della Resistenza”, che i giovani potrebbero studiare come una volta i naviganti studiavano le carte nautiche, grazie alle quali sapevano dove approdare per rifornirsi di acqua e di cibo, e quali scogli e pericoli evitare andando alla ricerca di nuove terre. Una nuova terra dove cresca l’albero della libertà sarebbe bello scoprirla proprio in casa nostra, e grazie al teatro. Chissà che in questo caso Shakespeare non possa tornare indietro di qualche secolo per darci una mano. Vittorio Franceschi

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